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	<title>Sentenze e Giurisprudenza | Giornale del Cilento</title>
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	<description>Notizie dal Cilento. News, Cronaca, Turismo e Territorio</description>
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		<title>Ho deciso di acquistare un immobile all&#8217;asta giudiziaria: posso incontrare problemi?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/ho-deciso-di-acquistare-un-immobile-allasta-giudiziaria-posso-incontrare-problemi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2026 13:59:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[asta giudiziaria]]></category>
		<category><![CDATA[aste immobiliari]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[Il terreno delle aste giudiziarie non è esente da problematiche: ce lo spiega l&#8217;avvocato Simone Labonia. Acquistare un immobile all’asta giudiziaria può rappresentare un’opportunità per ottenere un prezzo conveniente, ma [...]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il terreno delle aste giudiziarie non è esente da problematiche: ce lo spiega l&#8217;avvocato Simone Labonia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Acquistare un immobile all’asta giudiziaria può rappresentare un’opportunità per ottenere un prezzo conveniente, ma il risparmio non deve far sottovalutare i rischi giuridici ed economici dell’operazione. La vendita forzata presenta regole particolari e richiede un’attenta analisi della documentazione, soprattutto quando l’immobile è gravato da ipoteche, occupato o interessato da irregolarità edilizie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo riferimento è il decreto di trasferimento, con cui il giudice trasferisce la proprietà all’aggiudicatario e ordina la cancellazione delle ipoteche e dei pignoramenti che gravano sul bene, nei limiti previsti dalla legge. È proprio questo uno dei principali vantaggi dell’acquisto giudiziario: i gravami iscritti sul bene vengono normalmente cancellati, senza che l’acquirente debba farsene carico direttamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci viene chiesto spesso se possono ricomparire i debiti del precedente proprietario?</p>



<p class="wp-block-paragraph">In linea generale, l’aggiudicatario non risponde dei debiti personali del debitre esecutato. Prestiti bancari, finanziamenti, cartelle esattoriali e altre obbligazioni personali non si trasferiscono automaticamente a chi acquista l’immobile. Il creditore conserva i propri diritti nei confronti del debitore originario, ma non può pretendere dall’aggiudicatario il pagamento di somme per il solo fatto che questi sia diventato proprietario del bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre, tuttavia, distinguere tra debiti personali e obblighi collegati all’immobile. Un primo rischio riguarda le spese condominiali: chi subentra nei diritti di un condomino può essere obbligato, in solido con il precedente proprietario, al pagamento dei contributi relativi all’anno in corso e a quello precedente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’altra criticità concerne le irregolarità urbanistiche: l’acquirente deve verificare la possibilità di regolarizzazione, i relativi costi e gli eventuali rischi di ripristino o demolizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolare attenzione va riservata anche all’occupazione dell’immobile, alla presenza di contratti opponibili alla procedura, alle condizioni materiali del fabbricato e alle spese necessarie per renderlo utilizzabile. La liberazione dell’immobile, pur potendo essere disposta nell’ambito della procedura, non è sempre immediata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di presentare un’offerta è dunque essenziale esaminare la perizia estimativa, l’avviso di vendita, l’ordinanza del giudice e la documentazione urbanistica e catastale, avvalendosi di un tecnico di fiducia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’asta giudiziaria non comporta, in buona sostanza, l’acquisto dei debiti personali del precedente proprietario. Tuttavia, non è sinonimo di assenza assoluta di rischi: la convenienza reale dipende dalla capacità di individuare preventivamente gli oneri che possono incidere sul valore e sull’utilizzo dell’immobile.</p>
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		<title>Agnese Di Sarli, sposò un uomo che si fingeva poliziotto: 13 anni per ottenere il divorzio. La sua storia in un libro</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/agnese-di-sarli-sposo-un-uomo-che-si-fingeva-poliziotto-13-anni-per-ottenere-il-divorzio-la-sua-storia-in-un-libro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione V]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 14:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[Teggiano]]></category>
		<category><![CDATA[agnese di sari]]></category>
		<category><![CDATA[divorzio]]></category>
