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INCHIESTE Degrado nei siti archeologici del Cilento. Il Parco archeologico “sommerso” di Roscigno: tra dirupi, rovi e sterpaglie qui la natura tragicamente impera (parte I)

Lucia Cariello • 14 giugno 2011 09:06

Prosegue la nostra inchiesta sul grave stato di degrado in cui versano i siti archeologici del Cilento.

Dopo Sacco siamo ora giunti a Roscigno e più precisamente nel Parco archeologico di Monte Pruno dove più che la storia regnano l’incuria e il degrado. 

Visita al Parco archeologico “sommerso” di Roscigno: tra dirupi, rovi e sterpaglie qui la natura tragicamente impera.

§ 1. Inquadramento geomorfologico

Il massiccio degli Alburni domina un vasto territorio ricco di bellezze naturali e con un patrimonio storico, artistico ed archeologico di notevole fascino ma purtroppo ancora sconosciuto ed ai margini dei consueti percorsi turistico–culturali.

Esso separa le valli del Sele e del Calore, che definiscono l’entroterra di Paestum, da quella ampia ed estesa del Tanagro che attraversa per tutta la sua lunghezza il Vallo di Diano.

Il territorio che si estende alle falde meridionali degli Alburni è caratterizzato da un alternanza di valli, vallette, dolci profili collinari, terrazze e pendii boscosi.

È in questo contesto che insiste il paese di Roscigno, ubicato su un piccolo colle (570 s.l.m.) che domina la valle del Ripiti e del suo affluente, il Sammaro, i quali riversano le loro acque nel Calore.

Il paesaggio naturale è caratterizzato dall’articolata fisionomia di Monte Pruno, estremo sperone meridionale della catena degli Alburni che, con le sue tre alture longitudinali che degradano dolcemente, rende immediatamente riconoscibile il territorio di Roscigno da qualunque versante lo si raggiunga.

L’altura più elevata (879 s.l.m.) si configura come un altopiano leggermente concavo da dove si domina, incontrastato, l’unico valico, a pochissima distanza verso il Vallo di Diano; non a caso a Monte Pruno e stato dato l’appellativo di “Balcone degli Alburni” e l’ascesa sul pianoro consente una lettura del territorio e della viabilità naturale che sola può far comprendere le complesse dinamiche che investono le genti che hanno popolato questa zona dell’Italia meridionale in età antica.

§ 2. Storia della ricerca archeologica

È grazie a due medici della zona, Serafino Marmo di Bellosguardo e Silvio Resciniti di Roscigno, che nacque l’interesse per l’antico abitato.

Con i loro ritrovamenti, infatti, attirarono l’attenzione di Antonio Marzullo, direttore del museo di Salerno, e Amedeo Maiuri, soprintendente alle antichità della Campania.

È però solo grazie all’invio al museo archeologico di Napoli di due elmi in bronzo che il Marzullo avviò una prima ricognizione del sito. Siamo nel 1928.

Dalla relazione inviata al Maiuri apprendiamo che sulla parte più alta di Monte Pruno fu rinvenuta una struttura muraria in grossi lastroni di calcare e che, in superficie, era possibile un’ampia raccolta di reperti di ogni genere.

L’anno successivo Marzullo individuò alcune sepolture e reperti tra cui un bacile ed una situla in bronzo.

Ma fu con la scoperta di numerosi pezzi di ambra, di cui molti lavorati, a suscitare in lui un vivo interesse per l’area archeologica di Monte Pruno. Un interesse che alla fine del 1938 raggiunse le più alte vette quando riemerse la sepoltura che rese Roscigno oggetto di dibattiti storici ed archeologici, quella sepoltura poi ribattezzata “principesca” per il ricco corredo e per la presenza di un carro da guerriero.

Un importante balzo in avanti negli studi sul sito si ebbe, però, grazie alle ipotesi della studiosa Juliette de La Geniére. Le sue ricerche partirono dalla constatazione che nei corredi delle sepolture del Vallo erano presenti, in notevole numero, oggetti greci ed etruschi che dovevano essere giunti nel Vallo di Diano attraverso vie commerciali che partivano dalla costa tirrenica per raggiungere l’entroterra. Per ricercare le tracce di tale via e soprattutto di un centro che ne controllasse il passaggio bisognava allora condurre ricerche a sud del Vallo, alle spalle di Poseidonia.

La scalata al colle, percorrendo la mulattiera che si diparte dal bivio Corleto–Roscigno, risultò per tali fini fruttuosa poiché lì si rinvenne molto materiale. Ma in realtà fu il pianoro a dare conferma all’ipotesi di partenza.

Così scrisse la Geniére: “il Monte Pruno presenta un abitato piuttosto esteso, vicinissimo al Vallo di Diano ma già in vista della costa e dominante la strada che dal colle scende verso Paestum”.

I materiali raccolti consentirono di datare al VI sec. a.C. i primi segni di un insediamento stanziale su Monte Pruno.

La ricerca archeologica subisce però, a questo punto, una battuta d’arresto ed il luogo diventa dominio incontrastato di scavatori e mercanti clandestini.

Le numerose segnalazioni e gli interventi insistenti della Pro loco roscignola spinsero Giuliana Tocco, appena giunta alla direzione della Soprintendenza archeologica di Salerno, ad avviare, alla fine degli anni ’80, un progetto ed una strategia di ricerca archeologica su tutta l’area di Monte Pruno con l’obiettivo di definire un auspicabile Parco archeologico di Monte Pruno.

Ancora si attende.

CONTINUA

Degrado nei siti archeologici del Cilento. Il Parco archeologico “sommerso” di Roscigno: tra dirupi, rovi e sterpaglie qui la natura tragicamente impera (parte II)

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