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	<title>Orazio Ruocco | Giornale del Cilento</title>
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	<description>Notizie dal Cilento. News, Cronaca, Turismo e Territorio</description>
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		<title>L&#8217;emorragia infinita del Cilento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Feb 2024 14:22:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
		<category><![CDATA[cilento]]></category>
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<p>La maggior parte delle nuove generazioni non conosce, o forse ha preferito dimenticare, lo sradicamento massiccio e cinico che ha lacerato, nel primo secolo dell&#8217;Unità d&#8217;Italia Camerota, e, nello specifico, i nostri piccoli borghi e le nostre comunità del Cilento. L’emigrazione non era mai un viaggio di piacere. Si partiva spesso con un miraggio, ma senza una reale prospettiva. Non si sapeva se, e quando, si sarebbe tornati, né se il sogno “mericano” sarebbe mai diventato realtà.</p>



<p>Un’emigrazione di lunga gittata, dunque, e per ciò solo, dura, durissima. Storie di sofferenza rimaste anonime, nell’ombra, dileguatesi nel vortice trituratore dello scorrere incessante del tempo, quel tempo che tutto distrugge, tutto annienta. Restano le lettere e le foto degli emigranti a testimoniare i sentimenti più disparati, tutti declinati sull’unica nota del dolore: il senso di smarrimento, di abbandono, di lacerazione familiare, di dura fatica. E poi la nostalgia, che i nostri emigranti in Brasile preferivano esprimere col termine portoghese di “saudade”, ritenendolo più appropriato, più intimo, più incisivo e penetrante nella rappresentazione genuina di un stato d’animo unico, nuovo, mai sperimentato prima nel corso della vita.</p>



<p>La nostalgia, che l’etimo greco ci rende mirabilmente nel significato di “dolore del ritorno”, era il sentimento più diffuso, quello dominante. Un sentimento che si abbeverava del bisogno di sentire ancora il vernacolo di casa, parole e modi di dire che definivano un’identità che non si voleva smarrire, e che, anzi, si era fieri di ostentare.</p>



<p>Nel dialetto Camerotano entrò, quasi con un atto di imperio, un termine, un lemma, mai sentito prima, assolutamente estraneo alla cultura camerotana, senza alcuna storia o tradizione locale: “musiù”. Di più che sospetta e contorta derivazione francese (“monsieur”), musiù non era proprio un complimento. A Caracas venivano chiamati musiù, che nello spagnolo parlato in Venezuela significa “straniero”, gli emigranti di razza bianca, originari di paesi non ispanici. Un’ingenua, blanda, non si sa quanto effettivamente emarginante, discriminazione verbale a carico dei nostri emigranti.</p>



<p>Ma un secolo di emigrazione ha creato un profondo legame con quel paese. Nella frazione Marina, quella maggiormente tributaria del flusso migratorio, sono più che evidenti ed eloquenti i segni di questo rapporto socio-culturale-affettivo. A Marina esistono due monumenti: uno, che non manca mai, quello ai propri caduti, fatto edificare però proprio dai primi &#8220;musiù&#8221; emigrati a Caracas, per ricordare i fratelli meno fortunati; e l&#8217;altro a Simon Bolìvar, El Libertador de Venezuela. Vi è un solo cinematografo, ed è intitolato a Bolìvar. Ma a donare nuova linfa vitale al cordone ombelicale che, storicamente, teneva in simbiosi i due paesi, fu un ultimo tributo di riconoscenza che la frazione Marina volle dedicare al paese Sudamericano.</p>



<p>Il Consiglio Comunale, il 29 Maggio 1956, su specifica richiesta dei cittadini di Marina, intitolò la via principale della frazione a Simon Bolivar. Chiara e ben precisa la motivazione:&#8221; In segno di riconoscenza a quella terra lontana, il Venezuela, dove tanti figli Marinari avevano trovato fortuna&#8221;.<br>Ma quella fortuna, i Camerotani, volevano goderla al loro paese natìo, perché, partendo, un giorno<br>&#8221; … il cuore no, non l&#8217;ho portato,<br>nella valigia non c&#8217;è entrato.<br>Troppa pena aveva a partire,<br>oltre il mare non vuole venire.<br>Lui resta fedele, come un cane,<br>nella terra che non mi dà pane.|<br>(da &#8220;Il treno degli emigranti&#8221; di Gianni<br>Rodari.)</p>



<p>Un&#8217;emigrazione infinita dunque, che, oggi, pare non contempli più nemmeno un ritorno nel Cilento che, negli ultimi sessant&#8217;anni, ha perduto definitivamente oltre cinquantamila unità della propria popolazione. La nostalgia della nostra terra non sembra più un sentimento che appartenga alle nuove generazioni. Non è una questione di &#8220;appeal&#8221; smarrito dei nostri paesi, il cui fascino non è in dicussione. Ma il nuovo &#8220;urbanesimo&#8221; esercita una forza di attrazione verso le città che annienta qualsiasi sentimento o proposito del ritorno. Questo perché l&#8221;80% della ricchezza mondiale viene prodotta nelle città.<br>La nuova urbanizzazione è, ormai di fatto, uno dei nuovi &#8220;megatrend&#8221; del ventunesimo secolo.</p>
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		<title>Il dramma di una generazione</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/terza-pagina-il-dramma-di-una-generazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Oct 2023 15:33:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
		<category><![CDATA[castellabate]]></category>
		<category><![CDATA[parco del cilento]]></category>
		<category><![CDATA[vallo di diano]]></category>
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					<description><![CDATA[É il dramma della mia generazione, che era stata educata e preparata per un mondo che, di lì a poco, si sarebbe sgretolato, fino a svanire totalmente. Abbiamo vissuto sulla [...]]]></description>
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<p>É il dramma della mia generazione, che era stata educata e preparata per un mondo che, di lì a poco, si sarebbe sgretolato, fino a svanire totalmente. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle il fenomeno della, cosiddetta, accelerazione storica. Quello che è accaduto negli ultimi 50 anni, non è accaduto nei 3-4 secoli precedenti. Cultura, costumi, valori, modi di pensare, rapporti umani, sociali e familiari, modalità di svolgimento del lavoro. Tutto stravolto! Un vero uragano che si è abbattuto sulla nostra vita, trasformandoci in soggetti continuamente adattati ai nuovi modelli di vita che si sono rapidamente affermati.</p>



<p>La mia generazione affonda profondamente i propri piedi in un mondo che, oggi, appare irreale a chi viene raccontato. Analfabetismo, &#8220;u zu peppe&#8221;, il peccato mortale, sì! proprio quello che portava per direttissima all&#8217;inferno, l&#8217;ubbidienza incondizionata ai genitori e a quelli più grandi di noi, il latino (che, ricordo ai più, si studiava già dalla prima media), le poesie mandate a memoria, le tabelline, l&#8217;Essere parmenideo, la Rivoluzione Francese. A cosa è servito tutto questo davanti all&#8217;avanzata travolgente della scienza e della tecnologia, che lo ha letteralmente svuotato di senso, di valore e di contenuti?</p>



<p>Siamo stati dei rottami precoci di una società con la quale siamo riusciti sempre meno a relazionarci. Esodati esistenziali del ventunesimo secolo. Oggi viviamo la nostra solitudine culturale e umana con rassegnazione. Noi siamo quelli, non del secolo precedente, ma dei secoli precedenti. Apparteniamo ad un piccolo mondo antico che si sta rimpicciolendo sempre più. Ma la cosa che più mi rattrista, è che tutto questo sta avvenendo nel più assoluto anonimato. Mi sembra che la mia generazione non lascerà nulla in eredità alle nuove. Passeremo inosservati nel fluire del tempo che ci è stato assegnato.</p>
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		<title>La magia delle parole: la necessità di scrivere e condividere il proprio mondo</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/la-magia-delle-parole-la-necessita-di-scrivere-e-condividere-il-proprio-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jul 2023 14:55:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<category><![CDATA[cilento]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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<p>Mi capita, per fortuna del lettore, solo qualche volta, di scrivere un articolo su questo Giornale che, generosamente, lo accoglie fra le sue interessantissime pagine. E, puntuale, ad ogni occasione, ritorna, quasi istintiva, la domanda:&#8221;Scrivere… Ma perché? E poi per chi? E, soprattutto, che senso ha?&#8221;<br>Qual è la molla che spinge un uomo, una donna, a parlare di sé, dei propri sentimenti, a mettersi a nudo, a togliere i veli che pudicamente occultano il proprio mondo interiore, quanto forse ha di più intimo, per darlo, temerariamente, in pasto a chi nemmeno si conosce, si immagina. Perché un viaggio introspettivo, personalissimo, deve qualche volta concludersi con un fedele resoconto, una cronaca pubblica, un racconto più o meno colorito di stati d&#8217;animo, emozioni, idee, convincimenti, passioni, amori?<br>La prima ragione, quella che, direi, quasi spontaneamente per prima si affaccia nella mente delle persone, è la vanità. Molti pensano che chi scrive faccia lo &#8220;snob&#8221;; che uno possa farlo soltanto per darsi una raffinata e presuntuosa visibilità, quando invece l&#8217;indifferenza e lo scherno sono impietosamente in agguato, dietro l&#8217;angolo. Chi scrive sa bene che questo pericolo esiste, che è concreto; incombe duramente sulla sua persona e su quanto esprime.</p>



<p>Credo che per ciascuno di noi, e sicuramente per me, scrivere nasca dall&#8217;impellente bisogno di dire qualcosa che si serba dentro e che, ad un certo punto, non si riesce più a trattenere e a tacere. È un&#8217;urgente premura di dare corpo a parole che si accavallano e si sovrappongono nella fretta di tuffarsi nel candore bianco del foglio. C&#8217;è voglia di raccontarsi senza veli, con sincerità, sfidando anche la censura dell&#8217;ipocrisia, per consegnarsi, alla fine, indifesi, quasi in segno di resa, all&#8217;occasionale lettore, chiedendo soltanto condivisione di sentimenti.</p>



<p>Ma scrivere, secondo quanto diceva Foscolo, è anche un&#8217;illusione. Si scrive sperando di lasciare una traccia di sé, qualcosa che gli possa sopravvivere. Si scrive per dire quello che poi conta veramente nella propria vita. Per tentare di colmare un vuoto, per farsi capire trovando le parole giuste, adatte, quelle che maggiormente potranno penetrare nel cuore di chi legge. Per non lasciare che il tempo, con la freddezza del vento che corre, cancelli i ricordi e semini oblio detro di te.</p>



<p>Scrivo perché le parole danno un senso a quello che vivo e percepisco nel rapporto con gli altri e con ciò che mi circonda. Mi consentono di ritrovare il filo smarrito della mia esistenza. Aggiungono qualcosa di impensato, inimmaginato al rompicapo della mia vita. Anche quando sprizzano collera, delusione o dolore. Anche quando spesso, rileggendole, mi deludono, perché non rispecchiano il mio stato d&#8217;animo, o si rivelano insufficienti ad esprimere quanto pulsa vigorosamente dentro di me. E anche quando, forse a ragione nessuno ha voglia di leggerle e ascoltarle!</p>



<h2 class="wp-block-heading"><a href="https://www.giornaledelcilento.it/author/orazio-ruocco/">Tutti gli articoli di Orazio Ruocco</a></h2>
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		<title>Alle radici del carme Kamaratòn</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/alle-radici-del-carme-kamaraton/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 May 2023 14:46:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Camerota]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;opera più significativa di Berardino Rota sono le &#8220;14 Egloghe Pescatorie&#8221;, che costituiscono davvero uno dei primissimi esempi dell&#8217;egloghistica piscatoria meridionale.Ma, per capire meglio, cerchiamo di spiegarci che cos&#8217;è una [...]]]></description>
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<p>L&#8217;opera più significativa di Berardino Rota sono le &#8220;14 Egloghe Pescatorie&#8221;, che costituiscono davvero uno dei primissimi esempi dell&#8217;egloghistica piscatoria meridionale.<br>Ma, per capire meglio, cerchiamo di spiegarci che cos&#8217;è una &#8220;Egloga&#8221;. La parola viene dal greco &#8220;ἐκλογή&#8221; che significa letteralmente &#8220;scelta&#8221;. Nello specifico, e più compiutamente, poi, egloga sta indicare i &#8220;versi scelti&#8221;, scelti non perché l&#8217;autore li stimasse &#8220;eletti&#8221;, i migliori, ma perché li selezionava tra i molti da dare alla luce. E forse , poiché i componimenti &#8220;brevi&#8221; vengono solitamente molto apprezzati proprio per il pregio della loro brevità, le Egloghe vennero anche definite, i &#8220;Brevi&#8221;.</p>



<p>Le Egloghe classiche avevano come tema esclusivo la campagna e celebravano la vita agreste e pastorale. Famosissime sono le Bucoliche&#8221; di Virgilio. Nel 500, però, le Egloghe subiscono un radicale cambiamento nella cultura napoletana. L&#8217;invenzione risale alle &#8220;Piscatoriae&#8221; latine del Sannazzaro, in cui il poeta partenopeo traspose ai pastori, protagonisti dell&#8217;Arcadia, i pescatori, ambientandole nella spiaggia di Mergellina e nei dintorni.</p>



<p>Divenne, così, l’ &#8220;inventor generis&#8221; della poesia piscatoria. A tal proposito, ci conforta anche Ludovico Ariosto, che così afferna nella sua opera più famosa:<br>​ &#8220;Jacobo Sannazar, ch’a le camene (1]<br>Lasciar fa i monti ed abitar l’arene&#8221;.<br>(Orlando Furioso, XLV 17)</p>



<p>L’estensione dal mondo pastorale al mondo dei pescatori, quindi, si ebbe con le cinque egloghe (Piscatoriae) del Sannazzaro. Cosicché l&#8217;Egloga Pescatoria è da considerarsi un genere letterario tipicamente napoletano, che, come detto, trova i suoi momenti migliori nell&#8217;ambientazione marina, e nel canto delle isole di Ischia, Nisida e Procida che, animandosi, assumono i connotati di &#8220;Ninfe marine&#8221;.<br>Sul suo solco letterario innestò le sue opere Berardino Rota, che ne promosse la ripresa in lingua volgare.</p>



<p>Tutto quanto precede ci aiuta, dunque, a capire meglio il canto &#8220;Kamaraton&#8221; che tutti conosciamo. Il fascino della ninfa ha ispirato, infatti, Berardino Rota che le ha dedicato un canto nel suo “libro delle selve” o Metamorfosi. La roccia sulla quale oggi sorge il borgo di Camerota è la bellissima ninfa Kamaratòn, pietrificata dalla dea Venere per non aver ricambiato l’amore di Palinuro, il nocchiero di Enea. È qui spiegato, dunque, l&#8217;humus letterario, e la sua ambientazione marina, su cui si fonda e si svolge il canto Kamaratòn.</p>



