Il Castello di Agropoli. Quando un varco nella letteratura riesce a rivelare ciò che si intende offuscare con sterili polemiche

Infante viaggi

“La dimora, costruita ai tempi degli Angioini di Sicilia, aveva l’aspetto di una roccaforte. All’inizio del secolo vi era stato addossato un fabbricato intonacato a calce, una specie di rustico con il porticato che aggettava nel cortile interno, il tetto piatto su cui seccavano i frutti del giardino e una fila di frantoi di pietra. Il tempo, la mancanza di manutenzione, le intemperie avevano reso inabitabile il grande salone invaso dai prodotti della fattoria. Cumuli di uva già immersa nel suo succo rendevano vischioso l’impiantito di piastrelle moresche”.
Marguerite Yourcenar

Anna,soror… è un racconto breve, uno dei primi della grande scrittrice franco-belga, che, abbozzato tra i diciotto e i ventitre anni, componeva il nucleo di uno scritto più ampio, il romanzo Remous. Questo progetto fu presto abbandonato per la stesura di Alexis o il trattato della lotta vana ed il racconto ambientato tra Agropoli, le rovine di Paestum e Castel S. Elmo, a Napoli fu pubblicato nella forma che conosciamo oggi – Come l’acqua che scorre –  nel 1935, insieme ad altri due racconti giovanili. Il titolo scelto dalla scrittrice è ispirato dall’epitaffio che Anna, figlia di una nipote di Agnese di Montefeltro, fa incidere sulla lapide del fratello, l’anno in cui è ambientato è il 1596. Il racconto, fu scritto in poche settimane, nella primavera del 1925, durante e subito dopo, un soggiorno a Napoli.
Nei ricordi della grande scrittrice torneranno spesso la festosa allegria dei vicoli di Napoli e la bellezza austera o lo splendore sbiadito delle sue chiese, come quella di San Giovanni a Mare, distrutta  dai bombardamenti del 1944, dove la protagonista del racconto apre il feretro del fratello.
La Yourcenar racconta di aver visitato  il forte Sant’Elmo e la vicina certosa e di aver attraversato alcuni desolati villaggi della Campania e della Basilicata, di aver visto le rovine di Paestum, così come la dimora, “un po’ rustica un po’ signorile” di Agropoli ed afferma che mai invenzione romanzesca è stata più immediatamente ispirata dai luoghi in cui era ambientata. Nella lunga prefazione alla ristampa del racconto, datata marzo 1981, rivendica la freschezza dell’ispirazione alla scrittura ed afferma di aver corretto, negli anni della maturità letteraria, solo la sintassi. Nella sua lunga carriera di scrittrice approfondisce ricerche di tecnica poetica dissimulata alla prosa, ma negli anni giovanili scrive rapidamente, senza preoccupazioni compositive o stilistiche, lei stessa afferma che “attingeva direttamente a non so quale fonte avevo dentro”.  C’è da credere dunque che l’anima di questi luoghi abbia una tale forza evocativa da essere stata capace di ispirare, ad una delle più importanti romanziere del secolo scorso, una storia che tanta fortuna ha avuto nella letteratura europea.
Ci sarebbe da chiedersi allora, quando abbiamo perduto la capacità di vedere quella forza che tanti poeti, scrittori ed intellettuali, a più riprese hanno voluto raccontare. E’ proprio necessario ricordare, ciclicamente, a tanti che i beni comuni raccontano l’identità dei luoghi e che l’identità collettiva non può prescindere dal possesso condiviso di ciò che di quell’identità rappresenta il fondamento?

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