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Il figlio: «L’assassino di papà è in paese»

di Biagio Cafaro

«Ho pensato spesso e sono convinto che, probabilmente, l’assassino di mio padre è venuto anche a casa per darci le condoglianze» . Antonio Vassallo, il figlio trentaduenne del sindaco-pescatore di Pollica ucciso con nove colpi di pistola la sera del 5 settembre 2010, ricorda ancora le parole pronunciate dal vescovo di Vallo della Lucania, Giuseppe Rocco Favale. Che durante l’omelia funebre disse: «Non vorrei che l’assassino di Angelo fosse in mezzo a noi». Ieri mattina, Antonio Vassallo era in Procura. Ogni tanto, vengo qui a chiedere a che punto sono le indagini — dice — perché siamo preoccupati» . Di cosa? Del silenzio che regna sull’inchiesta? «A volte il silenzio può essere significativo. A noi non interessa farci pubblicità sui giornali, ma ci rassicura che la Procura e i carabinieri stiano lavorando incessantemente. Però non voglio che finisca tutto nel dimenticatoio. Per questo continuo a parlare di mio padre» . Gli inquirenti le hanno dato speranza sull’esito delle indagini? «Roberti è molto bravo nel suo lavoro ed altrettanto nel non rivelare i segreti d’indagine. Hanno preso a cuore questo caso e stanno indagando a 360 gradi» . Restano in piedi le tre piste battute da principio: appalti sospetti, droga e vita privata? «Sì, ma con qualche dato ulteriore: c’è qualcuno che potrebbe dare un aiuto decisivo alle indagini e non lo fa. C’è un’omertà gratuita» .
Perciò, come disse il vescovo Favale, l’assassinio potrebbe essere tra la gente di Acciaroli? «Sì, lo penso spesso. Poi leggo i giornali e penso ad un’altra soluzione. Noi possiamo fare solo congetture, ma non abbiamo gli strumenti per scoprire la verità. Solo la magistratura può farlo» . Crede che dietro l’assassinio di suo padre ci sia la mano della camorra? «Mio padre è stato un uomo e un amministratore onesto e pulito che ha detto molti no, ma onestamente non credo che si possa parlare di camorra. Del resto, non penso neanche che si sia trattato di un gesto premeditato. Può darsi che papà conosceva la persona che gli ha sparato. Possiamo puntare il dito contro chiunque, ma non saremo mai certi della verità fino a che l’inchiesta non ci dirà qualcosa». Suo zio Dario sostiene che il Pd non abbia dato credito a suo padre per una candidatura alle politiche del 2008. E questo avrebbe, forse, potuto salvarlo. Nonostante una lettera spedita a Roma che, però, il Pd dice di non aver mai ricevuto. «È stata inviata più di una lettera. E poi credo che non dovevamo essere noi a proporre la candidatura di mio padre. Ma loro, da Roma, dovevano rendersi conto che in un territorio, come quello del Cilento, c’era un sindaco fattivo e onesto che meritava quella candidatura» . Prova rancore verso il Pd? «No, non voglio fare polemiche, anche se ritengo che a mio padre non è stata data neanche l’opportunità di fare il presidente del Parco nazionale del Cilento, perché frattanto si era insediato il Governo di centrodestra. Angelo Vassallo ha fatto più di quello che si è detto. Tante cose che ha fatto erano sconosciute anche a me. Ma ormai è tardi per i rancori, figuriamoci per i rimpianti politici. Ma la rabbia resta ed è tanta»

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

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