<p>Nota (1) &#8211; Le Camene sono antiche Ninfe latine, protettrice del bosco e della natura.</p>
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		<title>«Con&#8230; tanti saluti!»</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/con-tanti-saluti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 13:44:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[Daremo veramente l&#8217;addio alle monete e alle banconote? Dopo tanti secoli, veramente ci accorgiamo solo ora essere fonte di malcostume ed evasione fiscale? Affrontare il tema, esclusivamente, da un punto [...]]]></description>
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<p>Daremo veramente l&#8217;addio alle monete e alle banconote? Dopo tanti secoli, veramente ci accorgiamo solo ora essere fonte di malcostume ed evasione fiscale? Affrontare il tema, esclusivamente, da un punto di vista ideologico, è riduttivo e fuorviante. Si rischia di giungere ad una soluzione manichea, fideistica, troppo netta in un senso o nell&#8217;altra. </p>



<p>Ma stiamo ai fatti. Uno studio della Banca d’Italia dell&#8217;Ottobre 2021, ha evidenziato che un aumento dell’1% delle transazioni in contanti, ha portato ad un aumento tra lo 0,8 e l’1,8% dell’economia sommersa. In sintesi, innalzare la soglia dei pagamenti, fa crescere le transazioni in nero, e quindi l&#8217;evasione fiscale.</p>



<p>Di contro, da un&#8217;analisi del Centro studi di Unimpresa (Milano Finanza del 28/10/2022), emerge che in corrispondenza della soglia più alta del tetto al contante, 5.000 euro, fissata per l&#8217;anno 2010, si registra il livello più basso di evasione fiscale mai registrata in 10 anni, pari a 83 mld. Addirittura Unimpresa certifica che il livello massimo di evasione, con picchi superiori a 109 miliardi, si è registrato nel periodo che va dal 2012 al 2014, quando la soglia massima per i pagamenti cash era stata abbassata a 1.000 euro. </p>



<p>Questi dati, non consentirebbero, quindi, di stabilire alcun nesso causale tra i livelli di utilizzo del denaro e l&#8217;ammontare del gettito tributario sottratto all&#8217;amministrazione finanziaria annualmente.<br>Questi studi sono solo alcuni, ma ne esistono tanti altri, a fronte dei quali non vi è alcuna certezza. E se anche si vuol stabilire una certa correlazione tra tetto contante e fenomeno evasivo, nessun studio è in grado di rivelare quale soglia al tetto sarebbe la più adatta per bilanciare i benefici della misura con i suoi costi, sociali e non solo.</p>



<p>L&#8217;uso della moneta elettronica ha un suo costo, gli aggi bancari, che gravano sugli utilizzatori. È stato stimato che un POS impatta per circa il 2% sul guadagno effettivo di un’attività, mentre i costi complessivi variano notevolmente se si considera che vanno da 460 a 9.180 euro.</p>



<p>A tal proposito, singolare è il caso dei Tabaccai per i quali l&#8217;Agenzia delle Dogane e Monopoli, con Circolare del 25 Ottobre u.s., ha soppresso l&#8217;obbligo ad accettare i pagamenti elettronici “in relazione all’attività di vendita di generi di monopolio, di valori postali e valori bollati”. Dunque, marche da bollo, francobolli, sigarette, ma anche gratta e vinci potranno essere pagati in contanti. Questo perché trattasi di beni e servizi a marginalità fissa sui quali il costo degli aggi bancari non avrebbe consentito di realizzare una redditività accettabile.</p>



<p>E in Europa, come si regolano gli altri Paesi? A scorrere l&#8217;elenco di coloro che non pongono alcun limite all&#8217;utilizzo del contante si resta alquanto sbalorditi. Sono nove, e tra questi spiccano i nomi di Germania, Olanda, Austria, e Irlanda. In Germania pare proprio che amino il contante. I più strenui ed efficaci difensori dei contanti sono i tedeschi, che pagano in bigliettoni. circa l’80% degli acquisti. (Cfr.ilrisparmiotradito.it).</p>



<p>Ma al di là di questa scelta netta pro contante, che non necessariamente deve assurgere a modello da imitare, altrettanta moderazione e cautela occorre adottare nei giudizi valutativi dell&#8217;utilizzo del contante. Altrimenti si rischiano le aberrazioni ben sintetizzate da una vecchia e buffa storiella, da prendere come tale, e nulla di più, ma che nasconde una sottile e plausibile verità.</p>



<p>Ecco la storiella: &#8220;Un ricco turista in visita nella zona entra in paese, si ferma al motel, e mette sul banco un biglietto da 100 dollari dicendo che vuole esaminare le stanze di sopra per sceglierne una per la notte.<br>Appena il turista sale le scale, il proprietario del motel afferra la banconota e si precipita a pagare il proprio debito col macellaio. Il macellaio prende i 100 dollari e si precipita a saldare il proprio debito con l’allevatore di maiali. L’allevatore di maiali prende i 100 dollari e si dirige a pagare il debito che ha verso il proprio fornitore, la Cooperativa agricola. Il ragazzo della Cooperativa agricola prende i 100 dollari e corre a pagare il debito che ha con la prostituta del paese, che a sua volta sta passando momenti difficili ed è stata costretta ad offrire i propri “servizi ” a credito&#8221;. La prostituta, poi si precipita al motel e rimborsa il debito che ha col proprietario, per l’utilizzo di una stanza. Il proprietario del motel, infine, prende la banconota da 100 dollari e la rimette sul banco, in modo che il ricco turista non si accorga di nulla.</p>



<p>In quel momento il turista scende le scale, dice che le stanze non lo soddisfano, si riprende la banconota da 100 dollari e lascia il paese. Nessuno ha prodotto alcunché. Nessuno ha guadagnato alcunché. Ma il fisco, nel caso di operazioni tracciate, potrebbe accertare, per il &#8220;gioco&#8221; delle presunzioni gravi, precise e concordanti, operazioni imponibili sottratte al fisco (cosiddetta economia sommersa) a carico di tutti gli attori. Senza contare che le uniche a guadagnare sarebbero le Banche che, per ogni pagamento elettronico, lucrerebbero 1,20 euro.</p>



