Quelle dune del Mingardo che così tanto evocano il leggendario Far West

Appare come un gioco di parole, arricchito da quei salti dell’immaginazione che dal nome Mingardo rimandano ai bellissimi Canyon che tagliano gole profonde, lungo il percorso del fiume. Rimbalzano alle mente le immagini di vecchi film girati in paesaggi simili a questo, dove alla foce non si scorgono copertoni di automobili usurati o resti di banchetti sparsi dappertutto,  ma mandrie di cavalli o bisonti che si abbeverano in quelle torbide acque. Queste sì, simili a quelle che il Mingardo spesso restituisce. Verrebbe da dire che ci mancano soltanto i tumultuosi galoppi di quadrupedi selvaggi. E non che l’immaginazione non li lasci intravedere. Basta spostarsi leggermente a levante, per capire che quanto si disvela agli occhi non potrebbe che essere il risultato dell’azione di quadrupedi inferociti. Dune sabbiose, come appunto quelle che la conquista del West non risparmia alla vista, vengono segate, rimodellate, spianate, sventrate, per aprire un varco a passerelle, tubolari per alcune linee elettriche ed altre tipologie di interventi, così da garantire la folta presenza di tende a baldacchino. Non si tratterà dei mitici indiani d’America? Ovviamente no. Molto più banalmente si tratta dei lidi del divertimento turistico e del guadagno stagionale. Nulla si può contro il predominio di questi fortini stanziali, il cui attraversamento appare talmente eroico da fare tremare le gambe anche ai più sprovveduti. Di fronte a questi, ogni forma di azione di civilizzazione appare impraticabile. Non è facile infatti, nella conquista del West, addottrinare gli indigeni a comportamenti ed usi che hanno il sapore di una colonizzazione. Quelle strane tende multicolore si impongono, plasmando il territorio circostante in base alla propria ed esclusiva ritualità, che vale ad esorcizzare il timore di un lungo inverno d’arsura. In barba quindi ad ogni minimo divieto di buon senso. Il Parco nazionale del Cilento, la zona Sic (di interesse comunitario) dovrebbero essere sufficienti a lasciar comprendere che intaccare quel territorio significa proprio indietreggiare nell’opera di conquista di terreni fertili. E’ come segare l’albero sul quale ci si è poggiati. Oltre che rappresentare motivo di azioni legali presumibilmente risarcitorie in maniera onerosa. Un esperto locale, che ha motivo di saperne qualcosa a riguardo, spiega che quella vegetazione dunale, su cui tanto si è discusso e che ad alcuni appare ostile, rappresenta proprio la linfa vitale che garantisce esistenza a quei territori e quindi alle attività che lì operano. Infatti questa, anche attraverso l’azione delle proprie radici, trattiene la sabbia preservando il litorale dal rischio erosivo. Come se non bastasse qualche metro a ritroso c’è un altro fortino, dal nome suggestivo, quasi a collegare questo territorio ad un’altra storia, ancora più antica di quella degli indiani d’America. Più che di storia si tratta di legenda, ovvero quella di quel Nocchiero, Palinuro, che proprio davanti alle acque di quel lido, conobbe il suo epilogo. Una strana storia che evocherebbe degli indesiderati presagi. Il lido prende il nome di Penelope, personaggio cardine di quella antica storia di Ulisse, il cui comportamento legato all’infinita attesa dell’ intrepido marinaio, per chi lo ricorda, si riflette nell’abituale scucire e ricucire la tela, così da lasciare l’opera sempre allo stesso punto, senza mai raggiungere l’obiettivo di vederla completata. Insomma un modo come un altro per assicurarsi l’allontanamento della decisione finale e definitiva. Paradossalmente sembra la storia che si ripete da molti decenni. Su questo fazzoletto di terra si sono rincorsi capitoli e paragrafi che, come flash back, fanno questo tipo di scherzetti: sopraggiunta l’illusione dell’avanzamento, patapummete, eccoti raggiunto dalla realtà dell’arretramento. Come a dire: un passo avanti per farne due indietro. La costituzione dell’ente Parco è uno degli esempi di speranza riposta nella capacità di preservare il territorio, prontamente smentita da noti fatti apparentemente imprevedibili. Insomma nei pressi di quel lido Penelope è accaduto qualcosa che altrove verrebbe definito quanto meno insolito. "Il Parco qui fece costruire dei dissuasori – spiega l’esperto -, i primi di legno immediatamente dismessi dall’intervento di qualcuno, i secondi in calcestruzzo così da funzionare come deterrente, anch’essi prontamente abbattuti". Lo scatto fotografico attuale dona la seguente immagine. Lungo quel tratto di strada, è stato aperto un varco, rompendo la barriera che divideva il manto stradale dalla pineta. Da lì si insinua un corridoio, sul cui tappeto si vedono orme di pneumatici. Molti cartelli indicano la direzione verso la meta del lido Penelope. Qualcuno, qualche notte fa, dalla zona antistante a questa ha sentito provenire rumori stordenti, sembravano -dice- rituali pagani misti a cerimoniali, accompaganti da fragori tumultuosi.  Qualche malpensante ha creduto che da un momento all’altro potesse cogliere di sorpresa una mandria di bisonti.