Strage di Sassano, parla il Codacons Vallo di Diano: «Verità non dette»

«La nostra sede, osservando un doveroso e rigoroso silenzio sulla stampa nei giorni del dolore per la scomparsa di quattro giovani vite, esprime oggi vicinananza alle famiglie colpite dalla tragedia, alla quale ha partecipato commossa l’intera nazione italiana. Noi non dimenticheremo questi giovani e continueremo a dire le scomode verità, perché non succeda più quello che è accaduto domenica 28 settembre 2014. Alcuni derubricheranno come volontà di polemica queste verità. Senza notare che alla fine è proprio questo atteggiamento di chiusura che sta avvelenando, in molti sensi, la vita in questa vallata». A metterlo nero su bianco è il Codacons del Vallo di Diano.

«Dalle righe del Mattino del 29 settembre, – aggiunge Roberto De Luca, il responsabile – in un pezzo a firma di Petronilla Carillo, leggiamo: A Sassano s’è sempre detto invece che alla guida, quella notte, c’era proprio Gianni, ma questo particolare non fu mai provato. Ci si riferiva a una precedente drammatica vicenda in cui Gianni, il conducente dell’auto-proiettile, è stato coinvolto e in cui perse la vita un altro giovane ragazzo. La giornalista continua: Ufficialmente alla guida c’era l’amico, Gianni Rubino, il quale morì dopo due giorni di agonia in rianimazione. Una verità nota a tutti a Sassano? Le autorità però non hanno sentito il dovere di capire cosa stesse accadendo. Forse con i servizi sociali ridotti ai minimi termini sarebbe stato difficile. Ma non si è nemmeno provato a comprendere, sembrerebbe. In quest’ottica, anche il primo Gianni menzionato dalla Carillo è da considerarsi una vittima».

Poi i toni si fanno più duri: «Nel momento della sconvolgente tragedia nessuno dice che i corpi esanimi di tre ragazzi minorenni sono rimasti a terra, davanti al bar, per circa tre ore. Nessuno lo dice esplicitamente, mentre noi reclamiano, oggi, il rispetto per quei ragazzi, per i loro genitori e familiari, per la comunità tutta. Questo triste particolare è bene che si sappia, perché non succeda mai più. E coloro i quali sono stati artefici di ciò dovrebbero, oggi, chiedere quantomeno scusa. Mentre le autorità preposte al controllo dovrebbero avvertire il dovere di indagare su questa vicenda».

La nota del Codacons si sposta sui festeggiamenti a Sala Consilina, in onore di San Michele. «Il giorno successivo alla tragedia il Vescovo della Diocesi di Teggiano e Policastro si è recato a Sala Consilina per le celebrazioni religiose in occasione della festività del Santo patrono. – scrive Codacond – Un minuto di raccoglimento per ricordare le giovani vite spezzate, poi tutto si è svolto – sembra – come nella tradizione: banda musicale e fuochi d’artificio all’uscita dalla messa alle ore 12.30 circa. Le esplosioni dei petardi si sono udite in lontananza, fino a Sassano. Qualcuno non ha colto il carattere collettivo della tragedia che il Vallo di Diano (che in questi giorni si vuole città unica) stava vivendo. E così i festeggiamenti religiosi si sono svolti normalmente, nonostante i nostri incessanti appelli a tutti i sacerdoti a noi noti, fino agli ultimi fuochi d’artificio delle ore 00.10 durati all’incirca 12 minuti. Lingue di fuoco colorate e suoni cupi promanavano dal centro della vallata. Somigliavano più a infernali esalazioni sulfuree che a segni di fede cristiana, se osservati da Sassano. Qualcuno si è chiesto che cosa avrebbe detto Papa Francesco in merito a tutto questo. Il giorno successivo, in occasione dei funerali, si sono fermati – molto opportunamente – tutti i festeggiamenti. L’Italia intera è stata capace di cogliere la portata collettiva della tragedia di un’intera comunità. Tuttavia, a pochi chilometri di distanza la vita è andata avanti, almeno per una giornata, quasi come se nulla fosse accaduto». 

«Nessuno infine parla di una lettera pubblicata su La Repubblica di Napoli il giorno 23 agosto 2014 dal titolo “Bolidi nella strade di Sala Consilina”. Poche righe ci fanno capire di che si trattava: … Eravamo sullo spazio che resta ai marciapiedi, in parte occupati dai tavoli dei baretti estivi, in parte da grosse auto con grossi pneumatici, quando vediamo (si fa per dire) un bolide di mezza estate sfrecciare in un verso… Un territorio dove l’auto è una necessità, perché i trasporti pubblici sono quelli del Far West, in molti sensi. Un territorio privato di una linea ferroviaria, chiusa al traffico dal 1987. Questi ragazzi che oggi guidano le auto di grosse cilindrata a folle velocità forse non sono nemmeno saliti su un treno, per apprezzare la grazia del moto uniforme in alcuni tratti rettilinei della strada ferrata. Sono vittime anche in questo. Vittime di una viabilità disordinata. Vittime di cattivi esempi e di messaggi contraddittori. Come quelli arrivati loro attraverso le lugubri onde sonore dopo la marcia notturna di preghiera, partita da Varco Notar Ercole e terminata a Silla di Sassano poco prima della mezzanotte del 29 settembre, davanti al bar della tragedia».

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