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					<description><![CDATA[Si era innamorata e aveva pronunciato il fatidico sì, convinta di sposare un alto funzionario della Polizia di Stato. Ma dietro quella divisa si nascondeva un impostore. Per Agnese Di [...]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Si era innamorata e aveva pronunciato il fatidico sì, convinta di sposare un alto funzionario della Polizia di Stato. Ma dietro quella divisa si nascondeva un impostore. Per Agnese Di Sarli, infermiera salernitana, quello che doveva essere l&#8217;inizio di una nuova vita si è trasformato in un incubo durato anni. La verità è emersa nel 2012, con l&#8217;arresto dell&#8217;uomo a Roma da parte della Squadra Mobile. Ma se smascherare l&#8217;inganno è stato possibile, liberarsi delle sue conseguenze sul piano giudiziario si è rivelato un percorso lunghissimo: per ottenere il divorzio ha dovuto attendere fino al 2024, tredici anni dopo quel matrimonio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi Agnese ha deciso di raccontare ancora una volta la propria storia e di trasformare una dolorosa esperienza personale in una battaglia pubblica. Lo ha fatto davanti alle telecamere di Rai 1, ospite di «La volta buona», e torna ora sotto i riflettori con il nuovo articolo pubblicato dall&#8217;ANSA. Al centro della sua richiesta, rivolta alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio, c&#8217;è una revisione delle norme sul diritto di famiglia, con particolare riferimento all&#8217;articolo 122 del Codice civile. Una battaglia che Agnese racconta anche nel libro «Rosso Amarone», pubblicato da Europa Edizioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il matrimonio nel 2011 e la scoperta dell&#8217;inganno</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda comincia nel 2011, quando Agnese Di Sarli sposa un uomo che si presenta come un appartenente alla Polizia di Stato. Una relazione che si rivelerà profondamente diversa da quella che la donna aveva immaginato. Dopo il matrimonio, l&#8217;uomo avrebbe ottenuto da lei ingenti somme di denaro e si sarebbe appropriato di diversi gioielli. Nell&#8217;ottobre del 2012 arriva la svolta: viene arrestato a Roma dagli agenti della Squadra Mobile, che lo sorprendono mentre indossa una divisa da primo dirigente della Polizia di Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda assume rapidamente una rilevanza nazionale, diventando un caso mediatico. Per Agnese, tuttavia, l&#8217;arresto dell&#8217;uomo e la scoperta della sua vera identità non rappresentano la fine della storia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tredici anni di battaglia per ottenere il divorzio</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la scoperta dell&#8217;inganno, inizia un lungo percorso giudiziario per riuscire a chiudere definitivamente quel capitolo della propria vita. Il divorzio arriva soltanto nel 2024, dopo oltre tredici anni dalla celebrazione del matrimonio. Un&#8217;attesa che ha lasciato conseguenze profonde nella vita personale della donna e che oggi rappresenta il punto di partenza della sua richiesta di cambiamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;intervista rilasciata all&#8217;ANSA, Di Sarli racconta il peso di quanto vissuto e spiega le ragioni della sua battaglia: «Voglio che ciò che è accaduto a me non accada ad altri». La donna riferisce inoltre di aver subito conseguenze personali importanti, arrivando a dichiarare: «Mi è stato negato il diritto di avere un figlio e questo, a causa delle nostre leggi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parole che restituiscono la dimensione umana di una vicenda che non riguarda soltanto una lunga controversia giudiziaria, ma anche il tempo sottratto alla possibilità di ricostruire la propria esistenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;appello a Giorgia Meloni e Carlo Nordio: modificare l&#8217;articolo 122</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi Agnese Di Sarli si rivolge direttamente alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiedendo un intervento sul diritto di famiglia e sui meccanismi che regolano l&#8217;impugnazione del matrimonio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro della sua richiesta c&#8217;è l&#8217;articolo 122 del Codice civile, relativo alla violenza e all&#8217;errore nel consenso matrimoniale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La donna ritiene necessario aggiornare la normativa per affrontare situazioni come quella che ha vissuto e impedire che altre persone debbano affrontare percorsi tanto lunghi e complessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La mia richiesta è una lotta di civiltà», afferma nell&#8217;intervista all&#8217;ANSA, chiedendo che la propria esperienza possa contribuire ad aprire un confronto istituzionale. La questione giuridica merita un approfondimento: l&#8217;articolo 122 disciplina i casi in cui il matrimonio può essere impugnato per violenza, timore o errore sull&#8217;identità e sulle qualità personali del coniuge. Non disciplina direttamente il procedimento di divorzio. La richiesta di Di Sarli punta dunque a una revisione delle regole che riguardano la validità del consenso matrimoniale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">«Rosso Amarone», il libro in cui Agnese racconta la sua storia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La testimonianza di Agnese Di Sarli è diventata anche un libro. Si intitola «Rosso Amarone» ed è pubblicato da Europa Edizioni. Nelle pagine dell&#8217;opera autobiografica l&#8217;autrice ripercorre il proprio percorso personale, dall&#8217;infanzia alle amicizie, dalle esperienze di vita alle prove più difficili affrontate sul piano sentimentale e umano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il volume racconta una storia di dolore, perdita e ripartenza, ma soprattutto il tentativo di ritrovare se stessi dopo esperienze che possono cambiare profondamente il corso di un&#8217;esistenza. Il