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Navi dei veleni. Affari d’oro per anni nei traffici di rifiuti tossici e radioattivi

di Maria Antonia Coppola


Enzo Ciconte, storico della criminalità organizzata e fondatore della disciplina all’università di Roma Tre, non è per nulla sorpreso dal ritrovamento lungo la costa tirrenica calabrese di una nave che, con molta probabilità (la sicurezza arriverà lunedì, quando sarà ispezionata dai tecnici governativi), contiene rifiuti radioattivi provenienti dalla Norvegia. «Negli anni sono girate molte voci di navi affondate», racconta Ciconte. «Ma erano storie non supportate da prove incontrovertibili».
 
Tuttavia, per un esperto del cinismo criminale della mafia calabrese come lui – «loro fanno di tutto» – dice era fondato ritenere verosimile un’operazione di questo genere. Il relitto è stato individuato seguendo le indicazioni di un pentito della ’ndrangheta, Francesco Fonti. È stato lui stesso a rivelare agli investigatori di aver inabissato la nave facendo esplodere delle cariche a prua. Ora l’imbarcazione si trova a quasi cinquecento metri di profondità di fronte alla costa di Cetraro, nella provincia di Cosenza. Ma, secondo la confessione di Fonti, non è l’unica depositata nei fondali calabresi. Il pentito ha raccontato di aver affondato altre due imbarcazioni nelle acque calabresi.
 
Però si sente sicuro di affermare che ce ne sono almeno una trentina. Racconta che ogni qual volta gli ’ndranghetisti celebravano la riunione plenaria al santuario della Madonna di Polsi (dove ogni boss riassume l’attività svoltasi sul suo territorio), c’era qualcuno dei capibastone che rivelava l’affondamento di due/tre navi. «Io non sono assolutamente sorpreso dal fatto che i rifiuti tossici provengano dalla Norvegia, o più in generale dal Nord Europa », insiste Enzo Ciconte. «Se lei pensa che parecchi anni fa la ’ndrangheta è riuscita ad acquistare moltissimi immobili in Belgio, si rende conto di quanto estesa sia la sua attività criminale. La verità è che i traffici economici della ’ndrangheta sono dappertutto.
 
Ha ramificazioni, collocazioni, rapporti e contatti praticamente ovunque. E quindi è chiaro che qualcuno avrà avuto bisogno di smaltire questi rifiuti e hanno chiesto alla ’ndrangheta. E la ’ndrangheta l’ha fatto». La criminalità organizzata calabrese è stata capace di inserirsi a un livello molto più ampio di quello semplicemente nazionale o regionale. E se le confessioni di Fonti saranno confermate, ci troveremmo di fronte allo svelamento di «un sistema internazionale di traffici illeciti di rifiuti di cui la ’ndrangheta fa parte a tutti gli effetti». È logico che a quel punto sarebbe tutto da capire «il ruolo che essa ha effettivamente » all’interno di questa struttura, ragiona Ciconte. Ma non c’è dubbio che c’è dentro fino al collo.
 
 
Affari d’oro per anni
«Oggi abbiamo la conferma prosegue – che una delle navi indicate dal pentito esiste realmente. Questo apre uno scenario inquietante. Perché vuol dire che la ’ndrangheta in questi anni, ben al di là di quanto qualcuno pensasse, immaginasse o si fosse illuso, ha fatto affari d’oro, nella sottovalutazione totale di chi doveva capire queste cose. Naturalmente, un discorso di questo tipo, sul livello internazionale dei traffici di rifiuti tossici e radioattivi, chiama in causa direttamente i servizi segreti. È giusto domandarsi cosa hanno fatto in questi anni. Hanno dormito? Non c’erano? Si sono girati dall’altra parte, come dice Fonti? È un bel problema, questo. Perché un buco di tali dimensioni rappresenta una completa sconfessione della capacità investigativa dell’intelligence italiana».  

