Addio Ezio Bosso, il ricordo fotografico di Pio Peruzzini

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di Giangaetano Petrillo

Ezio Bosso è stato molto più di uno straordinario pianista. È stato un testimone, un esempio di forza e di tenacia, uno strenuo difensore di tutto ciò che di poetico, anche nel dolore, esiste in questo mondo. Esattamente, ha reso il dolore un’esperienza poetica, dal quale trarne, anche oltre i limiti del possibile, ogni insegnamento edificante per se stessi, come individui, e per la musica. Ha celebrato strenuamente la bellezza che c’è dentro e intorno a ciascuno di noi. Ha estremizzato, deformato il concetto di bellezza, che lui non ha inteso più come perfezione, o meglio, ha fatto della sua imperfezione il canone della nuova bellezza.

L’ha presa come creta tra le mani, e attraverso quegli scatti inarticolati, attraverso quegli spasmi incontrollabili e sinistri, l’ha modellata, deformandola, così da crearne una nuova creatura. La sua. La bellezza che non si fermava alle sue mani, alle sue dita, la penetrava i tasti bianchi e neri che come articolazione cibernetica lo ha da sempre accompagnato. Quel pianoforte dal quale non riusciva ad allontanarsi, e nonostante la malattia che lo colpì nel 2011, lui strenuamente continuò a produrre bellezza. Infatti, lui non conosceva il rancore Lui non conosceva l’Italia del rancore. O comunque non se ne curava.

Era troppo impegnato su altri fronti, che non erano di guerra ma richiedevano ogni giorno coraggio, disciplina, rigore. Lo conosciamo come il poeta della musica, Ezio Bosso, che aveva scioccato il grande pubblico con la sua ostinazione felice, la sua rara, rarissima capacità di produrre bellezza, di interessarsi solo alla libertà e alla bellezza della musica, dell’anima, nonostante le ferite e i tradimenti del corpo.

La scorsa estate, a fine agosto il maestro aveva diretto l’Orchestra Filarmonica Salernitana nei giardini incantevoli di Villa Matarazzo. Di quell’emozionante serata, ricca di bellezza ed elettrizzante per l’emozioni vissute, non ci resta che l’eco di quelle dolci melodie e di quei beati suoni che accompagnano i ricordi di quanti hanno assistito a quel miracolo della natura. Quel miracolo che vide contemplato l’incontro tra l’irrequietezza di una malattia, che lo aveva di fatto costretto a ritirarsi dalle scene nel settembre 2019, e l’armonia della musica, l’armonia celestiale che oltrepassa i confini della materia umana, e se pur lei non è perfetta, trascende le imperfezioni e i limiti imposti dall’uomo, e invade l’armonico suono della bellezza del creato.

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Di quella serata non ci resta che l’eco e le immagini di un altro cultore della bellezza, lì anch’esso presente, Pio Peruzzini. Le immagini del fotografo Peruzzini ci raccontano, come fotogrammi, gli scatti di una delle sue ultime esibizioni. Il maestro è ripreso mentre dirige, sorride, s’inchina al suo pubblico, e soprattutto mentre crea. Ezio Bosso ci viene raccontano da quelle foto e di lui capiamo che non era un pianista, era un musicista e un direttore d’orchestra. Non era un malato, era una persona con una malattia, grave e invalidante. Ed era un esempio specialissimo di tenacia e libertà, di capacità di felicità e di riflessione sulla felicità. Questo ci colpiva di lui, questo ci arrivava dritto al cuore.

Non ci stava a misurare il talento con la scala dell’handicap, non ci stava a perdere tempo con piccole cose meschine, perché il compito a cui siamo chiamati, tutti, è altissimo e impegnativo, studiare e amare, per tracciare assieme la strada verso un vita più bella. E anche se hai una malattia neurodegenerativa che ti toglie proprio alcuni degli strumenti con cui lavori al tuo progetto di vita, anche se finisci nel tritacarne dello spettacolo e sai perfettamente che il rischio è che vengano a vedere come riesci a suonare, piuttosto che perdersi con te nella gioia di quello che stai suonando. Eppure, sapeva anche questo, che oltre le storture, i clamori di cartapesta, le dittature dell’audience, il suo slancio generoso e vitale poteva passare, poteva incarnarsi nella musica che faceva, nelle parole con cui ci spiegava il suo lavoro, ci introduceva alla gioia, alla bellezza che è studio e cammino faticoso. Poteva arrivarci, salvare anche noi, fare da antidoto al rancore, alla bruttezza, al dolore.

Di questo gli siamo grati, per questo oggi lo piangiamo davvero. Per questo quel Cilento che ha avuto l’onore di ascoltarti e di ascoltare la tua musica, ti ringrazia. Da oggi sarai una di quelle meraviglie che la natura ha donato ad un paesaggio sublime come il nostro. Da oggi oltre al mare e alle irti montagne, avremo una dolce melodia che accompagnerà per sempre i nostri ricordi. Grazie Maestro.

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