Alessandro Cecchi Paone: «Facciamo del Cilento un Parco Gay Friendly»

Infante viaggi

di Giangaetano Petrillo

«Facciamo del Cilento un Parco Gay Friendly», questo il suggerimento e la proposta per aprire ad un turismo LGBTQ+ nel Cilento, con la quale conclude l’intervista Alessandro Checchi Paone. «Dobbiamo invitare tutti i sindaci ad appendere la bandiera arcobaleno ai propri balconi e garantire la sicurezza alla comunità LGBTQ+, per trascorrere nel Cilento le loro romantiche vacanze».

Conduttore televisivo, divulgatore scientifico e docente universitario, Cecchi Paone è oggi uno dei più noti testimonial della comunità LGBTQ+ italiana. «Rispetto agli anni della mia adolescenza molto nell’opinione pubblica e nella nostra società è cambiato. Ma bisogna continuare la lotta soprattutto contro il conservatorismo e il mondo reazionario di alcune destre politiche e clericali». Lo contattiamo telefonicamente, e dopo aver tralasciato i formali convenevoli, iniziamo l’intervista. «Dammi del tu, e iniziamo subito con le domande». Come sempre pragmatico. «Non dimentichiamo soprattutto quanto il tutto sia reso ancora più difficile per chi è lesbica, che subisce una doppia discriminazione in un paese maschilista come il nostro».

Alessandro, abbiamo aperto sul nostro giornale uno spazio dedicato alla sensibilizzazione delle tematiche LGBTQ+. Perché la società civile è poco incline ad affrontare una seria discussione sul giusto riconoscimento dei diritti civili?
Pur essendo io una persona ottimista, posso dire che non siamo ancora a quella normalità che invece è stata raggiunta nei paesi più avanzati. Rispetto alla discriminazione non possiamo negare ci sia un clima diverso nell’opinione pubblica, ma va alimentata e incoraggiata, fino a quando non raggiungeremo l’indifferenza. Quando, cioè, dichiararsi omosessuali non farà più notizia.

Sono trent’anni da quando l’OMS ha rimosso l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, eppure ancora oggi sono molte le diffidenze culturali verso un giusto riconoscimento sociale e civile dell’omosessualità.
La medicina psichiatrica è sempre stata condizionata dalle religioni e dalle opinioni pubbliche, spesso retrograde. Fino alla legge Basaglia la presunta difformità dalla norma veniva considerata una malattia da contenere e rinchiudere. Non solo verso le comunità LGBTQ+, anche se qui l’accanimento delle terapie mediche erano più dure e vigorose. Voglio comunque ricordare che ancora prima della pronuncia dell’OMS, alcuni psichiatri americani avevano già fatto la stessa cosa. In questi anni la psichiatria e la psicologia hanno rettificato errori gravissimi. Oggi sia la psichiatria che la psicologia intervengono solo per aiutare una persona dichiarata  ad essere serena. Questa dichiarazione va comunque considerata una vittoria importante per affermare sempre più convintamente che l’omobitransessualità è un’identità naturale del genere umano. E non più una malattia dalla quale poter guarire.

Come mai viene chiesto di dichiarare la propria omosessualità, mentre l’eterosessualità è data quasi per scontato?
È un fatto di numero, visto che meno del 15% si dichiara omobitransessuale, mentre il restante 85% si dichiara eterosessuale. Dunque se appartieni al restante ti senti parte della maggioranza. Chi si dichiara lo fa comunque da un lato per rivendicare giustizia, diritti e identità. Soprattutto per quelli che non possono farlo ancora, oppure, come me, per motivi civili, per rappresentare chi non ha voce. Dichiararsi serve, soprattutto, per dire al mondo e a se stessi che non c’è nulla di cui vergognarsi e per cui doversi nascondere.

