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Accudisce da otto anni la moglie: «Abbandonato dalle istituzioni, salvata da un angelo del 118»

di Pasquale Sorrentino

Benedetto Soldovieri è un dipendente dell’Anas, è di Pertosa e ha da poco superato i 60 anni. Da mezzo secolo, dalla terza media, è innamorato di Gerardina Curcio. Fidanzati dalle scuole medie, sposati dal 1980. Hanno tre figlie e due nipoti. E hanno un Amore con l’A maiuscola. Nonostante tutto. E il tutto è un’aritmia maligna che, otto anni fa, ha costretto Gerardina a un coma vegetativo. Inutile le cure della clinica specializzata a Parma, vani altri tentativi, Gerardina vive sul suo letto, accudita dal marito, dalla famiglia e da Irina da otto anni. Benedetto vive per lei, la sostiene, la aiuta, la difende. Qualche mese fa, a novembre, Gerardina è stata male. Nel suo stato non può dire cosa ha e dove ha dolore, ma i suoi cari capiscono che soffre. Viene chiamato il 118 e Benedetto incontra un angelo che salverà la vita alla moglie. Una dottoressa di nome Anna D’Elia. «Una dottoressa conosciuta per caso dopo una chiamata al 118». Questa la lettera aperta di Benedetto di ringraziamento ma anche di denuncia verso l’abbandono di chi vive situazioni come questa.

«Sono il marito di una signora in stato vegetativo da 8 anni. Mai assistito dall’istituzione del territorio, abbandonato a me stesso. Le persone in questa stato non vengono considerate. Una notte mia moglie era febbricitante. L’angelo che ha risposto alla mia chiamata ha subito capito il problema e gli ha prescritto degli esami. Mi ha lasciato il suo numero di telefono in caso ne avessi avuto bisogno. Quando sono arrivati gli esiti delle analisi degli esami ematici, ho spedito il tutto e lei mi ha detto di ricoverare mia moglie subito in ospedale. Arrivati nell’ospedale più vicino, le è stata diagnosticata una polmonite e l’hanno ricoverata in reparto. Sola, una donna in stato vegetativo. Sola, nonostante lei non sia in grado di parlare, muoversi, mangiare. Era sabato notte e il lunedì mattina mi sono sentito dire che dovevo cominciare a pensare che mia moglie ci avrebbe lasciato a breve. Io ho chiamato subito il nostro angelo, la quale mi ha detto che non era possibile. Secondo la sua opinione sarebbe bastato un piccolo intervento e tutto sarebbe andato bene. All’ospedale hanno allora seguito il parere della dottoressa e nel giro di meno di 24 ore la febbre era andata via. La domenica successiva, mia moglie è stata dimessa. Dopo 15 giorni è ricomparsa la febbre. Ho chiamato nuovamente il 118 per riportarla in ospedale, ma il medico dell’ospedale mi ha detto che io conoscevo le condizioni di mia moglie e che avrei dovuto semplicemente decidere dove lasciarla spegnere, a casa o in ospedale. Questa è stata una bellissima pugnalata al mio cuore, ma ho reagito subito e così l’hanno ricoverata. Questa seconda volta era a ridosso del periodo natalizio e il nostro angelo era in vacanza. Lei si è comunque mantenuta aggiornata sulla situazione di mia moglie e mi diceva che l’avrebbe vista appena possibile al suo rientro, consigliando di lasciare mia moglie in ospedale cosicché potesse proseguire le cure necessarie. Io però ho sempre avuti seri dubbi sulle cure ricevute da mia moglie in quella rianimazione. La vedevo peggiorare e soffrire. Il dottore continuava a sostenere che mia moglie era gravissima e si è persino rivolto in privato a mia figlia dicendole di prendersi cura di me perché stavo perdendo di lucidità quando io stavo semplicemente combattendo per la salute di mia moglie. Finalmente il 31 di dicembre il nostro angelo è rientrato dalle ferie e ha voluto vedere mia moglie il giorno di capodanno. Io ho chiamato un’associazione di volontari di Sant’Arsenio e l’autista, invece di festeggiare con la sua famiglia, ci ha accompagnati con l’ambulanza in questa struttura ospedaliera dove lavorava l’angelo. Dopo un’accurata diagnosi, lei mi suggerisce di ricoverare mia moglie nel reparto di chirurgia toracica all’ospedale San Carlo di Potenza. Con l’aiuto della dottoressa Mariangela Coronato, sono riuscito a ricoverare mia moglie nel più breve tempo possibile. Lì ho incontrato una persona umana e assolutamente disponibile nel dottor Guarino. In questa struttura ospedaliera, al contrario della precedente, ci è stato permesso di restare vicino a mia moglie perché le persone nella sua situazione hanno bisogno di cure costanti, minuto per minuto, non possono essere abbandonate semplicemente alle cure degli operatori sanitari che hanno già tantissimo da fare giornalmente con tutti i pazienti presenti in reparto. Nella precedente struttura ospedaliera, il primario non aveva voluto neanche discutere i bisogni di mia moglie con me; mentre il dottor Guarino questo l’ha capito. Con la nostra vicinanza e le cure attente dei sanitari, mia moglie è guarita. Questa è una situazione comune a tante persone in stato vegetativo e le loro famiglie: abbandonati a noi stessi. Per molti, mia moglie era un legno da ardere e da buttarne via la cenere, ma grazie alla dottoressa Anna D’Elia che non la pensava così, al suo cuore e alla sua sensibilità, adesso mia moglie continua a vivere. Perché lei vive».

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