libro ha contribuito a far conoscere la vicenda anche attraverso diverse occasioni di presentazione e testimonianza pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda ha trovato spazio anche in televisione. Agnese Di Sarli è stata ospite di «La volta buona», il programma di Rai 1 condotto da Caterina Balivo, dove ha raccontato la propria esperienza. La sua testimonianza televisiva, insieme alla pubblicazione di «Rosso Amarone», ha contribuito a riportare l&#8217;attenzione sulla storia personale e sulle difficoltà affrontate nel lungo percorso giudiziario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La donna chiede che la propria esperienza non resti soltanto una storia di cronaca, ma possa diventare l&#8217;occasione per una riflessione sulle norme, sulla tutela delle persone ingannate e sull&#8217;effettività dei diritti.</p>
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		<item>
		<title>Aprire la posta del vicino può costare caro: ecco cosa prevede la legge</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/aprire-la-posta-del-vicino-puo-costare-caro-ecco-cosa-prevede-la-legge/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 18:13:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Novità Legislative]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;avvocato Simone Labonia vi esorta a frenare la vostra vena investigativa e vi illustra i rischi del caso. La curiosità di conoscere la posta o le email di un&#8217;altra persona [...]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>L&#8217;avvocato Simone Labonia vi esorta a frenare la vostra vena investigativa e vi illustra i rischi del caso.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">La curiosità di conoscere la posta o le email di un&#8217;altra persona può trasformarsi in una vera e propria violazione di legge.<br />La corrispondenza privata, infatti, è uno spazio di libertà e riservatezza tutelato dalla Costituzione e dal codice penale. Il problema giuridico si pone sia quando si accede alla posta altrui senza autorizzazione, sia quando si decide di diffonderne il contenuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Costituzione sancisce l&#8217;inviolabilità della libertà e della segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione. Una protezione che riguarda non soltanto le lettere tradizionali, quindi, ma anche la posta elettronica e le comunicazioni digitali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Codice Penale, inoltre, disciplina la violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza. La norma punisce, tra le altre condotte, chi prende cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta, oppure sottrae o distrae una comunicazione per conoscerla o farla conoscere ad altri. La tutela, come detto, può estendersi anche alle comunicazioni informatiche o telematiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altro aspetto riguarda la divulgazione. Chi legge una comunicazione privata e successivamente la inoltra a terzi, la pubblica sui social o la consegna a persone estranee può incorrere in ulteriori responsabilità. La diffusione non è sempre un reato autonomo, ma può violare la riservatezza e la normativa sulla protezione dei dati personali, oltre a comportare conseguenze risarcitorie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diverso è il caso in cui la corrispondenza venga acquisita e diffusa per documentare un illecito o per esercitare un diritto di difesa. Anche in queste situazioni, però, occorre rispettare limiti di necessità, proporzionalità e riservatezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La linea di confine è dunque chiara: la posta privata non è liberamente accessibile né liberamente divulgabile. Leggere e condividere comunicazioni altrui richiede una valutazione giuridica concreta, perché la violazione della segretezza può produrre conseguenze sia penali che civili.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Discoteca, il buttafuori può vietare l’ingresso a tuo figlio?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/discoteca-il-buttafuori-puo-vietare-lingresso-a-tuo-figlio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 16:27:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[Spesso molto dipende dalle circostanze, come ci spiega l&#8217;avvocato Simone Labonia. La porta di una discoteca o di un locale notturno rappresenta spesso il primo terreno di confronto tra libertà [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Spesso molto dipende dalle circostanze, come ci spiega l&#8217;avvocato Simone Labonia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La porta di una discoteca o di un locale notturno rappresenta spesso il primo terreno di confronto tra libertà di iniziativa privata e diritti del cittadino, evidenziando i limiti di un addetto alla sicurezza nel decidere, autonomamente, chi far entrare!<br>Un rifiuto immotivato può integrare il reato di violenza privata!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto di partenza è che il gestore di un esercizio aperto al pubblico può stabilire condizioni di accesso, purché legittime e non discriminatorie. L&#8217;addetto alla sicurezza, tuttavia, non dispone di un potere illimitato: la sua attività deve rimanere nei confini delle mansioni affidategli e delle regole applicabili al locale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rifiuto dell&#8217;ingresso può essere giustificato da ragioni concrete, come il raggiungimento della capienza massima, la necessità di prevenire situazioni di pericolo, comportamenti aggressivi o il mancato rispetto di condizioni di accesso legittimamente stabilite. Diverso è il caso in cui la decisione sia fondata esclusivamente su antipatie personali, arbitrarietà o motivi discriminatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione assume una rilevanza ancora maggiore quando il diniego si accompagna a un comportamento fisicamente coercitivo.