Purtroppo molti sono gli episodi omobitransfobici. Perché tutto questo ritardo per ottenere una legge contro l’omobitransfobia?
Anche se può sembrare superficiale come risposta, ma c’è questo ritardo perché la maggior parte non sa cosa significa, L’errore, mi permetto di dire essendo anche un docente di comunicazione, è stato cambiarle nome. Sulla legge contro l’omotransfobia possiamo non essere capiti da nessuno. Dobbiamo darle un nome per fare in modo che venga capita da tutti e condivisa. Come d’altronde successo con le Unioni Civili, per cui c’è stato un appoggio gigantesco, che è andato anche oltre alla sola comunità LGBTQ+. Il 65%/70% della popolazione era favorevole, e ha spinto e costretto i partiti ad approvarla. Quindi, si è lavorati nel modo giusto, dandole una ragione giusta. È passato il messaggio che quella legge promuoveva una forma liberadi amore, e tutte persone civili si sono unite alla battaglia per il riconoscimento. Lo stesso effetto e clima favorevole dobbiamo creare introno alla legge contro l’omobitransfobia, che già c’è tra l’altro. Trovare modo e maniera giusta, per esempio chiamandola, per esempio, legge contro l’odio.

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Qualche tempo fa in un programma televisivo, ha raccontato che pochi giorni dopo il coming out era andato a fare benzina e il ragazzo che lavorava lì le disse, «Tu sei gay io sono etero, ma hai avuto più palle di me». Ecco, come possiamo tutelare chi questo coraggio, ahimè, non ce l’ha?
Mi fa piacere che te ne sei ricordato. È stato apprezzato il coraggio. L’ho fatto per la trasparenza e per difendere chi il coraggio, come dicevi tu, non ce l’ha. Hanno paura di rovinare la loro immagine e di avere problemi sul lavoro. Da un lato dimostriamo che non è vero che si corrono rischi. Io ho vissuto una reazione disattesa, perché come altri mi preoccupavo dei come avrebbero reagito, è invece esiste un pubblico nuovo che ti scopre per la tua sincerità. Dall’altro dimostriamo che si sta mille volte meglio, non c’è niente di vergognoso o da dover celare. Se non lo si fa si rischia di sentirsi come se fossimo ladri o terroristi. Dichiarandosi si scopre una realtà dove non ci sono inganni e equivoci. Si scopre una qualità esistenziale che ti fa star bene ed ad accettare ciò che si è.

Mi permetta di porle la stessa domanda posta alla senatrice Cirinnà. Perché non inserire il matrimonio egualitario e leggi contro l’omobitransfobia tra i criteri di adesione all’Unione Europea, per uno Stato che avanza richiesta?
Penso di sapere come ti ha risposto. Purtroppo in Italia quando si affrontano discussioni delicate esistono delle realtà che si oppongono a questo. Sulle Unioni Civili, per esempio, c’è stata una convenienza e un compromesso al ribasso pur di rompere un tabù, sulle adozioni. È stata una scelta dettata dalla necessità di ottenere un, seppur minimo, risultato. Purtroppo l’Italia ha vissuto vent’anni di regime fascista, che a sua volta sostenne le ideologie naziste, e ancora abbiamo un Vaticano che esercita una terribile influenza diretta, come nei pontificati di Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e indiretta con questo Papa, che non si è opposto, consentendo così che le Unioni Civili venissero approvate. Abbiamo scoperto, in questa occasione, come il costume sociale faccia miracoli, e per questo abbiamo deciso di accettare un’intermediazione. Le nostre lotte per il riconoscimento dei diritti civili devono, inoppugnabilmente, viaggiare su due binari. L’uno della rivendicazione dura e netta, l’altra sull’essere programmatici e riformisti per ottenere poi il risultato sperato.

