In forte aumento i reati ambientali nel Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano

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I grandi polmoni d’Italia sempre più minacciati dai reati ambientali. Nei parchi nazionali aumentano, infatti, bracconaggio e commercio di animali di specie protetta, scarico di acque reflue, occultamento di discariche abusive. A mettere nero su bianco è un dossier con numeri e dati da brivido presentato nei giorni scorsi da Legambiente.

Sotto i riflettori ci finisce anche il Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano. La ricerca analizza i dati del Corpo forestale dello Stato nel triennio che va dal 2010 al 2012 con riferimento all’illegalità ambientale distinguendo tra illeciti amministrativi e i reati ambientali. «In questo triennio – spiega Legambiente – si è registrato un aumento del 32,18% dei reati ambientali registrati nei parchi nazionali per un totale nei tre anni di 5349 reati ambientali. In termini di interventi reali è interessante rilevare nel corso dell’intero triennio l’alto numero di interventi effettuati nel Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano con 295 reati ambientali riscontrati nel 2010, 389 nel 2011 e ben 423 nel 2012, con un aumento nel triennio del 43,38%».

«Per quanto riguarda, invece, gli illeciti amministrativi rilevati – continua Legambiente nel dossier – nel solo 2010 risultano ben 2.601, mentre aumentano vorticosamente a 4.619 nell’anno 2011 e a 4.559 nell’anno 2012, raggiungendo la somma totale di 11.779 illeciti amministrativi compiuti nel triennio considerato, con un aumento in termini percentuali del 75,28%. a testimonianza della pervasività e resistenza del fenomeno alle azioni repressive messe in atto. Un maggiore impegno su questo fronte, una capacità di intelligence e intervento più raffinata e moderna e un quadro normativo meglio definito risultano indispensabili per un contrasto reale del fenomeno”.

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«Se oggi l’Italia è fra i Paesi più ricchi di biodiversità in Europa – ha commentato Vittorio Cogliati Dezza, Presidente nazionale di Legambiente – questo primato è da ascrivere alle aree protette che hanno saputo legare, in maniera feconda, la conservazione della natura allo sviluppo sostenibile locale promuovendo concretamente la green economy. Una politica che deve essere sempre più indirizzata al potenziamento delle produzioni naturali, alla ottimale utilizzazione delle risorse, a partire dal riuso integrale dei rifiuti prodotti, alla riqualificazione naturalistica e produttiva degli ambienti degradati e frenare il consumo di suolo senza prescindere da una drastica spinta innovativa che ristori i territori produttivi dei parchi, delle risorse che generano, attuando politiche conservative e migliorative con investimenti che privilegino questi contesti territoriali di qualità che devono diventare dei modelli per l’intero territorio nazionale. Per questa ragione – conclude Cogliati Dezza- siamo convinti che la politica per le aree protette del prossimo futuro deve rafforzare il suo legame con le comunità locali, coinvolgendo sempre più i cittadini nelle scelte strategiche e nell’identificazione della missione specifica di ogni singola area protetta».

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