<p>In definitiva, non demonizziamo il denaro cash. Ci invita a farlo nel suo opuscolo &#8220;La Banca d&#8217;Italia. Funzioni e obiettivi&#8221;(su Il Fatto Quotidiano del 11/6/2018) che merita decisamente qualche citazione. In particolare leggiamo a pag.30 che esso &#8220;è l&#8217;unico mezzo di pagamento ad aver corso legale. Il suo impiego è gratuito e anonimo, e la riservatezza viene garantita. Il contante può essere usato in casi di emergenza, ad esempio, se le apparecchiature per i pagamenti con le carte non funzionano, o se ne sono stati superati i limiti di utilizzo&#8221;. Inoltre il contante &#8220;può essere utilizzato come riserva di valore&#8221;.</p>
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		<title>Quella linea sottile e immaginaria</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/quella-linea-sottile-e-immaginaria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jun 2021 11:04:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Era destino&#8221;, oppure, &#8220;Era il suo destino&#8221;. Quante volte abbiamo ascoltato, o abbiamo pronunciato noi stessi, queste frasi con aria fatalistica?. In fondo, pensiamo anche noi che, se la nostra [...]]]></description>
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<p>&#8220;Era destino&#8221;, oppure, &#8220;Era il suo destino&#8221;. Quante volte abbiamo ascoltato, o abbiamo pronunciato noi stessi, queste frasi con aria fatalistica?. In fondo, pensiamo anche noi che, se la nostra vita è andata così, è grazie e soprattutto al&nbsp;destino, quella linea invisibile, ma segnata e tracciata, lungo la quale si dipana, come un canovaccio già scritto, la nostra esistenza.<br><br>Se riflettiamo, mentre viviamo giorno dopo giorno la nostra quotidianità, non ci rendiamo conto di questa ineffabile, misteriosa e insondabile regia della cui presenza dubitiamo perché, effettivamente, siamo noi che ogni volta assumiamo le decisioni del caso, e quindi a scegliere il nostro presente. Salvo poi a ricrederci, ma quando tutto è già avvenuto, quando ci troviamo a guardare indietro, e fatalisticamente accettare quanto accaduto con la solita espressione: ” Beh….se è andata così, sarà stato destino&#8221;. È curioso, ma è così. Del destino abbiamo la percezione soltanto &#8220;ex post&#8221;, dopo, mai prima.<br><br>Ma allora, domandiamoci: il destino esiste? Esiste quella forza occulta che ci spinge ad agire e decidere in un determinato modo? Se diamo ascolto agli Stoici, scuola filosofica nata in Grecia intorno al IV sec a. C., è proprio in ragione di questa forza che ogni evento, ogni accadimento della vita ci appare inevitabile.<br><br>Spinoza (1632-1677) ritiene altrettanto ineludibile ogni cosa, ma tutto esiste per una ragione superiore, e la libertà dell&#8217;uomo è solo quella di affrontare il destino con un&#8217;unica certezza: tutto accade per un motivo superiore che egli non può capire.<br><br>Di tutt&#8217;altro parere è Friedrich Nietzsche &nbsp;(1844-1900), per il quale il fato non esiste, e la vita non ha un senso dato da una Entità Superiore. La vita è soltanto un enorme caos nel quale l&#8217;uomo deve cercare di districarsi da solo con la propria volontà, con le proprie scelte e decisioni, le uniche capaci di dare un senso personale a questo caos e alla propria vita.<br>&nbsp; <br>Di tutt&#8217;altro parere Hegel (1770-1831) per il quale, se un individuo compie una determinata azione, convinto che ad ispirarla siano la sua passione e la sua volontà, comunque egli non sa che la sua azione è già prevista e inquadrata in un disegno totale, in una necessità insieme storica e trascendente. Più si afferma l’individualità del libero agire, più si realizza la necessità superiore.<br><br>L’esistenza del destino, pertanto,&nbsp;non può essere provata con certezza, e rimane un concetto misterioso, che, singolarmente, qualcuno sente di percepire, e qualcun altro no. C’è chi vede e sente gli effetti del “vento” sui rami della propria vita, e chi no. Ma con, o senza, destino, in ogni caso, la libertà piena ed assoluta di controllare la propria vita forse non la può possedere nessuno. O sì? È possibile dare credito alla locuzione latina &#8220;Homo faber est fotunae suae&#8221;(L&#8217;uomo è artefice del proprio destino?). Se nel&nbsp;Medioevo&nbsp;si riteneva che l&#8217;uomo fosse completamente succube del destino, nel Rinascimento gli viene conferita la possibilità di agire e di non soccombere ad una realtà già predeterminata.<br><br>Insomma, il dilemma persiste. Una vera dicotomia: &#8220;Era destino&#8221;? Oppure :&#8221;Se l&#8217;è cercata!&#8221;. Chissà!<br><br><em><strong>N.B. In foto la copertina del libro &#8220;Sarà il destino a decidere&#8221; di Tommaso Tentarelli (Mondadori)<br></strong></em><br></p>
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		<title>Ci risiamo&#8230; ma ha ancora un senso?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/ci-risiamo-ma-ha-ancora-un-senso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Dec 2019 16:57:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Camerota]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[Sta per completarsi quello che i nostri nonni vivevano come il soave, dolce periodo prenatalizio vissuto in un’atmosfera del tutto speciale, magico, che, nel bene e nel male, diffondeva su [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sta per completarsi quello che i nostri nonni vivevano come il soave, dolce periodo prenatalizio vissuto in un’atmosfera del tutto speciale, magico, che, nel bene e nel male, diffondeva su tutto e su tutti un’impercettibile, evanescente, dorata polvere di stelle. Era un clima contrassegnato da uno stato d’animo contemplativo, di serenità, nel quale ogni fatto, ogni gesto assumeva una sua modesta, oggi solo nel ricordo, attraente ritualità. Erano giorni che si dipingevano di una tinta tenue, delicata, festosa, e di una gioia misurata, senza eccessi, che, forse, restituivano ancora una volta anche agli adulti la capacità di rappresentarsi il mondo e la vita con quel tocco di sogno tipico dei bambini.<br />
Ogni giorno sembrava avere un rituale entro cui si esprimeva il ritmo del tempo dell’attesa. Le note dei canti natalizi provati e riprovati nella penombra della chiesa; la letterina di Natale di noi ragazzi piena di volenterose promesse quasi sempre disattese. L’umido e verde muschio per il presepe; l’abete o il ginepro da tagliare per l’albero di Natale; le serate delle due novene (Immacolata e Natale) addolcite dalla solennità dei canti del “Tota pulchra es Maria” e del’ ”Regem venturum Dominum”.</p>
<p>L’affaccendarsi nei vicoli tipico dei giorni immediatamente precedenti il Natale. L’accensione del focarazzo con gli occhi attoniti dei bambini rivolti al cielo per seguire le faville leggere che imperiose, come brillanti stelline, salivano in cielo quasi in cerca del firmamento, mentre intorno il silenzio raccolto delle persone era proprio un sospiro dell’anima, più espressivo di una qualsiasi lauda. E poi quei sapori e quei profumi semplici ma unici del sanguinaccio; delle eleganti e saporose “pascarelle”, un vero scrigno di golosità fatte di frutta secca e cioccolata, di essenze e di aromi; e della nostra regina, di colei che possiamo senz’altro definire la primattrice della festa, la star presente su tutte le tavole: la “zeppola di Natale”. Non credo esista al mondo dolce più povero, dagli ingredienti più umili (acqua e farina), ma non per questo accessibile a tutti per la manifattura.</p>
<p>L’ingrediente fondamentale non è reperibile né facilmente, né a buon mercato, ma è frutto della saggezza, dell’esperienza e dell’amore delle mani delle nostre nonne che hanno trasmesso il loro segreto alle loro figlie e nipoti. Vi era un non so che di atavico, di antico, di sacro nella lavorazione dell’impasto, specchio fedele della durezza della vita di allora. In quei minuti di fervente opera di amalgama del bollente impasto c’è la sintesi di una vita difficile, paziente, laboriosa, quella che insegnava a tutti in modo scarno ed efficace che soltanto il sacrificio paga nella vita.</p>
<p>La forma sinuosa ed avvolgente della zeppola ricorda, con l’aiuto di un po’ di fantasia, la chiave di violino di uno spartito musicale. Ma lei è posta sul pentagramma della nostra vita. E’ quella che scandiva note dolci e armoniose, che dettava momenti di tranquillità familiare, che ispirava fantastiche emozioni e raccontava sogni fatati. Era la Cenerentola della tavola, ma, come avviene nella favola, anche lei come per incanto si tramutava nella più bella, nella più richiesta. Aveva un segreto dentro di sé. Per la nostra gente rappresentava, nel modo più piacevole e garbato, i piccoli successi della vita, quelli conseguiti quotidianamente con tenacia e fiducia in un contesto difficile e privo di grandi risorse.</p>
<p>Era delicata a tal punto da risultare vulnerabile anche ai malefìci del malocchio. Per precauzione le famiglie se ne stavano rintanate in casa, con le imposte e serrande chiuse ermeticamente, per evitare qualsiasi indesiderata visita durante la lavorazione; per metterla al riparo da sguardi e pensieri iettatori ed evitarle qualsiasi sortilegio. La preparazione delle zeppole era un rito prettamente familiare, gelosamente gestito nell’intimità di una cucina vivacemente trafficata ove ognuno aveva un compito da assolvere e tutti un ordine ben preciso: ignorare ogni eventuale e … pericoloso “toc-toc” al portone. Mi sembra di sentire ancora, ma forse è soltanto una risonanza del cuore, un’eco lontana nella mente, lo scoppiettio della legna ardente e il profumo delle bucce d’arancia e di limone che bollivano nel pentolone …</p>
<p>Capita spesso, e purtroppo peccando anche di ridondanza, di ripetere col miele della nostalgia in bocca: “Ah, il Natale di una volta!”. Sì, d&#8217;accordo, di zampognari se ne vedono e se ne sentono ancora alcuni in giro, e nelle case si allestiscono ancora il presepe e l’albero di Natale; è anche vero che il succulento cenone imbandisce ancora le tavole e che &#8221; la Befana vien sempre di notte con le scarpe tutte rotte&#8221;. Ma non s’avverte più nel cuore il calore di questa festa. E’ questo perché il Natale oggi ha perso la sua magia e la sua identità culturale. E già solo a rievocare tutta l’antica trama rituale di gesti e di preparativi si ha l’alienante sensazione di arretrare nel tempo in tutta un’altra epoca, eppure son cose d’appena l’altro ieri. Ogni ritualità, ogni gesto non è più manco “vissuto”, è solo “fatto”, così, tanto per farlo e tutto finisce ogni anno più logoro, più estraneo ai nostri sentimenti. Tutta la storia e la tradizione popolare natalizia è finita per diventare sciatto folclore. Forse era fatale che tutto ciò accadesse, perché l’uomo storicamente guarda sempre avanti. Ma è anche vero che ha una memoria da preservare e tramandare. A maggior ragione oggi che il tempo, e i mutamenti che porta con sé, durano lo spazio di un mattino, e che ogni costume, modo di vivere non fa a tempo a diventare tradizione che è già consunto, liso. Fa veramente rabbrividire un mondo senza memoria collettiva, senza radici. E’ la nostra identità a smarrirsi definitivamente.</p>
<p>E allora? E allora … quella cara, misera zeppola, così timida e discreta, ha forse un messaggio di speranza per noi. Se infatti provassimo idealmente a immergere la nostra vita nella dolcezza di quel tempo, come quando inzuppiamo la zeppola nel profumato miele, forse ci accorgeremmo che quel mondo di piccole cose cui aneliamo, fatto di semplicità, genuinità, solidarietà, non è nel nostro futuro, ma è alle nostre spalle, nel nostro umile passato. Basta voltarsi indietro.</p>
<p><strong></strong></p>
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		<title>Vietato ai minori&#8230; Espressioni e termini del passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Feb 2015 16:47:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[Anche se non necessario, ritengo comunque opportuno sgombrare il campo da qualsiasi equivoco: nessun intento volgare o abbandono al turpiloquio nel presente articolo ma soltanto un breve ed estemporaneo viaggio, mi auguro ironico e divertente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Anche se non necessario, ritengo comunque opportuno sgombrare il campo da qualsiasi equivoco: nessun intento volgare o abbandono al turpiloquio nel presente articolo ma soltanto un breve ed estemporaneo viaggio, mi auguro ironico e divertente, nella nostra cultura marinara che, quantunque modesta e spicciola, resta pur sempre la nostra cultura. <br />E s&igrave;! Perch&eacute; nella cultura di un popolo entrano pure i pittoreschi modi di dire, le locuzioni verbali, le espressioni tipiche che lo rendono unico. Sono espressioni ormai in abbandono o in disuso e ai pi&ugrave; giovani per lo pi&ugrave; ignote.<br />Le nostre vecchie generazioni, ormai andate, erano dedite soprattutto al lavoro, alla famiglia e alla preghiera. Ma per quanto miti e buone, anche loro qualche volta si adiravano e sfociavano col linguaggio nella trivialit&agrave;. E&#8217; inutile nascondercelo: gli organi genitali maschili e femminili la facevano da padrone. La pi&ugrave; comune, usata, abusata e svalutata offesa era &#8220;a fessa i mammeta&#8221;. La proferivano indistintamente uomini e donne, grandi e bambini, analfabeti e non , sindaco ed assessori. Solo il Parroco no, almeno non in pubblico. Naturalmente c&#8217;erano le varianti &#8220;chella i soreta e chella i ziata&#8221;, ma suonavano pi&ugrave; di rimando alla iniziale provocazione della mamma. Insomma &#8220;quella &#8221; della mamma era la pi&ugrave; gettonata. Sin da ragazzo mi son sempre chiesto perch&eacute; ne sono andate immuni &#8220;quella&#8221; delle mogli o delle fidanzate. Forse non suonavano bene? O forse non ferivano adeguatamente?<br />Pi&ugrave; ampio, variegato e fantasioso &egrave; l&#8217;impiego dell&#8217;organo genitale maschile: non nascondo il mio imbarazzo nel trovare un punto di partenza. E&#8217; indubbio che col termine si punta diritto a stigmatizzare un difetto. E&#8217; il caso di &#8220;cazzimbocchio&#8221;. Preme dire subito che con questa locuzione si soleva indicare un cubetto di porfido per lastricare le strade. Nel nostro dialetto per&ograve; &egrave; un&#8217;altra cosa. Se venivi , e vieni tuttora, additato con questo apiteto &egrave; un vero affronto, non tanto per il riferimento all&#8217;organo virile, ma per l&#8217;idea che intende darne. Insomma &egrave; come dire: &#8220;sei grande, grosso, ma inoffensivo, inutile, inservibile, superfluo&#8221;.<br />Molto spesso sentivamo dire anche: &#8220;Ma chi, u marito? Chillo &egrave; nu cazzone!