Camerota: intervista a Giuseppe Galato, autore del libro “Breve guida al suicidio”

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Dopo la recensione di “Breve guida al suicidio” intervistiamo Giuseppe Galato, autore del libro, per capire meglio cosa lo ha spinto a scrivere questo delirante finto saggio che si traduce in una cruda analisi del reale.

Ci incontriamo in chat (e ci mette un po’ a rispondere alla mia prima domanda).

D: Quando e come è nata l’idea di “Breve guida al suicidio”? Rispondi, non farmi aspettare.
R: Prima di tutto chiedo a tutti scusa per il ritardo (mentale), ma non sono mai stato un asso con le tempistiche, al massimo sono una delle carte che vanno dal 2 al 7… che non servono a un cazzo.

D: Dopo ‘sta premessa che sconvolgerà il lettore credo che il libro sia derivato da un tuo ritardo mentale (mi hai chiesto domande cattive: abbastanza cattiva?).
R: L’idea è nata fondamentalmente miscelando le manie suicide al mondo del lavoro, non in senso canonico come abbiamo avuto modo di vedere con tutti ‘sti suicidi che sono avvenuti negli ultimi tempi, ma per il semplice fatto che il mondo del lavoro, purtroppo, l’economia, il possesso materiale, la proprietà privata, sono i principali fattori che ci influenzano in vita e che si espandono su tutti gli aspetti di essa. Ho immaginato il suicidio come un lavoro (capitolo che poi è stato tolto dalla versione cartacea del libro, edito da Edizioni La Gru di Padova), poi ho continuato scrivendo altro. Una sera, ad esempio, ero in un locale a Marina di Camerota, il Negroni, che mi ha fatto da seconda casa per un bel po’, e in quel periodo, con il gestore del locale, Gerardo Cusati, cercavamo modi per attirare clientela organizzando eventi: guardando alla depressione delle persone attorno immaginai di organizzare dei “suicide party”, feste dove offri ai clienti modi per suicidarsi… ma meglio leggere il libro senza dire troppo.

D: Hai ragione, meglio accendere la curiosità del lettore, non credi?
R: Si. Ad ogni modo il ritardo mentale nel libro c’è, ma non è quello mio personale: è quello dell’essere umano in toto (che, naturalmente, si ripercuote, grazie alla società come vettore, anche su di me e sulla psiche di chiunque faccia parte di un determinato contesto socio-culturale). A me sembra che siamo come afflitti da una schizofrenia globale: guerre, inquinamento, il tutto per perpetrare un sempre maggior guadagno. Ma a che pro? Mi pare di capire che non si vuole guadagnare per poter investire in cose utili ma solo perché siamo stati abituati a pensare che una persona ricca (e che sfoggia la sua ricchezza magari sventolando inutili ma costosi status symbol come cellulari, macchinoni e merdate del genere) sia migliore degli altri. Ma vaffanculo. Mi sembra una cosa molto idiota e malata. Evoluzionisticamente può essere letta come una nuova forma di corteggiamento per avere più partner attorno a sé. Ma ormai non lo si fa nemmeno più per scopare, la libido si è spostata dal sesso al possesso (chiaro sintomo di come una società basata sulla proprietà privata influenza anche la sfera personale e intima della psicologia di un individuo). Siamo tutti schizofrenici. O deficienti.

D: Convieni con me però che “Breve guida al suicidio” può suscitare sentimenti contrapposti: ilarità, curiosità ma anche rabbia in chi ha subito vittime. Diciamo che è un testo che accende dibattiti.
R: Si, lo so, l’argomento è delicato e può sembrare inopportuno il trattarlo in questo modo, ma il libro non è apologetico nei confronti del suicidio. Anzi, al contrario, è un modo per poter esorcizzare quei pensieri ridendoci su. Detto questo, il suicidio è probabilmente la più grande forma di libertà che un essere vivente può concedersi. L’indignazione verso i suicidi nasce da fattori sociali e psicologici alquanto ipocriti: se si suicida una persona a cui vogliamo bene ci adiriamo perché vorremmo averlo al nostro fianco, molto egoisticamente, senza tener conto di quella sua scelta, per quanto condivisibile o meno. L’Islanda, uno dei paesi più civilizzati e che concede ai propri cittadini maggiori libertà, ha un altissimo tasso di suicidi: riflettiamoci. Il suicidio è legato alla libertà che un individuo ha di poter prendere delle scelte. Io, ad ogni modo, personalmente lo sconsiglio, che i funerali costano un sacco.