In Ungheria sono stati i transgender la prima vittima dei superpoteri che il premier ungherese Viktor Orbán. E questo, purtroppo, succede nella liberale e democratica Europa. Dobbiamo temere, anche dopo le indiscrezioni dell’ultimo libro del Papa emerito Benedetto XVI, il ritorno di una cultura oscurantista e retrograda?
Certo, se vincono le destre sovraniste e populiste. Il Papa emerito non perse occasione per ribadire l’unità del cattolicesimo conservatore, esprimendo apprezzamenti verso alleanze con movimento politici di estrema destra, d’ispirazione persino neofascista. Ha sempre dichiarato di non riconoscer i valori del liberalismo, in quanto il liberalismo è un pericolo perché promuove il libero pensiero, l’autodeterminazione dell’individuo. Questo mondo, che è tutto tranne che scomparso, vive in una dura guerra contro Papa Francesco. Ed è chiaro che nei paesi in cui prevale la parte della Chiesa reazionaria e liberticida e delle destre sovraniste, le libertà individuali, come pure i diritti civili verso la comunità LGBTQ+, sono a rischio. Soprattutto in quelle comunità e in quelle società dove le Chiese hanno un peso. E parlo di Chiese perché esistono società, come i paesi nordici, in cui il protestantesimo si basa sulla libertà dell’individuo, anche nel suo rapporto con Dio, e sono le società più avanzate. Esistono società, come quelle anglosassoni, dove non esistono più le religioni, e contro omosessuali non viene scagliata nessuna condanna di Dio. Ed infine si sono le società di stampo americano, in cui le diverse Chiese vivono in perfetta armonia, mantenendo un equilibrio che non calpesta diritti civili e sociali. Noi come Italia rischiamo ciò che c’è stato Ungheria, se dovesse  prevalere l’ala conservatrice e reazionaria della Chiesa. E se non dovesse determinare un passo indietro, quanto meno sarà uno stop per passi in avanti. Su quanto accaduto in Ungheria, spero che intervenga L’Europa e spinga perché si rivedano quelle leggi. Diversamente pretenderemo che l’Ungheria esca dall’Unione, in quanto l’Europa non è solo un mercato, ma una comunità di diritti, ideali e principi sociali e civili che non devono venir messi in alcun modo in discussione.

Un’ultima domanda, visto che è anche personaggio pubblico dello spettacolo. Abbiamo visto come la serie Netflix SKAM, e prima ancora il film di Guadagnino Chiamami col Tuo Nome, abbiano ottenuto un’enorme successo di pubblico e di critica. Quanto è importante, dunque, anche il cinema per sensibilizzare verso realtà omobitransessuali?
Ricordo che nell’Italia degli anni ’70, l’unico personaggio dichiarato era Pasolini, un antimoderno, che aveva una promiscuità assidua e maniacale con la prostituzione, e visione terribile sull’omosessualità. In una sua lettera alla madre scriveva come l’unica persona dotata di anima fosse lei, non riconoscendo anima ai suoi oggetti d’amore. Dubito quindi che avrebbe sopstenuto la battaglia per le Unioni Civili quanto quella per le adozioni. Questo per dire come il clima, anche nello spettacolo, nell’intrattenimento e nell’arte teatrale e cinematografica, sia cambiato. Molti hanno stigmatizzato l’atteggiamento di Pasolini, pregiudicando tutto il mondo LGBTQ+. Oggi invece, come bene hai detto tu, il mondo dell’arte in generale si è aperto. Abbiamo ottenuto, seppur non come volevamo, le Unioni Civili, grazie soprattutto alla determinazione dell’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi e del Partito Democratico, ma la vera vittori è il cambiamento profondo dei giovani, dove non esiste il problema, anzi esista già l’indifferenza e la fluidità, il giusto rilassamento. I giovani, che oggi vediamo nelle diverse seria tv e nei diversi film, non discutono delle Unioni Civili o delle adozioni, loro sono già pronti per le famiglie allargate. Perché, oltre alle battaglie che il nostro mondo ha portato avanti, sono cresciuti in un clima civile favorevole. Basta pensare alla musica, ai tanti cantanti che ultimamente si dichiarano o comunque apertamente sostengono le lotte LGBTQ+, o ai personaggio pop e vip dichiarati. Lo spettacolo, l’arte e l’intrattenimento di massa hanno cambiato lo stato d’animo generale.

Possiamo dire che tutto questo rende merito alla nostra Costituzione, ancora del tutto viva perché consente a chiunque, nei limiti della libertà, a lottare perché gli vengano riconosciuti i propri diritti.
Grazie ai padri costituenti laici, non tanto comunisti e cattolici. Nelle battaglie civili bisogna essere trasversali, ma in quella Costituzione è stato il laicismo a creare i presupposti di tutte le grandi battaglie civili del nostro paese. Pensiamo alla lotta per l’aborto e per il divorzio. Nonostante il mondo cattolico fosse unito contro queste leggi, la società e l’opinione pubblica ha vinto. Così come successo sulle unioni civili. Quindi, posso dirmi fiducioso anche per le prossime battaglia.

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