&#8221;. Il termine &egrave; molto affine al cazzimbocchio. Se volessimo stabilire una relazione di parentela fra i due potremmo dire che sono cugini. Con cazzone infatti si intendeva un soggetto comunque grosso, ma passivo, inerte, indolente, e anche un po&#8217; sfaticato. L&#8217;esatto contrario del &#8220;Cazzinculo&#8221;, persona dalla quale bisognava ben guardarsi, da tenere alla larga. Perch&eacute;? Molto semplice. Nell&#8217;immaginario collettivo l&#8217;appellativo composto indicava un individuo che abitualmente cercava il proprio tornaconto a scapito di qualcun altro. L&#8217;idea che ci d&agrave; il termine non &egrave; quindi riferita al gran furbone ma al malcapitato di cui il &#8220;cazzinculo&#8221; abusava e al quale veniva propinata una colossale fregatura.<br />Pi&ugrave; grazioso &egrave; il diminutivo &#8220;cazzillo&#8221;, nome col quale si indicava un bambino ancora piccolo ed in quanto tale inoffensivo ed innocuo. Il termine &egrave; stato esteso anche ad un pesciolino dalla bella livrea colorata, &#8221; u cazzillo i&#8217; r&egrave;&#8221;, ma dalla carne inconsistente e insapore. E&#8217; evidente l&#8217;accostamento: il bambino ancora senza carattere e personalit&agrave; e il pesce insignificante dal punto di vista culinario.<br />Ma la traslazione del termine pi&ugrave; aerea e inspiegabile &egrave; avvenuta con un detto. Pensate. &#8220;Prendere fischi per fiaschi&#8221; &egrave; diventato.&#8221; Pigli&agrave; cazzi pe&#8217; sische&#8221;.Mah&#8230;<br />E non finisce qui. Anche un&#8217;altra parte del corpo, meno nobile dei genitali, &egrave; stata utilizzata per manifestare dispregio, antipatia, avversione per una persona: il sedere e specificamente quello femminile. Solitamente erano le donne che nei loro conciliaboli si servivano di certe espressioni per citare qualcuna che non era certo loro simpatica. Non era infrequente sentire: &#8220;Chella culo a tremoia&#8221;. Ora per capire esattamente cosa volessero veramente dire &egrave; necessaria una breve digressione. La &#8220;tremoia&#8221; non &egrave; altro che una tramoggia, cio&egrave; un grosso contenitore rotondo. largo sopra e stretto sotto. Per darvi un&#8217;idea: il contenitore dei frantoi dove venivano schiacciate le olive per fare l&#8217;olio &egrave; una tramoggia. E quindi verosimilmente un &#8220;culo a tremoia&#8221; era cos&igrave; strutturato: grasso, grosso e largo sopra i fianchi tendente leggermente a restringersi sulle cosce. Uno spettacolo non certo bello a vedersi&#8230;<br />Abbiamo raggiunto il massimo? Non credo. Perch&eacute; nella scala dei valori delle brutture penso ci sia di peggio. Mi riecheggiano ancora nelle orecchie frasi del tipo: &#8221; Se n&#8217;&egrave; vvenuta chella culo smatratato&#8230;&#8221; Ora con tutto il rispetto per &#8220;il culo a tremoia&#8221;, ma quello &#8220;smatrato&#8221; lo supera in tutte le accezioni. Volendo darne una definizione dobbiamo pensare ad un sedere smisurato, trasbordante da ogni latitudine, incontenibile, incommensurabile. Insomma qualcosa di veramente orripilante e asfissiante. Penso che con questo ci potremmo fermare. Abbiamo toccato il fondo!<br />E gli uomini? Tranquilli&#8230; facevano la loro parte. La loro attenzione era fissata sul novello sposo di turno. Dopo due o tre mesi dal matrimonio cominciavano a malignare se non spuntava la &#8220;pancetta&#8221; alla dolce mogliettina. I coniugati con prole, dall&#8217;alto della loro manifesta virilit&agrave;, certificata dalla presenza di uno o pi&ugrave; figli, con aria tronfia cominciavano a bisbigliare: &#8220;Ma nun &egrave; ca chillo &egrave; nu gallo-patana?&#8221;. L&#8217;espressione pittoresca &egrave; di per s&eacute; eloquente. Era carico dell&#8217;interessato smentirla il pi&ugrave; presto possibile. A felice evento avvenuto, il malcapitato sposino e l&#8217;intera famiglia, con l&#8217;aiuto delle &#8220;comari&#8221;, gli sms di allora, provvedevano a diffondere il pi&ugrave; velocemente possibile la notizia dell&#8217;arrivo di un beb&egrave;.<br />Ma dopo tante sconcezze, voglio per&ograve; concludere con qualcosa di grazioso. Oltre al fin troppo noto e decantato &#8220;culo a mandolino&#8221;, c&#8217;era una bella definizione che ho sentito la prima volta da mia nonna mentre parlava di una ragazza &#8220;accunciatella e bellella&#8221; : &#8220;u culo a prunella&#8221;. Ora per farcene un&#8217;idea dobbiamo considerare la prugna osservandola come se stesse in piedi, col picciolo in alto, non stesa altrimenti il sedere sarebbe obbrobrioso. Detto questo immaginate facilmente cosa volesse dire mia nonna&#8230;<br />Naturalmente questa breve carrellata di modi di dire non &egrave; esaustiva. Ce ne sono altri che ampliano il campionario e con i quali potremmo scrivere altre due paginette. Ma me ne astengo per evitare che qualcuno di voi se ne rammenti almeno uno da affibbiarmi per la prolissit&agrave; di questo scritto&#8230;</p>
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		<title>Il nostro pane quotidiano&#8230; Colazione, pranzo e cena d&#8217;altri tempi</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/13_02_2015_il_nostro_pane_quotidiano_colazione_pranzo_e_cena_d_altri_tempi_28420/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2015 16:20:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[Era un rito il solo doverlo preparare, mentre per chi era in attesa di poterlo mangiare, diventava una dolce tortura vedere la nonna o la mamma mentre con parsimonia preparava "u culuscione i pane" con olio e pomodori]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I ragazzi lo mangiavano indifferentemente a colazione, a pranzo , a merenda.&nbsp; Gli uomini e le donne se lo portavano dietro nelle loro &#8220;uscite&#8221; di lavoro. Il pane e pomodoro &egrave; una di quelle ricette che provengono da una Marina povera che doveva mettere insieme il pranzo con la cena e che, soprattutto, non doveva produrre alcun avanzo. Per i meno esigenti bastava una fettina del &#8220;viccillo&#8221; (a forma di ciambella), mentre i pi&ugrave; affamati&#8221; li vedevi con quelle lunghe fette del &#8220;tortano&#8221; (pagnotta rotonda) o col &#8220;culuscione i pane&#8221; (la parte terminale della &#8220;palata&#8221;) che facevano addirittura fatica ad addentare.<br />Oggi il &#8220;Fast Food&#8221; ha preso il sopravvento nelle nostre abitudini giornaliere scacciando immotivatamente ed ingiustamente &#8221; u pane e pummarola&#8221; dalla nostra dieta e dalla nosta storia.<br />Eppure, ad onta del suo umile rango, il pane e pomodoro richiedeva una appropriata preparazione. Ricordo con quale cura mia nonna tagliava le fette di pane, rigorosamente non quello di giornata. Ma soprattutto mi incuriosiva l&#8217;attenta distribuzione delle gocce di acqua sul pane. Una volta le ho chiesto il perch&eacute; di questa apparente insignificante tappa nella preparazione del piatto. E lei col suo tipico candore mi rispose che ci voleva &#8221; u stizzo i acqua&#8221; perch&eacute; il pane doveva diventare &#8220;&ugrave;mele,&ugrave;mele&#8221;, cio&egrave; docile ed amabile. L&igrave; per l&igrave; la spiegazione mi &egrave; sembrata alquanto banale. Ma col tempo ho capito quanto sia importante l&#8217;utilizzo e l&#8217;esatto dosaggio dell&#8217;acqua sul pane per inumidirlo, e come esso si possa riflettere in maniera piacevolmente imprevista sul risultato finale. Gi&agrave; perch&eacute; raramente, come accade invece per il pane e pomodoro, il complesso che ne viene fuori &egrave; superiore alla somma delle singole parti, dei singoli ingredienti.<br />Il pane vecchio quindi lo si bagni con l&#8217;acqua per renderlo &#8220;&ugrave;mele,&ugrave;mele&#8221;, per rendere cio&egrave; la mollica non stopposa durante la masticazione. Mentre lo bagnate provate ad immaginarvelo sotto i denti: calloso, ma non duro, morbido ma non soffice. E poi sappiate anche che l&#8217;acqua serve ad aumentare proprio la penetrazione dell&#8217;olio nella mollica che, altrimenti, diventerebbe per esso un muro quasi invalicabile. Parola di Manonna!<br />E allora fate la prova con diversi dosaggi di acqua e ve ne accorgerete. Scoprirete diversi &#8220;stili&#8221; di ammorbidimento del pane tra i quali sceglierete quello che vi soddisfa.<br />Tralascio il resto della preparazione che immagino conosciate benissimo. Ma un suggerimento per l&#8217;olio ve lo voglio dare: deve coprire tutta la superficie della fetta di pane pi&ugrave; che sufficientemente, e, a chi piace, abbondantemente.<br />E alla fine della preparazione prepariamoci a questo grande piacere della vita: mangiare il pane e pomodoro rigorosamente con le mani senza il timore di ungerle e di leccare le dita. E, come allora, godiamocelo, perch&eacute; &#8220;il pane e pomodoro &egrave; il piatto peccaminoso per eccellenza in quanto comprende e semplifica il peccato rendendolo accessibile a chiunque!&#8221;(Da Ricette Immorali di M.V. Montalban).</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Fede e superstizione a Marina: seconda parte, credenze dei fedeli e malocchio</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/04_02_2015_fede_e_superstizione_a_marina_seconda_parte_credenze_dei_fedeli_e_malocchio_28189/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2015 14:57:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[Le credenze religiose e il malocchio. Quasi la totalit&#224; della gente credeva che invidia, gelosia e rabbia potessero spostarsi da un individuo all'altro. Il sintomo principale del malocchio (l'uocchie 'nguolle) era il mal di testa]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le credenze dei fedeli in quegli anni si spingevano oltre e non ammettevano varianti nemmeno nel programma del cerimoniale di festa. Da circa sessant&#8217;anni alla messa delle 10,30 con tanto di solenne panegirico faceva seguito immediatamente la rituale processione che si dipanava per un tragitto pi&ugrave; o meno simile a quello attuale ma che in pi&ugrave; includeva la salita fino alla &#8220;Casa di san Domenico&#8221; in via Bolivar. Tra soste, batterie in pi&ugrave; punti del percorso, avveniva che la processione terminasse intorno alle ore 14,00 con la gente boccheggiante sotto il sole infuocato. <br />Ma facciamo un passo indietro, ritorniamo al 1962, al 4 Agosto. Il giovane parroco di allora, don Francesco Crispino, fiutando i venti dell&#8217;incipiente progresso che stavano per investire anche Marina, decise di spostare l&#8217;orario della processione fissandolo per le ore 17,30 (allora non c&#8217;era l&#8217;ora legale). Apriti cielo! Un putiferio generale. Nell&#8217;intimit&agrave; delle case era l&#8217;argomento del giorno:&#8221;Ma che s&#8217;&egrave; &#8216;mmise &#8216;ngape chiste !? Contra a santo Rumminico nun se v&agrave;!&#8221; E infatti nel primo pomeriggio si abbatt&egrave; sul paese una sorta di tornado. Una pioggia torrenziale a regime quasi alluvionale sferz&ograve; Marina allagando, per fortuna per non pi&ugrave; di una mezz&#8217;oretta , vicoli e strade. I proprietari delle bancarelle, che allora si posizionavano quasi esclusivamente in piazza, videro le loro merci, esposte per terra, scivolare velocemente verso la discesa della piazza fino al mare sottostante trasportate con furia dall&#8217;acqua piovana. L&#8217;ira del santo s&#8217;era compiuta! Tutto sembrava compromesso e i piani del parroco,ahim&egrave;, stravolti&#8230; Stravolti??? Accadde tutto all&#8217;improvviso come nella trama di un film nella quale il regista detta i tempi e le situazioni con abile maestria. Intorno alle 16,30 squarci di azzurro si fecero largo tra le nuvole. Davanti alla porta della chiesa la statua era gi&agrave; pronta per uscire. Il parroco con tono deciso quasi tuon&ograve;:&#8221;Gente di poca fede! Tra poco usciamo in orazione itinerante come sempre!&#8221;. Il sereno sempre pi&ugrave; imperiosamente si impadron&igrave; del cielo ed un timido sole illumin&ograve; il paese e la processione. Quel pomeriggio sembr&ograve; che il sole con la sua potenza radiosa recasse un rassicurante messaggio di approvazione di San Domenico che pi&ugrave; o meno pareva dicesse.&#8221;S&igrave;, cari figli, la processione va bene anche a quest&#8217;ora.&#8221; Giubilo del parroco, che aveva cos&igrave; rinvigorito la fede dei propri parrocchiani (almeno lo sperava&#8230;) e inferto un duro colpo alla loro coriacea superstizione, e sconforto della gente sconfitta nelle proprie posizioni.<br />Fede e superstizione coinvolgevano anche la vita attiva dei marinari. Il lavoro in mare dei nostri pescatori, &egrave; risaputo, dipendeva anche da fattori imprevedibili, spesso indipendenti dalle capacit&agrave; e dall&#8217;esperienza dei marinai e dei pescatori, E l&#8217;imponderabile pu&ograve; essere influenzato solo dal soprannaturale. La fede e la superstizione degli uomini di mare sono proverbiali da sempre e affidare un gozzo alla protezione di un santo era l&#8217;unica assicurazione contro sfortune e pericoli.. Chiamare la barca col nome del Santo protettore significava identificarla con Lui chiamandolo a condividerne la sorte. I nomi di san Domenico e Guzman si ripetevano sulle imbarcazioni che per essere distinte dovevano vedere accompagnati quei nomi con gli ordinali (San Domenico o Guzman primo, secondo,terzo,ecc.).<br />E veniamo al malocchio che merita un discorso tutto a parte. Quasi la totalit&agrave; della gente credeva che invidia, gelosia e rabbia potessero spostarsi da un individuo all&#8217;altro. Il sintomo principale del malocchio (l&#8217;uocchie &#8216;nguolle) era il mal di testa. La persona &#8220;presa ad occhio&#8221; cominciava a star male, ad agitarsi, a non dormire la notte, ad avere nausea e in certi casi anche il vomito. Ma come capire se energie malevoli avevano colpito qualcuno che da un po&#8217; si tempo lamentava acciacchi e sfortune? Semplice. C&#8217;erano una formula e un rito che donne anziane avevano appreso da una loro ava e che mettevano a disposizione di quanti li richiedessero. Era una tecnica ben precisa che serviva per riconoscere ed eliminare il malocchio. La scenette era gustosa in tutti i suoi momenti e in tutte le sue fasi e merita di essere brevemente raccontata. Ricordo ancora tutti i preparativi che precedevano la funzione, molto semplici del resto, e a zia (&#8216;Nnarella o &#8216;Ndunetta) di turno investita del gravoso compito. Si faceva sedere il malcapitato su una sedia. Dopodich&eacute; la vecchietta, in veste di santona, segnando la fronte con una serie di gesti a croce, e ripetendo una preghiera tra l&#8217;orante e il grottesco (una sorta di incomprensibile giaculatoria), cominciava a sbadigliare ripetutamente. Frattanto gli abitanti del vicolo, incuriositi, circondavano la scena formando un nutrito capannello. La bocca si apriva e comparivano solitamente non pi&ugrave; di due dentoni (le protesi dentarie erano ancora assolutamente sconosciute da queste parti e in ogni caso dal costo non alla portata di chicchessia!). Le comari intorno commentavano:&#8221;Avull&agrave;, e cumme sciata!&#8221;. Lo sbadiglio era il segno premonitore della presenza del malocchio, e pi&ugrave; la cerimoniante sbadigliava pi&ugrave; il malocchio era potente.Dopodich&eacute; una di quelle portava un bacile con acqua e una tazzina con dell&#8217;olio. La &#8220;sacerdotessa&#8221; immergeva il dito mignolo nell&#8217;olio e, mentre pronunciava l&#8217;ultima frase di quella oscura litania, lasciava cadere dal dito quattro gocce di olio a forma di croce nella bacinella. Se almeno una goccia di olio si allargava significava che c&#8217;era il malocchio, altrimenti non c&#8217;era nessuna iettatura. Partiva quindi la gara ad osservare: tutti si intrufolavano con la testa per individuare la goccia &#8220;testimonial&#8221;. &#8220;U vu ll&#8217;anno addo st&agrave;! Mamma quant&#8217;&egrave; gruosso!&#8221;, commento di un&#8217;esperta. Una volta terminato il rito l&#8217;acqua veniva dispersa per terra in un angolo del vico e con essa andava via anche il malocchio. Il rito, tra la soddisfazione generale, era terminato.<br />C&#8217;erano ancora altre pratiche e rituali dettati dalla superstizione che non si esaurivano a questi. Per esempio: il letto non doveva mai essere sistemato con i piedi rivolti verso la porta perch&eacute; &egrave; la posizione in cui stanno i morti.(Chi l&#8217;ha detto?). Quando &#8220;mozzecano i &#8216;mmane&#8221; sono in arrivo soldi.(Magari!). Si pone una moneta nelle fondamenta di una casa nuova per buon augurio.(Sar&agrave;!?). Se&#8230; Ma&#8230; Un momento&#8230; Mi si &egrave; accentuato un fastidioso mal di testa nonostante l&#8217;analgesico. Perdonatemi, vi devo lasciare perch&eacute; voglio preparare la bacinella con l&#8217;acqua e l&#8217;olio e fare una telefonata a chi so io&#8230; Sapete, non si sa mai!!!</p>