D: Il libro è stato messo in circolazione prima via web: innovazione o mancanza di editore?
R: Molto poco di innovativo, mancanza di editore di sicuro. Avevo contattato un po’ di editori ma senza avere riscontri (solo qualche stronzo di quelli a pagamento che c’ho detto “mavvaffanculo”), quindi l’ho messo in free download su internet (grazie anche al supporto di Vincenzo Autuori di Panico Art per la grafica del sito e Antunzmask per la colonna sonora del trailer). Su Facebook sono stato poi contattato da Serena Isa Coppola di Edizioni La Gru, di Padova, che mi ha proposto di pubblicare con loro. Ed eccomi qui.

D: Quindi mi stai dicendo che scrivere, sapendo scrivere, e vivere di cultura nel 2013 non paga in tutti i sensi?
R: Ma per un cazzo, i prodotti “culturali” che vanno avanti, per dare la parvenza che esistano canali culturali, sono pseudotali, nel senso che sono al massimo accozzaglie di luoghi comuni populisti retorici e ipocriti. Ma la gente questo si merita, com’è sempre successo nella storia dell’essere umano.

D: “Prodotto culturale” mi sa molto di supermercato: ti pare la definizione adatta? Non è affine al mero prodotto commerciale?
R: Si, appunto perché viviamo in una società consumistica parliamo di “prodotti”: è tutto legato alla vendita, ma la CULTURA non arriva alle masse (abituate a pensare che la cultura sia qualcosa di pesante e assolutamente da evitare: la grande beffa che ci tiene incatenati). Ma sono le masse quelle che comprano, quindi si creano “prodotti culturali” che sono una via mediana fra il commerciale-vendibile e il “culturale”, senza che però lo siano effettivamente. Al massimo sono culturali in parte o, comunque, per quanto gli argomenti trattati possano essere interessanti, sono trattati in modo che il messaggio arrivi in maniera sbagliata al fruitore. Ti faccio un esempio: se io, per far arrivare un messaggio, per quanto giusto, uso tecniche di marketing coercitive non comunico sul serio con il fruitore ma mi limito a influenzarlo senza che lui possa crearsi un pensiero personale. È quello che succede con i partiti, con le pubblicità, con la religione prima di tutto: ci illudono di donarci la libera scelta, ma non è così. Vorrei sottolineare che, in alcuni casi, anche chi crede di “cibarsi” di cultura spesso e volentieri lo fa senza un reale senso della comprensione: basti guardare ai modi di fare radical chic di certe persone di sinistra che inneggiano a Pasolini senza capire effettivamente quello che Pasolini voleva dire.

D: Stai pensando ad un prossimo libro?
R: Si, forse. Ma ora mi sto concentrando più sulla musica. Quanto prima dovrebbe uscire un mio brano insieme a Luana Cerbone prodotto da Marco Bianchi dei Drink To Me (attualmente alle prese anche con il suo progetto solista Cosmo). Come altri progetti attualmente Sara Apone, artista di Agropoli, sta adattando in graphic novel un mio racconto, “I sentimenti non si possono controllare”, già edito da Il Violino Edizioni nella raccolta “Melodia letteraria”. Per il resto vedremo, decideremo man mano.

D: Ok, allora la prossima intervista sarà su un tuo successo musicale, quindi impegnati. Concludiamo con un aspetto a te inusuale, la dolcezza: a chi o cosa dedichi questo libro a parte ai soldi mi pare ovvio
R: Ai soldi prima di tutto, naturalmente. Per il resto la dedica sta proprio nelle prime pagine del libro (che potete leggere qui) e eviterò di scriverla qui: accatatevillo!!!

Foto live di Angelo Gasparro

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