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Camerota, l’antica cappella nella roccia riunisce gli studiosi per tuterarla

di Marianna Vallone

E’ stata definita un unicum del territorio. L’antica cappella scavata nella roccia, a Camerota, ha riunito ieri mattina decine di esperti e studiosi nel convento dei frati cappuccini, per un incontro dedicato alla tutela e messa in sicurezza. «Un luogo di notevole importanza. – ha detto l’architetto Remigio Cammarano, tra gli organizzatori dell’evento – E’ un bene particolarmente interessante che va tutelato. L’intento è di sensibilizzare i cittadini su questo bene e su altri beni e far sì che questi beni diventino patrimonio consapevole di tutti».

Tanti gli studiosi ed esperti presenti, storici dell’arte, archeologi, geologi, architetti, storici ma anche esponenti della politica locale ed appassionati. Don Gianni Citro, Mario Scarpitta (sindaco di Camerota), Teresa Esposito (assessore alla cultura), Amodio Agresta (geologo), Angelo D’Angiolillo (archeologo), Aniello Aloia (geologo) Domingo D’Avenia (geologo), Elena Santoro (archeologo), Elio De Magistris (archeologo), Enrico Ragni (architetto), Ernesto Bianco (archeologo), Fausto Martino (architetto), Gino Scarpa (architetto), Giovanna Baldo (archeologa), Giuseppe Di Vietri (avvocato), Innocenzo Bortone (architetto), Lucia Cariello (archeologa), Luigi Leuzzi (medico), Maria Rosaria Marchionibus (storica dell’arte), Michael Shano (medievista), Pantaleo De Marco (psicologo), Rachele Botti (storica dell’arte), Rosanna Alaggio (medievista), Vincenzo Chiera (geologo), Marina Falla Castelfranchi (storica arte bizantina) e Vera Von Falkenhausen (storica medievista). Si sono riuniti nel convento dei frati cappuccini per discutere sul passato ma anche sul futuro della grotta, perché il sito ha bisogno di urgente tutela e messa in sicurezza in quanto sia gli agenti atmosferici che la presenza antropica rischiano di cancellare quello che potrebbe essere il più antico monumento di Camerota.

Tra i presenti anche la docente universitaria Maria Rosaria Marchionibus, storica dell’arte, che già in passato si è occupata di insediamenti medievali nel Cilento. «E’ un monumento davvero interessante sotto diversi aspetti. – spiega la docente – Prima di tutto è una testimonianza – pensiamo – di una presenza monastica nel territorio. Deve essere ulteriormente studiata. Però potrebbe essere collegata alla presenza italo greca nel territorio. Il salernitano è stato interessato da una presenza importante monastica. La grotta di Camerota è molto interessante: sul fondo ci sono tre nicchie che potrebbero collegarsi a tutto questo. Nella nicchia centrale c’è una croce e sulla parete immediatamente a sinistra dell’ingresso vi è una scacchiera incisa, un elemento apotropaico. Spesso venivano disegnate scacchiere su dei sepolcri che servivano per sviare il demonio. Abbiamo un esempio simile in una chiesa rupestre in Puglia, quella di Sant’Angelo nella valle dell’Idro».

«I monaci italo greci adottarono delle forme varie di vita monastica. – continua la Marchionibus – L’eremitismo e il cenobitismo, ma c’è una sorta di mediazione tra le due forme, il tipo lavriotico. Ovvero: al monastero dove si svolgeva la vita comunitaria erano collegate delle grotte, nelle quali i monaci passavano dei periodi in solitudine. Esempi ne troviamo in San Nilo e San Saba, passati nel Cilento e Vallo di Diano». Sulla cappella la docente tiene a precisare però che tutto deve essere maggiormente approfondito. «Ma c’è una seconda ipotesi, non mia – continua la storica dell’arte – ovvero che la grotta potrebbe aver costituito lo scolatoio di un convento dei Cappuccini, quindi di epoca più tarda. Gli scolatoi erano i luoghi dove i cadaveri venivano messi a scolare e poi seppelliti ma è una pratica più tarda. Probabilmente la grotta ha conosciuto diversi utilizzi nei secoli».

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A Cura di

Marianna Vallone

Giornalista per professione e comunicatrice per passione, sono alla continua ricerca di storie da raccontare e tramonti da immortalare. Nata sulla costa di Maratea ma morigeratese da sette generazioni. Vivo nel cuore verde del Cilento e sono felice. Faccio domande anche quando conosco le risposte, perché continuo a pensare che l’essere umano sia il viaggio più bello da fare.
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