<p>Se vuoi rivedere la parte prima clicca <a href="https://www.giornaledelcilento.it/it/29_01_2015_fede_e_superstizione_a_marina_parte_prima_28054.html#.VNI2AS4rJRw">QUI</a></p>
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		<title>Fede e superstizione a Marina (PARTE PRIMA)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 14:48:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[Possiamo mettere d'accordo fede in Dio e superstizione? I nostri avi ci riuscivano perfettamente. In fondo, senza voler sconfinare nel teologico (lungi una tal pretesa!) che ci porterebbe troppo lontano e la qual cosa non rientra nelle finalit&#224; di questo articolo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Possiamo mettere d&#8217;accordo fede in Dio e superstizione? I nostri avi ci riuscivano perfettamente. In fondo, senza voler sconfinare nel teologico (lungi una tal pretesa!) che ci porterebbe troppo lontano e la qual cosa non rientra nelle finalit&agrave; di questo articolo, avere fede significa fare la volont&agrave; di Dio, sinteticamente amare il prossimo. Superstizione invece &egrave; &#8220;far fare a Dio ci&ograve; che si vuole&#8221;, quasi pretendere di imporre a Dio la propria volont&agrave;. In altri termini, la religione ha una valenza etica, la superstizione solo utilitaristica. Come si vede, messe cos&igrave; le due cose si sommano, si integrano e possono camminare di pari passo. Nella spicciola filosofia di vita dei nostri nonni probabilmente &egrave; entrato un illogico ma conveniente ragionamento di questo tipo che, sia ben chiaro, &egrave; comune a tanti popoli. Quale popolo o epoca non ha proprie credenze, tab&ugrave;, pregiudizi, usanze irrazionali? Ma naturalmente, non essendovi regole fisse che uniformino i comportamenti superstiziosi, ogni popolo li vive secondo la propria specificit&agrave; e le proprie tradizioni.<br />La superstizione &egrave; come una grande scatola magica che contiene di tutto: fortune, malocchi, disgrazie, miracoli, scongiuri. Un mondo irrazionale che &egrave; utile a comprendere le molteplici scorciatoie che l&#8217;uomo si &egrave; inventato per far fronte ai propri bisogni e alle proprie paure. Spesso la religione si &egrave; sposata e confusa con molte credenze superstiziose ed &egrave; stata vissuta a quel livello mentale. E&#8217; questo mondo che vogliamo scoprire nella nostra civilt&agrave; marinara con l&#8217;occhio benevolo di chi l&#8217;ha osservato pian piano nella propria evoluzione dalla ingenua infanzia alla critica maturit&agrave;.<br />La devozione verso Maria e San Domenico era molto sentita tanto &egrave; vero che nei giorni dell&#8217;anno in cui cadeva la loro festa i marinari si guardavano bene dal fare certi lavori come andare a pesca, fare i &#8220;libani&#8221;. Men che meno andare al mare che era ritenuta la cosa pi&ugrave; blasfema e peccaminosa. Grande era il timore che le cose trattate in quei giorni andassero a male ed enorme il terrore di poter annegare a mare. E dire che alcuni tragici eventi, sicuramente fortuiti e occasionali, rafforzavano effettivamente questa convinzione. Il popolino inconsciamente li attribuiva all&#8217;ira della Madonna o del santo.<br />Ricordo quel 6 Luglio del 1962. Per quell&#8217;occasione festiva, Madonna del Carmine, era stata invitata la banda musicale di un Istituto per ragazzi orfani, abbandonati o in difficolt&agrave;. La loro et&agrave; variava dai 10 ai 16 anni e venivano ospitati gratuitamente presso le famiglie pi&ugrave; generose di Marina. Erano ragazzi un po&#8217; sprovveduti, timidi, ingenui, bisognosi di affetto e di attenzioni. E pertanto grandi erano il calore e la simpatia che li circondava. Ma nonostante ci&ograve; l&#8217;imponderabile ebbe il sopravvento funestando quel clima di serenit&agrave; e allegria<br />Il caldo e sonnecchioso pomeriggio di quel giorno fu scosso da un improvviso allarme lanciato dalla famiglia affidataria di uno di quei ragazzi: era scomparso e da un paio d&#8217;ore non avevano pi&ugrave; sue notizie. La partecipazione dei marinari fu pronta ed immediata: part&igrave; subito una gara di solidariet&agrave;, una sorta del moderno programma &#8220;Chi l&#8217;ha visto?&#8221;. Tutti i vicoli e le spiagge furono meticolosamente setacciati. Improvvisamente una voce arriva in piazza: i suoi indumenti sono stati ritrovati sulla spiaggia della Marina delle barche. Il paese accorre tutto. I giovani pescatori approntano subito i soccorsi, un gozzo a remi con lo &#8220;specchio&#8221; per scrutare il fondale marino. Poco al largo della spiaggia la conferma: il suo corpo esanime quasi galleggia ormai irrigidito. Il dolore e lo sconforto attraversano il viso di tutti. Faticosamente i volontari tentano di metterlo a bordo ma non ci riescono. Lo portano teso come un tronco afferrandolo per un braccio ed una gamba accostato al fianco della barca. Le sue braccia sono ferme ed irrigidite come se stesse abbracciando una persona. Nel suo volto la morte ha chiaramente stampato la disperazione. Nel popolino si rafforz&ograve; ancora una volta e ancora di pi&ugrave; la convinzione che quella era &#8220;na jurnata recurdebbele&#8221;. La festa prosegu&igrave; e si concluse in un clima di mestizia e di tristezza anche perch&eacute; i responsabili dell&#8217;istituto ritennero giusto andare via immediatamente con il loro fardello di preoccupazioni.<br />E come la replica di uno spettacolo di gran successo l&#8217;anno dopo, ma il 4 Agosto, avvenne una tragedia analoga. Erano le 15.00 circa di un pomeriggio assolato con la canicola mitigata da un forte vento di ponente. Anche in questo caso la notizia si diffuse in un batter d&#8217;occhio. Di porta in porta una sola voce: &#8220;S&#8217;&egrave; &#8216;nnegato uno a Calanca!&#8221;. E tutti a correre l&agrave;, assiepati sulla &#8220;scalinatella&#8221; che portava all&#8217;arenile o sul belvedere sovrastante. Questa volta i carabinieri erano arrivati prima e nel mezzo della spiaggia gi&agrave; avevano coperto il corpo del poveretto con un lenzuolo. Il mare, quasi a simboleggiare la funesta ira del Santo, era particolarmente increspato e il vento ne accompagnava il suono dello sciabord&igrave;o delle piccole onde sugli scogli o sulla battigia. Nessuno sapeva chi fosse, fino a quando qualcuno ben informato colm&ograve; la curiosit&agrave; della gente asserendo che trattavasi di &#8220;uno ri paese i coppa&#8221;. Lo sguardo smarrito e il silenzio tombale della gente fungevano da mesto corollario a quell&#8217;ennesimo tragico evento. All&#8217;improvviso uno fra i pi&ugrave; anziani ruppe quel glaciale silenzio sentenziando con un tono quasi cantilenante :&#8221;Cheste so&#8217; jurnate recurdebbeleeeee!!!&#8221;. Era il solito ritornello sempre ripetuto e sempre confermato dal popolino con piccoli cenni di assenso del capo. Non sapemmo mai chi fosse quello sventurato, ma poco importava.</p>
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		<title>Il fatidico sì e la prima notte. Seconda parte: matrimonio e prima notte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jan 2015 15:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[A qualche settimana dal matrimonio veniva organizzata poi l'esposizione del corredo a beneficio della suocera che con spirito critico lo esaminava in ogni suo dettaglio. Persino le mutande della novella sposa andavano in mostra]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le coppie di fidanzati ufficiali, cos&igrave; formatesi, passeggiavano a testa alta per il lungomare con un unico divieto: prima del &#8220;viale dei sospiri&#8221; che costeggia il campo sportivo, pi&ugrave; isolato e perci&ograve; quasi riservato alle coppie clandestine, dovevano tornare indietro. Nelle loro passeggiate solitamente erano accompagnate da un terzo incomodo: il fratellino di lei. Il fidanzato lo mandava prima a prendere le sigarette, poi, sempre interessatamente, gli regalava qualche lira perch&eacute; andasse a comprarsi &#8220;i barchettelle&#8221;, piccole liquirizie a forma di barchetta che costavano una lira cadauna. Il fratellino a sua volta, pi&ugrave; furbo di quello che si pensasse, prolungava l&#8217;assenza in proporzione diretta con la generosit&agrave; del futuro cognato.<br />I preparativi del matrimonio prevedevano poi una tappa fondamentale: il corredo. La preparazione del corredo per la sposa era una storia che iniziava sin da bambina. Le mamme sin da quando nasceva &#8220;a figlia femmena&#8221; pensavano a preparare il corredo che poteva essere a sei, a otto, a dieci, e per i pi&ugrave; agiati a dodici&#8230; Ma di che cosa? Suvvia le lettrici sanno di cosa stiamo parlando. <br />A qualche settimana dal matrimonio veniva organizzata poi l&#8217;esposizione del corredo a beneficio della suocera che con spirito critico lo esaminava in ogni suo dettaglio. Persino le mutande della novella sposa andavano in mostra&#8230;<br />Si arrivava quindi al giorno del matrimonio, fissato solitamente in luglio o agosto, che metteva in fermento un po&#8217; tutto il paese. Anche allora , come oggi, le donne si riversavano in piazza a vedere &#8220;a zita&#8221; (forse dal greco zeukt&ograve;s, ragazza, sposa) per ammirarne l&#8217;acconciatura, il vestito e il velo. Gli sposi arrivavano in piazza, sotto una pioggia di confetti e caramelle, non con una macchina d&#8217;epoca, ma con la macchina dell&#8217;epoca: le &#8220;autocosce&#8221;, ingenua espressione del tempo che sta per dire &#8220;a piedi&#8221;. Seguiva poi il ricevimento in casa , con tanto di grammofono e orchestrina che , come il corredo, aveva una sua caratura: 1.500, 1.800, 2.000, 2.500 (&egrave; il tetto massimo che ricordo) paste. I dolci nasprati ( i case ruce) prevalevano su tutti, ma non mancavano zuppe inglesi e cannoli di pasta sfoglia, tutti farciti con creme pesanti e di non facile digestione. Camerieri improvvisati (i pap&agrave;, i fratelli, gli zii degli sposi) si aggiravano solerti in maniche di camicia nelle due o tre stanze che ospitavano gli invitati o negli spazi esterni dove sostavano in piedi i meno fortunati, offrendo con ricchi vassoi, a ripetizione, i dolci. Capitava di doverne mangiare a ufo e a sbafo, nonostante i piccoli sotterfugi messi in atto da pi&ugrave; d&#8217;uno per evitarne qualcuno, con spiacevoli conseguenze il giorno dopo violente e dolorose diarree!!!! La festa poi non era completa se non veniva allietata dall&#8217;esibizione canora di uno dei personaggi pi&ugrave; simpatici e pittoreschi del tempo, &#8220;zu &#8216;Ndonio u Sargente&#8221; che, come da copione, cantava l&#8217;unica canzone che forse sapeva completamente, &#8220;La spagnola&#8221;, s&igrave;, proprio quella che fa. &#8220;La spagnola sa amar cos&igrave;, bocca bocca la notte e il d&igrave;&#8221;.<br />Al termine delle festa gli sposi che se lo potevano permettere partivano, anche se ad ora tarda, per il viaggio di nozze. Oltre ai necessari bagagli, dovevano portare con loro anche il formale &#8220;lasciapassare&#8221; per la loro legittima prima notte, da consumare in una stanza d&#8217;albergo alla cui reception doveva essere esibito, il certificato di matrimonio rilasciato dal parroco.(Sic!)<br />Coloro che invece restavano a Marina, e soprattutto i pi&ugrave; imbranati, dovevano subire &#8220;a spia&#8221; notturna dai buontemponi che attraverso la grata della finestra &#8220;ru stiero&#8221; facevano giungere agli sposini una dolce (si fa per dire) serenata o rasserenanti incoraggiamenti alla consumazione mediante l&#8217;emissione simulata di sospiri, gemiti e sussulti. Ma nonostante ci&ograve;, avveniva (cara lettrice e caro lettore, ti avverto che ora qui, e a seguire, passiamo dalla pi&ugrave; o meno fedele cronaca al mondo dei si dice, dei &#8220;pour parler&#8221;, insomma del pettegolezzo), avveniva, dicevo, che quella prima notte si risolvesse in un colossale &#8220;flop&#8221; da addebitare ora alla &#8220;cilecca&#8221; dell&#8217;ansioso maritino, spesso anche lui alla sua prima volta, ora alla &#8220;impreparazione&#8221; della timida sposina che non agevolava&#8230;come dire&#8230; &#8220;l&#8217;ingresso di Carlo III a Madrid&#8221;.(La metafora, che non sappiamo quanto storicamente corretta, &egrave; di diretta provenienza dell&#8217;epoca). Il romantico primo incontro si trasformava quindi inevitabilmente in un forzato e pi&ugrave; pratico corso di apprendistato che presumiamo durasse qualche giorno con l&#8217;ausilio dell&#8217;amico o dell&#8217;amica fidati (ma con la bocca aperta e grazie ai quali sono usciti gli spifferi), a cui chiedere le &#8220;giuste procedure&#8221;&#8230;<br />Gli uomini-sposini che invece vantavano la perfetta riuscita di quella notte dovevano la loro scarna esperienza ad una professionista del sesso, famosa in tutto il golfo, che operava a Sapri e di nome Maria (che Dio l&#8217;abbia in gloria per le sapienti e preziose lezioni teorico-pratiche impartite a quegli sprovveduti). Alla sua &#8220;cattedra&#8221; i giovani pi&ugrave; esperti conducevano il loro amico di turno per &#8220;l&#8217;iniziazione&#8221; informandola della circostanza. Ma purtroppo nonostante le attenzioni e le precauzioni dell&#8217;operatrice la funzione aveva spesso esito infausto. Accadeva infatti che dopo qualche minuto dall&#8217;ingresso nella stanza dell&#8217;alcova meretricia, l&#8217;iniziando ne uscisse sconsolato accolto dal disappunto dei compagni.<br />&#8221; E ggi&agrave; e fatte?&#8221;.<br />&#8220;Mannaggia, nun saccie chhe m&#8217;&egrave; succiese!&#8221;, rispondeva rammaricato per l&#8217;occasione, e per i soldi, perduti.<br />Ma come tutte le (quasi) regole, anche questa aveva la sua eccezione. La fornirono una coppia di coniugi ormai anziani, dall&#8217;atteggiamento un po&#8217; pi&ugrave; spregiudicato, almeno nel linguaggio, rispetto allo standard dell&#8217;epoca, che raccontavano con disinvoltura la loro prima esperienza. La scenetta con gag &egrave; degna del miglior &#8220;Made in Sud&#8221; o del miglior &#8220;Zelig&#8221;, e vale la pena riportarla con l&#8217;aiuto della vostra fantasia. Chiusi nell&#8217;intimit&agrave; della loro stanza, lo sposino, chiss&agrave; se e quanto bluffando, richiama l&#8217;attenzione della sposina sul &#8220;grande inconveniente&#8221; cui sta per andare incontro.<br />&#8220;Mar&igrave;, a fune e longa!&#8221;.<br />E lei di rimando, non sappiamo se con aria di sfida o di rassicurazione.<br />&#8220;U&egrave;, se a fune &egrave; longa, u puzze &egrave; fute!&#8221; .<br />E anche tutto questo faceva parte della commedia della vita di allora che, storicamente, cambia copione o canovaccio nelle diverse epoche, ma che, come la nostra odierna, assume ora i tratti della farsa, ora quelli della tragedia. Questi ultimi , che sicuramente non sono mancati nella vita quotidiana di allora e che sicuramente sono stati vissuti con grande dignit&agrave; dai nostri avi, sono stati sempre volontariamente omessi nei nostri racconti perch&eacute; preferiamo narrare la loro ingenuit&agrave;, la loro bonomia, le loro stravaganze, i loro valori, insomma tutto quanto fa la loro favola, che poi a ben pensarci &#8230; &egrave; anche la nostra favola.</p>
