Santa Maria di Castellabate, professore di ruolo a 51 anni dopo 24 tra supplenze da precario in giro per l’Italia

«Non ci posso credere, dopo 24 anni di precariato sono finalmente un prof di ruolo nella scuola pubblica italiana». Contento, e senza lasciarsi andare in lamentele e amarezze, uno dei docenti convocati a inizi agosto per l’immissione in ruolo, commenta il raggiungimento del suo traguardo professionale. Migliaia i treni presi, i chilometri macinati in auto per un posto di lavoro nella scuola, al quale tanti, nel corso degli anni, hanno rinunciato ripiegando su altre professioni. Pochi giovani e tanti insegnanti over 50, precari per una vita, con alle spalle quasi 30 anni di supplenze e, quasi tutti con i  capelli bianchi arrivati alla spicciolata.

Paolo Coscia, 51 anni, di Santa Maria di Castellabate, insegnante di Matematica e Scienze, di capelli bianchi ne ha pochi. Di contro ben 25 di esperienza, con alle spalle tenacia, costanza e pellaccia dura, quella dei veri cilentani. Fotografo per passione e amante della sua terra, racconta al Giornale del Cilento che «in fondo chi abita nelle frazioni, e quindi lontano dalle stazioni ferroviarie, impara sin da piccolo a dover prendere i mezzi per andare a scuola».

«Nasciamo già condannati alla precarietà e al pendolarismo; niente fabbriche, niente aziende, pochissime stazioni e una viabilità disastrata da sempre. – spiega Paolo – Ma nonostante questo,  animati dagli insegnamenti dei nostri genitori, a cui era negata anche questa possibilità, andiamo volentieri e di buon mattino a prendere il pullman che ci porterà alle superiori».

La laurea all’Università di Napoli, le lezioni nelle scuole private dove «non prendi una lira ma accumuli quei preziosi punti che speri ti permettano poi di accedere a qualche supplenza nella scuola pubblica», commenta. Passa il tempo, passano gli anni in attesa del concorso abilitante. «Nel mio caso ben 10 anni prima che questo venga bandito. – spiega Paolo – Investi un altro anno della tua vita a preparartelo, paghi fior di quattrini per andare a Salerno a prepararti bene per le tre prove. Lo superi e finalmente entri a pieno titolo fra i prof. abilitati all’insegnamento».

E ora? «Neanche questo è sufficiente a garantirti il posto – continua a raccontare Paolo –  E allora, accetti supplenze di pochi giorni anche a centinaia di chilometri pur di avanzare di posizione»,  lontano da casa, dagli affetti, «frequenti master e corsi di perfezionamento costosissimi, arrivi ad una buona posizione che ti fa sperare nel ruolo» ma un nuovo ostacolo: l’allora ministro dell’Istruzione Gelmini che dimezza le cattedre e si riprecipita in basso nelle graduatorie perché non ci sono più cattedre.

«E allora provi con un corso abilitante all’Università, fai altri due anni a Fisciano il pomeriggio, dopo aver già percorso centinaia di chilometri per andare ad insegnare la mattina, rifai venti esami, e finalmente prendi un’altra abilitazione in una classe di concorso (le medie nel mio caso), che offre più possibilità». Quella di Paolo è una vera e propria odissea. «Cominci ad avere gli incarichi del provveditore, una classe tua almeno per un anno, stabilisci rapporti, relazioni, affetti e poi ogni volta vieni licenziato per ricominciare daccapo». Un mondo labirintico nel precariato, poi si aprono le porte, e non per tutti: «Arrivi ad una posizione utile per l’immissione in ruolo e ti cambiano di nuovo la legge, per cui, chi è stato più sfortunato di me e non è entrato nelle prime due fasi della nuova normativa, sarà costretto ad accettare l’incarico in una qualunque provincia d’Italia, e tanto per cambiare, le regioni col più alto numero di domande sono la Campania e la Sicilia, terre ricche di storia, cultura e ambiente che di nuovo dovranno emigrare per esportare, oltre alle braccia, cosa cui erano abituate, anche i propri maestri».

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