Camerota, inchiesta «progetti obiettivo»: prosciolto il sindaco Romano e il suo braccio destro Troccoli

Il giudice delle udienze preliminari del tribunale di Vallo della Lucania ha respinto la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal pubblico ministero e ha deciso per il non luogo a procedere nei riguardi del sindaco di Camerota, Antonio Romano, e del suo braccio destro (ex primo cittadino), Antonio Troccoli. I fatti risalgono al 2010 quando, l’allora sindaco Domenico Bortone, fece condurre un’indagine ad un esperto in finanza e scoprì un buco di diverse centinaia di migliaia di euro. Bortone denuncia il fatto e dopo qualche anno arrivano gli avvisi di garanzia per politici e funzionari del Comune cilentano. Ieri il gup, durante l’udienza filtro, ha deciso di rinviare a giudizio i funzionari, per aver «percepito presunte indennità non dovute» e di prosciogliere dalle accuse Romano, all’epoca assessore, e Troccoli, che nel 2004 ricopriva il ruolo di sindaco. Non si fa attendere il commento della maggioranza: «Abbiamo sempre avuto fiducia nella giustizia così come abbiamo sempre creduto nell’innocenza di tutte le persone coinvolte. Prendiamo atto che l’assoluzione con formula piena del sindaco Romano è uno schiaffo a chi ha costruito la scorsa campagna elettorale su vicende giudiziarie che non erano state definite. Chi chiese le dimissioni dei politici indagati – scrive in una nota stampa la maggioranza- oggi dovrebbe chiedere pubblicamente scusa. Quel che è certo è che la politica delle denunce e dell’odio personale esce pesantemente scofitta da questa vicenda che restituisce serenità alle persone coinvolte e l’immagine all’intero territorio di Camerota».

Secondo quanto riportato dalle figlie di Pompeo Mea «anche nostro padre è stato accusato di aver intascato denaro stanziato per i cosiddetti “Progetti Obiettivo.” In ben due articoli il vostro giornale ha impunemente fatto il suo nome, mettendo in moto la macchina del fango che l’ha trascinato in un vortice di sussurri, insinuazioni e pettegolezzi. La piattaforma mediatica è diventata una sorta di salone di bellezza dove, tra un colpo di phon e una manicure, tutti hanno potuto liberamente accusare e condannare, gettando discredito con compiaciuta cattiveria e senza farsi troppi scrupoli. Ieri 27 novembre 2015 Pompeo Mea è stato assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; eppure, in questo articolo il suo nome non compare più. Con la stessa solerzia con la quale avete provveduto ad informare i cittadini della sua presunta colpevolezza, ora siete invitati ad annunciare la sua reale innocenza. Angela, Enza e Anna Maria Mea».

©Riproduzione riservata