<p><a href="https://www.giornaledelcilento.it/it/il_fatidico_si_e_la_prima_notte_prima_parte_la_ricerca_della_sposa.html#.VL53NS6PNRw">Prima Parte</a></p>
<p><a href="http://it.pinterest.com/pin/create/extension/" style="height: 20px; width: 40px; position: absolute; opacity: 0.85; z-index: 8675309; display: none; cursor: pointer; border: medium none; background-color: transparent; background-image: url(&quot;data;"></a></p>
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		<title>Il fatidico sì e la prima notte. Prima parte: la ricerca della sposa</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/il_fatidico_si_e_la_prima_notte_prima_parte_la_ricerca_della_sposa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2015 08:45:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA["Cari genitori, mi aguro prima di tutto che state bene come igualmente posso dire di me. Sapete sono alcuni giorni che ci penzo che ormai sono tre anni che mango da Marina perci&#242; a maggio che viene volessi venire per rivedervi" Comincia cos&#236; questa prima parte]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Cari genitori, mi aguro prima di tutto che state bene come igualmente posso dire di me. Sapete sono alcuni giorni che ci penzo che ormai sono tre anni che mango da Marina perci&ograve; a maggio che viene volessi venire per rivedervi . Ma c&egrave; una novit&agrave;. Stavolta mi volessi spos&agrave; con una bella guagliona e perci&ograve; vi chiedo di trovarmene una e dare parola con la sua famiglia. Vi raccomando di mandarmi una sua fodografia cos&igrave; la posso vedere. L&#8217;ultima volta che ho stato a Marina non avevo la testa a farlo e non me ne ricordo nessuna. Penso che farete una bona scelta e ne trovate una adatta a me, di bona famiglia e che non ci fria la testa. Aspetto la vostra risposta e vi abbraccio con affetto.&#8221;<br />I due genitori che hanno appena letto questo esempio ridottissimo di lettera inviata dal loro figlio dal Venezuela, in un italiano, diciamo cos&igrave;, alquanto approssimativo, si guardano negli occhi con aria interrogativa. All&#8217;improvviso avvertono che la monotonia della loro vita quotidiana &egrave; stata vigorosamente rotta da questa richiesta che li coglie un po&#8217; impreparati.<br />&#8211; &#8220;E m&ograve;?&#8221; chiede il marito alla moglie.<br />&#8211; &#8220;Ehhh m&ograve;! M&ograve; &#8216;nge &#8216;mma rara fa!&#8221;, risponde lei.<br />E&#8217; solo l&#8217;inizio di un tormentato percorso di ricerca della futura nuora e del successivo atto di assolvimento della procedura promissoria con i suoi genitori.<br />Per l&#8217;individuazione della ragazza da prescegliere dividevano idealmente Marina in una sorta di carta topografica.<br />&#8211; &#8220;Chi &#8216;nge sta l&agrave; a via Bolivar? Ma u vico luongo &#8216;nge sta pure Cenzenella (oppure Celardina, Minga, Suntulella, fate voi). I primi momenti erano una sorta di ubriacatura di nomi, una specie di gara a chi pi&ugrave; ne sa pi&ugrave; ne mette in gioco. Molto spesso questa caccia al tesoro si concludeva con un grosso diverbio fra i due genitori del tipo:<br />-&#8221; Ma che &#8216;bbai truvanne, chella &egrave; veramente bellella e accunciatella!&#8221;.<br />&#8211; &#8220;Ma a vu&ograve; mette cu chesta che &egrave; tanto graziusella quanne &#8216;nge sconta. A me chella me pare nu poco &igrave;mmutriusella&#8221;.<br />Discussioni di questo genere spesso portavano i due a bisticciare anche animatamente ed entrambi trasferivano il loro puntiglio fino al riposo notturno. Per fortuna la notte portava consiglio e la mattina seguente raggiungevano l&#8217;accordo tanto agevolmente per quanto litigiosa era stata la ricerca. Da non sottovalutare in questa operazione due variabili: la simpatia e l&#8217;amicizia che li legavano con una famiglia piuttosto che con un&#8217;altra, e in quasto caso era decisivo il loro giudizio; e poi l&#8217;eventuale presenza di due o pi&ugrave; figlie nella famiglia prescelta. In tal caso valeva una norma quasi ragionieristica che ci ricorda il metodo Fifo di valutazione delle scorte: primo entrato, primo uscito. Anche qui la prima nata era quella destinata per prima a rispondere alla richiesta di matrimonio.<br />Ma continuiamo a seguire nei loro movimenti i protagonisti della nostra storia. Di buon mattino escono di casa in direzione della famiglia destinataria &#8220;ra &#8216;mmasciata&#8221;. Sono consapevoli della gravosit&agrave; del compito assunto e impettiti camminano per strada. Incontrano qualcuna che inevitabilmente &#8220;se &#8216;mbaccia ri fatti loro&#8221;.<br />&#8211; &#8220;Add&ograve; state jenne?&#8221;<br />La nostra mamma, anche lei come al solito, non riesce a tenere il cece in bocca ,<br />&#8211; &#8220;Iamme a &#8216;ff&agrave; na &#8216;mmasciata&#8221;, &egrave; la repentina risposta resa con aria ammiccante e sostenuta.<br />&#8211; &#8220;Ah. e jatinne allora&#8221; risponde quella abbastanza soddisfatta di aver saputo e di poter riferire alla prima che incontra&#8230;<br />Quando bussano alla porta li accoglie la faccia interrogativa e imbarazzata di un componente dell&#8217;altra famiglia che si affretta a chiamare tutti. I genitori della ragazza, intuita la finalit&agrave; di quella &#8220;strana visita&#8221;, invitano gli ospiti nel salotto scusandosi, come sempre, &#8220;del disordine&#8221;.(Le scuse del disordine sono un classico tutt&#8217;oggi).&nbsp; Seguono momenti di sperticate lodi da una famiglia all&#8217;altra partendo addirittura da lontano.<br />&#8211; &#8220;U vave tuie era veramente na brava persona e era assaie amico cu tata mio&#8221;. (vave e tata sono termini diversi per indicare il nonno).<br />&#8211; &#8220;Veramente i famiglie noste s&#8217;ennu sempe stimate e vulute bene&#8221;.<br />e gi&ugrave; di l&igrave; con affettuosi convenevoli e mielosi sorrisi. e quando il clima si &egrave; sciolto definitivamente prende la parola in modo solenne e ufficiale il pap&agrave; del futuro sposo che per l&#8217;occasione sfoggia il suo incerto italiano.<br />&#8211; &#8220;Noi &#8220;emmu venute&#8221; qui per chiedere la mano di vostra figlia e bla, bla, bla&#8230;&#8221;<br />L&#8217;incontro si concludeva poi &ldquo;dandosi parola&rdquo; esprimendo cio&egrave; un impegno solenne di fidanzamento.<br />La prassi di chiedere la mano, allora abbastanza in voga, deriva dalla tradizione della civilt&agrave; romana e significava non tanto impalmare romanticamente la mano della ragazza, quanto piuttosto chiederne la potest&agrave;, la propriet&agrave;, secondo il vero significato della parola latina manus. Nel matrimonio cum manu infatti la tutela della donna passava dal padre al marito. Non era quindi la mano intesa in senso figurato, ma il potere sulla figlia. Non era la donna a decidere, ma il padre della sposa.<br />Per i giovani che invece stavano a Marina l&#8217;approccio fra i due sessi era disciplinato da una precisa regola: andare in casa. &#8220;E&#8217; gghiuto a casa&#8221; si diceva infatti di un giovanotto fidanzatosi ufficialmente, dopo mesi di corteggiamento a rispettosa distanza, dopo interminabili giornate trascorse impalato a discorrere con lei sull&#8217;uscio, la mano che sfiorava la mano, mentre la madre, seduta in cucina a rammendare, sbirciava con occhio fiscale, e qualche sospiro profondo, i movimenti delle due ombre. Sbirciando si pungeva il dito, e col dito forse anche il cuore.<br />Quella soglia segnava il confine tra la libert&agrave; e il matrimonio, tra i voli della farfalla nei prati sconfinati e la prigionia &#8220;ru cardillo&rdquo; in gabbia con &#8220;cibo&#8221; assicurato ma ripetitivo; tracciava il limite tra la possibilit&agrave; teorica di inseguire tutte le donne senza mai (a taluno capitava) possederne una, e la certezza giuridica di averne una, salvo poi a rimpiangere tutte le altre. Siccome varcare quella soglia significava compromettere la ragazza, un giovanotto perbene ci pensava cento volte prima di fare il grande passo e chiedere la sua mano, che non era un patto imperativo, intendiamoci. Tuttavia il timore dello scandalo conseguente ad una eventuale rottura, lo rendeva praticamente vincolante come il s&igrave; pronunciato in chiesa.</p>
<p>Continua&#8230;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>L&#8217;educazione sessuale. Ovvero: &#8220;Uommene e femmene esce u riavolo!&#8221;</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/l_educazione_sessuale_ovvero_uommene_e_femmene_esce_u_riavolo_1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jan 2015 08:41:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[Erano anni in cui il sesso era pi&#249; che un tab&#249; nella Marina bacchettona di allora e proporre un tema cos&#236; intimo sarebbe stato quanto meno ardito]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Seconda storia di vita cilentana, il sesso come era visto in quegli anni.<br />Questo articolo non avrebbe mai potuto vedere la luce al tempo in cui accadevano gli avvenimenti che intende raccontare. Erano anni in cui il sesso era pi&ugrave; che un tab&ugrave; nella Marina bacchettona di allora e proporre un tema cos&igrave; intimo sarebbe stato quanto meno ardito. Come si risolveva il problema? Eludendolo, sottacendolo, facendo finta che non esistesse. Non ne parlava nessuno, top secret, men che meno i genitori che, d&#8217;accordo con i preti e con gli insegnanti di religione, ci avevano confezionato la pi&ugrave; totale cecit&agrave; sull&#8217;argomento o quantomeno una gigantesca miopia. Per diradare le nebbie si era costretti ad un corso accelerato con i compagni pi&ugrave; grandi, non sempre all&#8217;altezza, che spesso davano anche notizie distorte .<br />Era il peccato per eccellenza, quello vietato dal sesto comandamento che gli anziani non riuscivano nemmeno a pronunciare correttamente. La versione pi&ugrave; diffusa fra loro era la seguente: &#8220;Non promicare&#8221;. Troppo oscuro per loro il termine &#8220;fornicare&#8221; che, pensate, ha la radice latina &#8220;fornix&#8221; che sta ad indicare un sotterraneo a volta, usuale luogo di prostituzione e meretricio. Chiss&agrave; se nelle tavole che il Signore consegn&ograve; a Mos&egrave; sul Sinai c&#8217;era proprio scolpito il verbo fornicare. In ogni caso sapevano bene cosa significasse e ne avevano terrore tanto che, come dice il sottotitolo di questo scritto, da loro stessi coniato, consideravano diabolico il rapporto uomo-donna.<br />Per i ragazzi e i giovani, alle prese con i crescenti impulsi lanciati dal testosterone, la donna era un miraggio. &#8220;Il problema pi&ugrave; importante per noi, &egrave; di avere una ragazza di sera&#8221;. E&#8217; il testo di una bella canzone di Celentano del 1964 che sintetizza molto bene le loro inquietudini. Per rubarne una visione erano costretti a soluzioni alternative e l&#8217;estate si dimostrava una loro complice ed alleata compiacente. In quegli inizi anni 60 a Lentiscelle c&#8217;era il &#8220;Club Mediterran&egrave;e&#8221; esempio primordiale di turismo all&#8217;aperto che, secondo lo spirito dei suoi fondatori, si proponeva di dare ai propri clienti uno scopo ed un luogo di felicit&agrave; liberandoli da qualsiasi vincolo. La spiaggia allora era bella, selvaggia, ancora ricca, nella parte superiore, di macchia mediterranea che la rendeva affascinante e misteriosa. Giovani ed adolescenti organizzavano piccole spedizioni verso quel luogo di &#8220;perdizione&#8221; per poter accedere finalmente alla materializzazione di un sogno. Si appostavano dietro i cespugli, come in una simbolica trincea, e attendevano frementi l&#8217;accesso in spiaggia delle sirene. Pian piano, in una crescente atmosfera di malia incantatrice, iniziavano a comparire le francesine in bikini, non so quanto succinti, ma sicuramente generosi&#8230;Oh! quanto generosi! A rendere pi&ugrave; attraente lo spettacolo ci pensava qualcuna, forse un po&#8217; pi&ugrave; giovane, che si presentava con funamboliche ed atletiche giravolte sulla candida sabbia che rendevano ancora pi&ugrave; accattivante lo scenario. Pian piano la tensione saliva, la gola si seccava, e gli occhi si aguzzavano sempre pi&ugrave;.<br />Tornati a casa nel buio della stanzetta o del bagno risolvevano le loro pulsioni con un rapido e liberatorio &#8220;fai da te&#8221; impiegando un minimo di fantasia che coinvolgeva la donna sulla quale &#8230; come dire&#8230; si lavorava. Credo che Brigitte Bardot in quel periodo abbia avuto fischi continui alle orecchie&#8230;<br />Naturalmente tutto questo era poi oggetto di confessione, momento sempre molto complicato . Negli istanti che precedevano il sacramento della riconciliazione, cosiddetto momento &#8220;dell&#8217;esame di coscienza&#8221;, ci si industriava per prepararci a raccontare le nostra colpe al confessore di turno nella sequenza e nei modi pi&ugrave; soft. Per fortuna spesso il problema lo risolvevano stesso loro , i confessori. A parte il fatto che sbrigavano tutta la faccenda fuori dal confessionale, in un intimidatorio &#8220;tu per tu&#8221; nella sacrestia o in un altarino laterale,solitamente andavano subito al dunque:<br />&#8220;Hai commesso atti impuri?&#8221;.<br />&#8220;S&igrave;&#8221;<br />&#8220;Da solo o accompagnato?&#8221;.