«Mi pare abbastanza evidente che ci sono stati pezzi di classe dirigente di altri Stati che hanno acconsentito a un’operazione di questo genere», ammonisce Ciconte. «Ma io non do la colpa a loro, io do la colpa ai nostri apparati: sono loro che non sono riusciti a proteggerci. Se ci pensiamo un attimo, è del tutto logico che Stati esteri, o meglio segmenti di Stati esteri, avessero tutto l’interesse a smaltire così questi rifiuti. Per loro, liberarsi di queste scorie era necessario. E al di là dei costi ridotti che uno smaltimento di questo tipo comporta, c’è soprattutto un prezzo (cancri, malattie, costi ambientali) che non erano disposti a pagare.
È evidente che anche in queste nazioni ci sono responsabili preposti a questi controlli. è possibile che nemmeno lì nessuno si sia accorto che questi rifiuti tossici a un certo punto sono spariti? È ammissibile che nessuno si sia chiesto dove siano andati a finire? Anche queste persone, questi pezzi di classe dirigente, hanno delle responsabilità che andrebbero accertate». Più si scava dentro la faccenda, più si pongono interrogativi drammatici. Secondo Ciconte è come se si fosse «aperto un vaso di Pandora» dentro il quale è difficile sapere cosa si può trovare. Qualcuno ha parlato di un collegamento con l’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e Ciconte crede che questa sia una strada tutta da percorrere: «Siamo solo all’inizio», avverte. «L’unico dubbio che conservo è che mettano i magistrati nelle condizioni di operare. È evidente che se il governo italiano non fornisce i soldi, i mezzi e gli strumenti necessari, la magistratura non può andare da nessuna parte. Perché trovare le navi sotto tutti quei metri d’acqua è la cosa più complicata. Senza contare che i fusti contenenti rifiuti radioattivi, se ci sono effettivamente, devono essere estratti seguendo procedure specifiche. Ci vuole quindi un intervento massiccio, moltissimi soldi. E mi domando: nelle condizioni in cui siamo, senza i fondi per far uscire le volanti dei carabinieri nella città di Roma o per pagare i poliziotti che fanno il loro dovere, riuscirà il governo italiano a trovare gli strumenti per finanziare queste indagini?».


Cosa serve alla magistratura
Tutti si augurano di sì, naturalmente. Soprattutto considerato lo scandalo che la vicenda ha suscitato nell’opinione pubblica nazionale. Ma quello che ci preme chiarire con Ciconte è l’aspetto meno trattato della vicenda. Cioè, il potere crescente che la ’ndrangheta rivela ogni volta di avere. Abbinato alla conoscenza, inversamente proporzionale, che l’Italia e i mezzi di comunicazione hanno del fenomeno. «Noi continuiamo a pagare un errore terribile degli anni passati – spiega lo storico -. La ’ndrangheta è sempre stata considerata un’organizzazione di quattro sciancati, di tamarri calabresi, che lì in fondo allo Stivale non sapevano fare altro che guardare le pecore e le capre.
 
Quindi, si diceva, se non sono in grado nemmeno di sviluppare la propria regione, vuoi che siano capaci di mettere in piedi la mafia? Il ragionamento che c’era alle spalle era questo. Un ragionamento del tutto sbagliato, stupido, che ha fatto danni enormi. Perché è chiaro che se tu hai questa concezione, non ti metti a monitorare la ’ndrangheta, a seguirla. Di conseguenza, hanno lasciato fare alle cosche quello che hanno voluto. Non solo in Italia, ma anche all’estero. E non solo sul traffico degli stupefacenti ma anche sul traffico dei rifiuti».
 
Bruno Giordano, il procuratore di Paola che sta indagando sulla vicenda, ha più volte detto che il problema del mare è solo una parte del problema complessivo dei rifiuti in Calabria. Ci sono tonnellate di rifiuti sepolti illegalmente sotto terra in vari punti del territorio.

 

fonte:Terra news

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