<br />&#8220;Da solo&#8221;.<br />&#8220;Lo vedi Ges&ugrave; l&agrave; sulla croce e quella sua ferita al costato? Ogni volta che lo fai tu gliela riapri gran fetentone! Ora per penitenza reciterai tanti Pater, Ave e Gloria per quante volte hai commesso il peccato!&#8221;.<br />Ai banchi di &#8220;espiazione&#8221; poi si cercava uno sconto di pena direttamente al Signore chiedendo timidamente di poter recitare la penitenza, diciamo cos&igrave;, &#8220;in abbonamento&#8221; ( 5 Pater,Ave e Gloria), onde evitare una complicata conta e tempi troppo lunghi di contrizione.<br />Molto pi&ugrave; tormentata la vita intima delle donne sposate. Educata per scoli con un&#8217;etica che costringe il sesso nella dimensione puramente procreativa, la donna l&#8217;ha vissuto sempre con un senso di colpa, di terrore, e diventava quindi impossibile per lei vivere quell&#8217;esperienza come ricerca di s&eacute; e dell&#8217;altro. &#8220;E&#8217; a cosa cchi&ugrave; schifosa ca se p&ograve; &#8216;ff&agrave;&#8221;. E&#8217; quanto per caso, ma veramente per puro caso , mi capit&ograve; di sentire da una donna che parlava con un&#8217;amica. Non sapremo mai se ne fosse veramente convinta o se cercasse di convincersene nel momento stesso in cui lo affermava.<br />Grande poi era il loro imbarazzo quando andavano a confessarsi.Il confessionale era per loro una sorta di processo di Norimberga e la confessione un pantano fangoso di domande impertinenti che il prete si riteneva legittimato a dover fare perch&eacute; per dare l&#8217;assoluzione doveva conoscere la specie, il numero e le circostanze dei peccati commessi dalla penitente. Esse quindi si trovavano a un bivio: o rispondere e rivelare i lati pi&ugrave; nascosti della propria intimit&agrave;, o rifiutarsi e venire cos&igrave; private dell&#8217;assoluzione sacerdotale con la certezza di andare all&#8217;inferno in caso di morte! Solitamente optavano per la prima decisione e aprivano il loro cuore al confessore che, &egrave; innegabile, e forse morbosamente, andava al di l&agrave; del necessario.<br />Le vedevi sedute ai banchi della chiesa in prossimit&agrave; del confessionale nella navata san Domenico. Il velo per l&#8217;occasione copriva il loro capo pi&ugrave; abbondantemente del solito, quasi a nascondere la loro intuibile tensione.Percorrevano il breve tragitto dal banco al confessionale dissimulando l&#8217;apprensione e ostentando tranquillit&agrave;. La confessione durava dai 15 ai 20 minuti, dipendeva dalla &#8220;curiosit&agrave;&#8221; del confessore e dalla &#8220;reticenza&#8221; della penitente. Alla fine tornavano ai banchi visibilmente contrariate anche se tentavano di celare il loro stato d&#8217;animo. Erano alquanto impacciate: chi rischiava una storta alla caviglia e chi addirittura di ruzzolare per terra &#8220;&#8216;ndruppecanno&#8221; nei banchi.<br />Finch&eacute;&#8230; finch&eacute; comparve sulla scena, inaspettata, una novella Giovanna D&#8217;Arco a rompere quel clima di remissivit&agrave; e arrendevolezza. Fu in una delle tante occasioni organizzate dal parroco con la chiamata del confessore. Le confessioni si stavano svolgendo come sempre nel dovuto rispetto dell&#8217;ossequioso silenzio richiesto dal luogo sacro. Solito rituale, solito imbarazzo, solito silenzio rotto questa volta e all&#8217;improvviso dalla voce irrispettosa di una penitente che lascia il confessionale chiaramente indispettita.<br />&#8220;Kwzjyzxwkzzjyk!, stu capimbrello, wzhjkywwzzyh&#8230;! (Quelle lettere strane che vedete non sono errori di scrittura, ma rispecchiano soltanto in modo oscuro le frasi della donna che &#8220;purtroppo&#8221; non furono percepite per poter essere fedelmente qui riportate, &#8220;U capimbrello&#8221;,per&ograve;, sia ben chiaro, &egrave; autentico!).Una sua parente o amica l&#8217;accompagn&ograve; fuori &#8220;&#8216;ngoppa all&#8217;asteca ra chiesa&#8221; tentando di calmarla e di conoscere l&#8217;accaduto, mentre, dentro,lo sconcerto si diffuse rapidamente e la perplessit&agrave; segn&ograve; il viso dei presenti. Tra l&#8217;altro bisognava risolvere anche il problema del turno: a chi toccava ora? Ci fu una inusuale serie di convenevoli del tipo: &#8220;Tocca a te, tu &egrave; venuto prima i m&eacute;!&#8221;. Oppure &#8220;Ma nun te preoccup&agrave;, fa&#8217; prima tu, io pozze aspett&agrave;&#8221;. Nessuna voleva tastare il poso al confessore dopo quell&#8217;imprevisto incidente. Ma poi qualcuna finalmente si fece avanti coraggiosamente e fu premiata perch&eacute; la sua remissione dei peccati dur&ograve; soltanto cinque minuti. Il confessore, forse almeno per quel giorno, aveva capito l&#8217;antifona e riserv&ograve; poi uguale trattamento a tutte le restanti . Non sappiamo se quella prima ribellione sia da considerarsi storica o il punto di svolta. Certamente fu il primo segno evidente di rigetto di quella continua &#8220;invasione di campo&#8221; non pi&ugrave; tollerabile.<br />Gli uomini da parte loro dimostravano tutti i propri limiti in materia. La maggior parte di essi era assolutamente inesperta su come &#8220;trattare&#8221; le donne. Essi le avvicinavano in modo errato giacch&eacute; pensavano che per le donne valessero gli stessi stimoli psicologici o di altra natura che servivano per gli uomini. Non era colpa loro ma del mistero morboso col quale per secoli era stata ammantata tutta la loro educazione sul tema.<br />A differenza delle donne praticavano poco i sacramenti ma non perch&eacute; fossero dei miscredenti. Purtroppo quel benedetto sesto comandamento era troppo difficile da rispettare e tra l&#8217;Inferno e qualche minuto di dolce passione preferivano rischiare la pena eterna&#8230; Forse per questo loro atteggiamento fu istituito nel periodo della Quaresima il precetto pasquale riservato ai soli uomini, pratica che non si riscontra facilmente presso altre comunit&agrave;. Il parroco, preoccupato per le anime dei propri parrocchiani, nella settimana santa inviava &#8221; u prericatore&#8221;, in veste di buon Pastore, alla ricerca delle pecorelle smarrite, presso i due o tre bar allora esistenti o al lungomare dove vecchi tubolari e fatiscenti muretti offrivano agli uomini un precario appoggio per le loro soste e conversazioni.<br />&#8220;Vi aspetto stasera per il sacramento della riconciliazione e dell&#8217;eucarestia, cari fratelli&#8221;.Era l&#8217;invito cortese e conciliante rivolto al primo gruppetto di uomini. Frattanto quattro che giocavano a carte nel bar poco pi&ugrave; in l&agrave; commentavano:<br />&#8221; Uvulloco, mo &#8216;nge fotte pure a nuie!&#8221;.<br />Detto,fatto! &#8220;Aspetto anche voi fratelli&#8230;&#8221;.<br />Questi inviti bonari facevano sparire d&#8217;incanto tutta la loro apparente riottosit&agrave; e come dei soldati chiamati alla coscrizione obbligatoria pronunciavano docili il loro s&igrave; di assenso e si presentavano tutti alla confessione e al successivo rito della santa messa. In cambio di una cos&igrave; numerosa partecipazione, il predicatore distribuiva confessioni rapide ed assolutorie per tutti. C&#8217;era per&ograve; un problema: l&#8217;Atto di dolore. Non lo sapeva nessuno! Cosicch&eacute; con lo sconto di pena veniva quindi applicato anche l&#8217;abbuono dell&#8217;atto di dolore&#8230;Oggi lo definiremmo un vero e proprio trattamento di favore!<br />Quella sera a Marina tutti dormivano beatamente e nella grazia del Signore: il Paradiso aleggiava celeste su tutti i fedeli &#8220;cunfessate e cummunecate&#8221;. Purtroppo per&ograve; solo fino alla successiva trasgressione del comandamento che temiamo sia accaduta abbastanza presto in una delle notti seguenti&#8230;<br />Quel Paradiso che invece sembrava non abbandonare mai le ragazze. La loro educazione era mirata a prepararle a diventare mogli e madri. Persino la scuola media, che nell&#8217;anno scolastico 1961/62 divent&ograve; obbligatoria per tutti, era orientata in tal senso tanto &egrave; vero che tra le materie scolastiche vi era compresa anche l&#8217; &#8220;economia domestica&#8221;,disciplina che forniva nozioni e conoscenze circa la pulizia della casa, la spesa, la cura dei bambini,cucito e ricamo,cucina, lavaggio e stiratura.<br />Arrivavano al menarca (primo flusso mestruale) nel buio pi&ugrave; totale e la sua comparsa era quasi abitualmente accompagnata da urla di spavento:<br />&#8220;Curre m&agrave;,viene subbito!&#8221;.<br />E la mamma, tranquillizzandola, non andava oltre il :&#8221;S&ugrave; ccose i femmenne!&#8221;. Anche allora era avara di informazioni e guai a dare qualche notizia in pi&ugrave;.<br />Erano loro che pi&ugrave; spesso di altri hanno sentito ripetere: &#8220;Uommene e femmene esce u riavolo!&#8221;. A ben guardare questo monito sembra precedere il sesto comandamento, nel senso che alle ragazze veniva categoricamente vietata anche l&#8217;occasione di peccare. Di sera non uscivano mai da sole, tranne che per andare alle funzioni religiose. Nel mese di Maggio, recitato il Rosario, ascoltavano il fioretto proposto dal parroco che consisteva, per tutto il giorno dopo, in una delle seguenti rinunce:non dire parole inutili, non incipriarsi, non mangiare cioccolatini, non guardare i cartelloni del cinema e simili. Nessuno osava fermare per strada una ragazza. A meno che non fosse una di &#8220;quelle&#8221;, ma &#8220;quelle&#8221; non aspettavano di essere fermate, erano loro che fermavano.<br />Le rare coppie clandestine si davano appuntamento lungo il viale oscuro e alberato che costeggia il campo sportivo fino al ponte &#8220;ra sciumara&#8221;. Le ragazze pi&ugrave; coraggiose stabilivano amicizie interessate. Uscivano in quattro a braccetto e in prossimit&agrave; della Madonnina ne lasciavano una e tornavano in tre speranzose che nessuno si accorgesse di quella &#8220;strana manovra&#8221; . Al successivo &#8220;giro&#8221; la riprendevano e ricomponevano il quartetto sperando nell&#8217;indifferenza generale.. Ma c&#8217;era sempre qualche canaglietta che &#8220;purtava a spia&#8221; ai genitori. Quando l&#8217;impudente rientrava a casa l&#8217;aspettava un interrogatorio senza esclusioni di colpi da parte di un sinedrio di madri, nonne, zie, fieramente avverse a quel peccato che non erano pi&ugrave; in grado di commettere,<br />&#8220;T&#8217;&egrave; vasata?&#8221;.<br />&#8220;No&#8221;.<br />&#8220;Ma t&#8217;&egrave; tuccate?&#8221;.<br />&#8220;No, nun me mmancate mai i rispetto&#8221;.<br />&#8220;E giuralo allora!&#8221;.<br />&#8221; U ggiuro&#8221;.<br />E mentre giurava, sperando di cancellare le conseguenze di quel falso giuramento, portava la mano destra dietro la schiena accavallando il dito medio sull&#8217;indice quale simbolico gesto di una croce in miniatura.<br />Ed a ben pensarci, &egrave; quanto far&ograve; anch&#8217;io ora al termine di questo articolo per tentare di allontanare l&#8217;Inferno che minaccioso mi incombe sulla testa per tutto quanto di peccaminoso ho qui questa volta raccontato&#8230;</p>
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		<title>I racconti di Orazio Ruocco: &#8220;Bambinello, bello,bello&#8230;&#8221;</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/i_racconti_di_orazio_ruocco_bambinello_bello_bello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orazio Ruocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2014 08:36:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[Cominciamo questo viaggio nel passato insieme a Orazio Ruocco, storie raccontate con sagacia e acume da questo attento osservatore della cultura e dei costumi di una Marina degli anni &#8217;60 quando tutto era pi&#249; genuino]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cominciamo questo viaggio nel passato insieme a Orazio Ruocco, storie raccontate con sagacia e acume da questo attento osservatore della cultura e dei costumi di una Marina degli anni &rsquo;60 quando tutto era pi&ugrave; genuino. Questo &egrave; il primo di una serie di racconti scritti da Orazio.  Avvertenza dell&#8217;autore: Cara lettrice e caro lettore, se hai voglia di perdere 13 minuti e 30 secondi (tanti ne occorrono) del tuo tempo, allora inizia a leggere. Io ti ho avvertito e alla fine&#8230; non volermene! &#8220;Bambinello, bello,bello&#8230;&#8221; &#8220;Vorrei avere la lingua di Dante, il pennello di Giotto,l&#8217;arpa di un Serafino, per descrivere, per dipingere e per cantare la bellezza di quella notte santa, quella notte stellata&#8230;&#8221;. E&#8217; l&#8217;inizio pomposo dell&#8217;omelia della notte di Natale che, soprattutto noi studenti, sapevamo gi&agrave; quasi tutta a memoria. Ma no!no! non equivocate, non l&#8217;avevamo scritta noi per passarla poi al celebrante. Noi facevamo solo la scommessa che quello, come ogni anno, sarebbe stato l&#8217;incipit della predica della liturgia natalizia. Il sospetto era pi&ugrave; che fondato e ve ne spiego l&#8217;arcano. Da qualche anno, come l&#8217;avvento promesso del Bambino Ges&ugrave;, puntualmente veniva invitato per le feste natalizie Padre Eusebio, un frate Passionista, predicatore itinerante per vocazione, appartenente ad una congregazione che, come ministero loro proprio, si dedica precipuamente alla predicazione. Era ormai un&#8217;istituzione. Natale non era Natale se non arrivavano il Bambin Ges&ugrave; e Padre Eusebio. Era benvoluto da tutti e almeno una volta in quei giorni doveva essere ospite in una casa per un pranzo o una cena. Ecco perch&eacute; i giorni di Natale dei primissimi anni 60 si confondono quasi completamente con la sua figura, il suo modo di discorrere tipico della bassa Ciociaria, con il suo mantello simile a quello di Zorro, con i suoi sandali di cuoio e, per l&#8217;appunto, con quella sua predica. Salito sul pulpito e agitando le braccia come nuotasse nell&#8217;aria iniziava invariabilmente in questo modo la sua predica. Giocoforza che con gli anni quel discorso entrasse nella mente e nella memoria. Nessuna festivit&agrave; religiosa, come questa, convocava in chiesa tante ragazze, e i giovani, astraendosi dalla liturgia in atto, approfittavano di questo passaggio della messa per lanciare a qualcuna occhiate furtive e fugaci, che qualche volta assumevano la profondit&agrave; di vere e proprie radiografie &#8230; Si spostavano nelle due navate laterali cercando il posticino pi&ugrave; propizio per far giungere alla fanciulla amata i loro messaggini aerei fatti di dolci e languidi sguardi. La ragazza, con tanto di velo in testa, cercava molto timidamente di dissimulare qualsiasi atteggiamento che tradisse interesse per quei teneri segnali amorosi, quali un timido sorrisino o morsettini nervosi delle labbra. Tutto questo per evitare di commettere quelli che ancora venivano considerati peccati. Ma quali peccati? Ma i peccati dettati dalla tenera inclinazione che conducono naturalmente un uomo verso una donna e viceversa, specie se commessi durante la messa. A tal proposito i preti mettevano in guardia la giovent&ugrave; e la invitava a tenersi lontano dalle tentazioni del diavolo soprattutto in chiesa. &#8211; &#8220;Farfariello (come bonariamente chiamava satana il parroco di allora Don Crispino) si infila dappertutto&#8221;. ammoniva. &#8211; &#8220;Arcipr&egrave;, ma pure &#8216;nda chiesa, possibbele?&#8221; chiedeva qualcuno ingenuamente o, chiss&agrave;, facendo il fimto tonto. -&#8220;Specialmentein chiesa&#8221;, rispondeva lui con aria austera e cattedratica. &#8211; &#8220;Ma cu tutte chell&#8217;addore i &#8216;ncienzo nun ce vene u votastommaco?&#8221;insisteva. &#8211; &#8220;Senti, rispondeva con tono deciso, Farfariello quand&#8217;&egrave; al lavoro ha uno stomaco di ferro!&#8221;. Pensava cos&igrave; di aver chiuso definitivamente la questione. Nel mentre l&#8217;omelia andava avanti con il solito tono solenne: &#8220;&#8230; agli increduli pastorelli. Ma il bambinello sta proprio l&igrave;!&#8221; continuava frattanto il nostro predicatore. E noi con la mente a precederlo nel suo dire. &#8220;Con la sua fulgida luce&#8221;, ripetevamo anche noi quasi cantilenando, &#8220;illumina il percorso della nostra vita verso la meta celeste&#8221;. Non c&#8217;era che dire. L&#8217;ampollosit&agrave; e i contenuti del sermone degli anni precedenti parevano proprio non essere cambiati di una virgola. Seguiva quindi il bacio del bambinello la cui bella statuina era posizionata, invero molto bassa, sul grembo di Padre Eusebio che nel frattempo si era seduto sul gradino della balaustra (allora c&#8217;era ancora) incrociando le gambe e creando con le cosce una sorta di &#8220;cufaniello&#8221; che fungeva quasi da mangiatoia.Iniziava cos&igrave; l&#8217;acrobatico omaggio al Salvatore, con pronunciato inchino e rischio di goffa &#8220;culacchiata&#8221; a chi seguiva, al canto di una vecchia canzoncina che tutti conoscono:&#8221;Bambinello,bello,bello,vieni vieni e non tardar&#8221;. Il canto dell&#8221;Adeste fideles&#8221;, infine, e il dolce suono delle ciaramelle delle premiate ditte Marcuccio e figlio e successivamente dei fratelli Pezzuti, accompagnavano l&#8217;uscita dalla chiesa dei fedeli che potevano osseravre gli ultimi ceppi ancora fumanti del focarazzo acceso qualche ora prima. Era quanto rimasto della sontuosa catasta di legna che allora terminava sempre al suo apice, come un regale albero di Natale che si rispetti, con un puntale del tutto particolare: la prua di un vecchio gozzo che ne costituiva anche la spina dorsale. Le poderose fiamme ricche di faville scoppiettanti poco prima avevano illuminato il volto attonito dei bambini e riscaldato il cuore di tutti. La veglia natalizia chiudeva un periodo molto bello, fatto di sensazioni uniche ed irrepetibili, che cominciava al canto del &#8220;Tota pulchra es Maria&#8221; dell&#8217;Immacolata e proseguiva col &#8220;Regem venturum Dominum&#8221; della novena di Natale. Canti, ma soprattutto una lingua, il latino,che non si sentono pi&ugrave;. Estromesso dalla scuola e dalla chiesa, il latino, ancorch&eacute; indigesto e incomprensibile,conferiva alle funzioni religiose, oltrech&eacute; un&#8217;accattivante solennit&agrave;, un fascino del tutto particolare. Sembrava la lingua di Dio, il veicolo naturale per giungere nella profondit&agrave; dell&#8217;anima umana incapace di percepirne la grandezza e l&#8217;ineffabilit&agrave;. L&#8217;oscurit&agrave; di quella lingua sembrava, paradossalmente e per s&eacute; stessa, avvicinare i fedeli al mistero Dio pi&ugrave; della stessa parola di Dio. Lingua dotta e armoniosa, ne cantava degnamente le sue lodi e ne celebrava adeguatamente la sua gloria. E questo nonostante le storture e le deformazioni a cui la sottoponevano i nostri avi che la trasformavano &#8220;ostrogotamente&#8221; in un susseguirsi di suoni pi&ugrave; o meno assonanti con quelle parole. Possiamo immaginare i sorrisini di nostro Signore che nel raccoglimento dell&#8217;adorazione eucaristica ha sentito arrivare ai piani celesti le note di un versetto del &#8220;Tantum ergo&#8221;, cos&igrave; riveduto: -&#8220;Et antiquum documentum&#8221; = &#8220;Quante &egrave; antiche stu cunvento&#8221;. E certamente, nonostante tutto, avr&agrave; raccolto misericordioso la loro preghiera per i defunti &#8220;Requiem aeternam&#8221; anche se, farfugliando tra i denti, imploravano qualcosa che somigliava pi&ugrave; o meno a &#8220;Recchia materna&#8221;. Il giorno di Natale, privo allora do quell&#8217;atmosfera di sensazionalimo che si crea con le luci fantasmagoriche, palline ultracolorate, ghirlande speciali e decorazioni varie cui siamo abituati oggi, tranne qualche modesto presepe ricco di umido muschio (u&#8217; lipp), aveva il suo fulcro nel pranzo, il momento per eccellenza in cui ritrovarsi. Nelle case tutto era pronto a cominciare &#8220;ra scafarea i pasta&#8221; (dal greco scaf&egrave;, piatto di terracotta). Anche i &#8220;quarte&#8221; erano tutte colme di acqua (l&#8217;Acquedotto era di l&agrave; da venire e nelle case pi&ugrave; agiate c&#8217;era &#8220;a isterna&#8221; di acqua piovana sotto la cucina con relativo motorino per tirarla su). Avevano provveduto a riempirle il giorno precedente le mamme con le figlie pi&ugrave; grandi presso il pozzo vicino &#8220;a sciumara ra marina&#8221; dove solitamente si recavano a frotte. Con passo felpato (erano a piedi nudi), &#8220;u mantesino annanze&#8221; (dal latino &#8220;ante sinum&#8221;, davanti al seno), uno straccio attorcigliato in testa (a spara) dove portavano &#8220;i quarte&#8221; in perfetto equlibrio, le braccia piegate sui fianchi in un perfetto e geometrico triangolo, camminavano al passo ancheggiando ritmicamente in una calibrata armonia di movimenti da far invidia alle prime ballerine della Scala o del Bolscioi. In qualche casa tuttavia scorreva qualche lacrima perch&eacute; c&#8217;era almeno un posto a tavola che restava inevitabilmete vuoto: era quello di un marito, di un figlio, di un pap&agrave; assente, L&#8217;emigrazione purtroppo da mezzo secolo almeno faceva le sue vittime. &#8211; &#8220;Cu ssape oje add&ugrave; mange pap&agrave;? chiedeva sconsolato il figlio pi&ugrave; grandicello. E La mamma per consolarlo:&#8221;Oje pap&agrave; sta assieme a tio Juan e cumb&agrave; Peppe, nu sta sulo!&#8221;. Le madri e le giovani mogli, tra una faccenda domestica e l&#8217;altra, rileggevano l&#8217;ultima lettera giunta via aerea dal Venezuela cercando di esorcizzare quella tristezza che rischiava di inquinare il clima di serenit&agrave; e di gioia che respiravano gli ignari bambini. Nonostante ci&ograve;, il Natale restava il momento in cui, pi&ugrave; di ogni altro, si tornava alla tradizione delle tavole imbandite e dai sapori succulenti che affondano le radici nella tradizione contadina. Non mancavano gli struffoli, le pascarelle, il sanguinaccio, e naturalmente loro, le regine, le zeppole di Natale. La manifattura di queste ultime era quasi un rito occulto. Ci si rintanava in casa con portone e infissi ermeticamente chiusi per evitare che qualche &#8220;intrusa&#8221; esercitasse anche inconsapevolmente i malefici del malocchio. Ma accadeva che puntualmente&#8230; Toc!Toc! Era la vicina di casa o la dirimpettaia che bussava. &#8211; &#8221; E m&ograve; eva ven&igrave; sta cazza!&#8221;, diceva contrariata la mama di casa indaffarata. E rivolto poi al marito: &#8211; Va a bber&egrave; che v&ograve; e spiccialla subbito. Il povero marito in veste di ambasciatore apriva imbarazzato la porta. e&#8230; &#8211; &#8220;Che state facenne?&#8221;, chiedeva l&#8217;inopportuna. &#8211; &#8220;Ehm &#8230; sta facenne cierte cose muglierema&#8221;. &#8211; &#8220;Ah!E ggi&ugrave; capito. State facenne i zeppole, vengo aroppe allora&#8221;. Tornato in cucina il povero marito doveva subire i &#8220;garbati&#8221; rimbrotti della moglie; &#8211; &#8220;Cheste pecch&egrave; t&#8217;evu ritte che nun g&#8217;eva rice niente!&#8221;. &#8211; &#8221; Ma che puteve f&agrave;, rispondeva lui con un timido scatto di stizza, cc&agrave; stamme tutto annigliato i fume e che nge riceve &#8230; stame ricenne u rusario!?&#8221;. Ma poi riusciva tutto bene. Troppo sapienti quelle mani capaci di sconfiggere qualsiasi sortilegio. Quelle zeppole dorate, profumate, e croccanti oggi farebbero fallire tutte le pasticcerie&#8230; Il maiale, allevato con cronometrica precisione &#8220;cu brole&#8221; quotidiano (una brodaglia fatta di avanzi di cucina) e macellato puntualmente in dicembre, forniva i prodotti principali del pranzo. Nei vicoli, all&#8217;odore abituale del fumo dei camini, si mescolavano i profumi di vari intingoli. Il maiale era il principe della tavola. Del maiale non si buttava niente, nemmeno &#8230; ehm&#8230; il caratteristico &#8220;pisello&#8221; a forma di spirale, unico nel suo genere. Come il moderno stick di burro di cacao che si usa per umettare le labbra, cos&igrave;, le strambaie soprattutto che camminavano a piedi scalzi, lo usavano come emolliente degli aridi calcagni per curare le &#8220;serchie&#8221;, dolorose ferite provocate dalla pelle secca. Ma a questo punto, anche se non c&#8217;entra niente col Natale se non per il pranzo natalizio, (ma poi, suvvia! siamo tutti un po&#8217; pi&ugrave; buoni in questo periodo) ci piace spendere qualche parola in difesa di questo animale che ha consentito a quelle generazioni di non morire di fame. Simbolo dell&#8217;ingratitudine umana, del porco usiamo la carne come cibo e il nome come insulto. Porco indica odio e dipsrezzo verso una persona ed &egrave; anche simbolo dei vizi umani, principalmente della lussuria. Porco e sporco sono sinonimi: &#8220;sudicio come un porco&#8221; indica il massimo della sporcizia, l&#8217;Oscar della lordura. La mitologia greca per&ograve; ci racconta che sull&#8217;Olimpo, la casa degli dei, c&#8217;era una dea buongustaia a cui veniva sacrificato e dalla quale sorprendentemente deriva il suo nome, maiale. Quando quindi diamo del maiale a qualcuno, questi non si dovrebbe offendere pi&ugrave; di tanto perch&eacute; gli stiamo prospettando l&#8217;Olimpo! Il crepuscolo di quel giorno coglieva il paese in un&#8217;atmosfera incantata di assoluta e silente tranquillit&agrave;. Persino le pi&ugrave; &#8220;sciarratarie&#8221; avevano deposto le loro armi (verbali) astenendosi almeno quel giorno dall&#8217;ingaggiare una sonora diatriba fra loro con il reciproco scambio di offese quali &#8220;ianara&#8221; (nome di una strega) da una parte, e &#8220;micirianta&#8221; (assassina) dall&#8217;altra. Le ombre della sera, sempre pi&ugrave; buie, invadevano il paese appena appena scalfite dalla fioca luce di quei vecchi lampioni in ferro battuto e piatto bianco smaltato. Le misere luci da 25 Watt che illuminavano a malapena le case erano l&#8217;unico segno tangibile della vita che vi palpitava dentro. Dalla piazza arrivava nei vicoli ancora qualche scampolo dei fumi del focarazzo acceso la sera precedente. Tutt&#8217;intorno era un silenzio pacato, placido. Per descrivere la dolce quiete di quella sera niente di pi&ugrave; appropriato ed eloquente di una breve e bellissima poesia natalizia di Diego Valeri che si insegnava allora nelle scuole elementari e che i bambini dovevano mandare a memoria. E&#8217; il momento dell&#8217;Ave Maria serale preannunciato dal suono dimesso delle campane. AVE. La campana ha suonato e l&#8217;Angelo &egrave; venuto. Lieve lieve ha sfiorato con le ali di velluto il povero paese; v&#8217;ha sparso un tenue lume di perla e di turchese , e un palpito di piume; ha posato gli occhi sulle pi&ugrave; oscure soglie&#8230; Poi con gli ultimi tocchi cullati come foglie dal vento della sera, se n&#8217;&egrave; volato via, a portar la preghiera degi umili a Maria. Ed anche allora l&#8217;Epifania tutte le feste portava via con l&#8217;arrivo della befana che quasi tutti i bambini consideravano strabica, incapace cio&egrave; di distinguere un negozio di giocattoli da quello di abbigliamento. Verosimilmente per&ograve; era una befana realista, che seguiva la difficile congiuntura economica del tempo e, su indirizzo delle mamme, rivolgeva le sue attenzioni su maglioni e pantaloni per i bambini, e su gonne, camicette e calzettoni per le bambine. Pi&ugrave; redditizio per i bambini e i ragazzi era il capodanno. Questi ultimi soprattutto, seguendo una vecchia tradizione che portava gli auguri di buon anno con un metodo simile al moderno &#8220;porta a porta&#8221;, la sera del 31 Dicembre andavano di casa in casa ad augurare prosperit&agrave; e fortuna. L&#8217;allegra brigata in questo suo tour beneaugurante si accompagnava con &#8220;raffinati&#8221; strumenti musicali dell&#8217;epoca quali il tricchebballacche, il putip&ugrave; e uno strano aggeggio che non saprei proprio definire, ma che posso brevemente descrivere: una tavoletta di legname con manico, con tanti chiodi conficcati, come il letto di un fachiro, ognuno dei quali supportava un tappo di bottiglia schiacciato. Agitando la tavoletta, questi vibravano tutti comtemporaneamente generando un suono originalissimo.La musica che veniva fuori dal concertino era inimitabile. Nessuno strumento elettronico moderno ne potr&agrave; mai riprodurre l&#8217;armonia per ritmo e calore. Preceduta dal propiziatorio canto&#8221;All&#8217;avulivaaaaa, alla castagnaaaaa, si nun me fai a &#8216;mberta crai matinaaaa!&#8221; (crai, cos&igrave; come pescraie, derivano dal latino &#8220;cras&#8221; che significa domani, e &#8220;post cras&#8221; che significa dopodomani), seguiva poi la formula beneaugurante, assolutamente personalizzata, davanti all&#8217;uscio delle porte , che pi&ugrave; o meno faceva cos&igrave;:&#8221;Pe Giuvanne, pe Giuvanne, pe Giuvanne,(oppure, Peppe,Cuccio, Pauluccio, ecc., fate voi), te mengo nu paniello e nu panaro. Te puozze abbusc&agrave; tante sorde auanno pe quanto se ne abbuscano i mie cumpagne. Alla castagna, te lascio a buonanotte e &#8216;nce ne jamme!&#8221;. Il giorno dopo passavano &#8220;cu panariello&#8221; a riscuotere &#8220;a&#8217;mberta&#8221; competente, piccola mercede di denaro, che alla fine del giro garantiva loro un discreto gruzzoletto. L&#8217;offerta variava dalle 50 lire, sufficiente allora per l&#8217;acquisto di una &#8220;palatella&#8221;, alle 100 lire che, invece, consentiva quello &#8220;ra palata&#8221;. Altre storie, altri tempi. Un microcosmo di emozioni, di profumi, sentimenti che, ahim&eacute;, non ci appartiene pi&ugrave;. Un mondo meno frivolo e pi&ugrave; vero, capace di godere delle cose semplici senza rincorrere paranoicamente futili chimere e stressanti illusioni. Ma se provassimo ad immergere la nostra vita nella dolcezza di quel tempo passato, come quando inzuppiamo la zeppola nel profumato miele, forse ci accogeremmo che quel mondo cui aneliamo, fatto di semplicit&agrave;, genuinit&agrave;,solidariet&agrave;, insomma di quell&#8217;appagante &#8220;pace senza morte&#8221; tanto cara ad Eduardo, non &egrave; nel nostro futuro, ma &egrave; alle nostre spalle, nel nostro umile passato. Basta voltarsi indietro&#8230;</p>
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