<br>Un semplice «questa sera non entri» pronunciato dall&#8217;addetto, anche se privo di una ragione convincente, non equivale necessariamente a una condotta penalmente rilevante. Il quadro cambia se il personale spinge, immobilizza o minaccia, per impedire l&#8217;ingresso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tali circostanze, la forza fisica o la minaccia possono assumere rilievo penale, ed anche l&#8217;eventuale legittimità dell&#8217;intervento deve essere valutata: impedire un&#8217;aggressione o fronteggiare un pericolo concreto non è la stessa cosa che esercitare arbitrariamente un potere di esclusione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Va inoltre considerato il ruolo dell&#8217;addetto alla sicurezza, che non può trasformarsi in una sorta di autorità privata, capace di imporre divieti o sanzioni al di fuori delle proprie competenze. La sua funzione è prevenire rischi, vigilare sul rispetto delle disposizioni del locale e, nei casi necessari, chiedere l&#8217;intervento delle forze dell&#8217;ordine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La valutazione giuridica, dunque, non può fermarsi alla domanda se il buttafuori avesse il diritto di dire «no». Occorre comprendere perché lo abbia fatto, in quale contesto e con quali modalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La discrezionalità non è arbitrio e la sicurezza non è prepotenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un diniego legittimo può tutelare l&#8217;incolumità degli avventori; un comportamento intimidatorio o fisicamente coercitivo, invece, può oltrepassare il confine della semplice gestione dell&#8217;accesso e assumere rilevanza penale. La violenza privata non nasce automaticamente da una porta chiusa, ma può configurarsi quando quella porta diventa lo strumento di una costrizione illecita.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Mi avete diffamato in TV: ora risponderete davanti al giudice del mio luogo di residenza</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/mi-avete-diffamato-in-tv-ora-risponderete-davanti-al-giudice-del-mio-luogo-di-residenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione V]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 16:38:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando un’intervista televisiva travalica i limiti della critica e si trasforma in un’accusa lesiva della reputazione, non è soltanto la responsabilità dell’autore dell&#8217;illecito a entrare in discussione. Occorre anche stabilire [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Quando un’intervista televisiva travalica i limiti della critica e si trasforma in un’accusa lesiva della reputazione, non è soltanto la responsabilità dell’autore dell&#8217;illecito a entrare in discussione. Occorre anche stabilire quale tribunale debba occuparsi del procedimento: questione affrontata dalla Suprema Corte nella sentenza che qui commentiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda nasceva da dichiarazioni rese nel corso di una trasmissione televisiva, con l’attribuzione di fatti determinati ritenuti diffamatori. Il procedimento coinvolgeva sia l’intervistato sia il conduttore del programma. Il Tribunale adito aveva inizialmente declinato la competenza individuando nel luogo di emissione del segnale televisivo il criterio territoriale applicabile. È stato però sollevato un conflitto di competenza, sostenendo che dovesse prevalere il foro della residenza della persona offesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Suprema Corte ha dato ragione a quest’ultima impostazione!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il principio si fonda sull’articolo 30 della Legge 223/1990, che individua il foro della residenza della persona offesa per la diffamazione radiotelevisiva, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato.<br>Tale criterio, secondo la Cassazione, continua a operare anche dopo la pronuncia della Corte Costituzionale, che aveva dichiarato illegittima una parte della disciplina sanzionatoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La regola, inoltre, non riguarda soltanto concessionari televisivi o responsabili del controllo della trasmissione: si applica anche all’intervistato e al conduttore, qualunque sia la loro qualifica soggettiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La soluzione evita che, per le medesime dichiarazioni diffuse attraverso uno stesso programma, persone imputate dello stesso fatto siano giudicate da tribunali territorialmente diversi e, soprattutto, riconosce la centralità della persona offesa: è nel suo ambiente di vita e di relazione che la lesione della reputazione può produrre le conseguenze più significative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La decisione non significa, naturalmente, che ogni intervista critica costituisca diffamazione. Resta necessario verificare il contenuto delle dichiarazioni, la loro capacità lesiva e l’eventuale ricorrenza delle condizioni che rendono legittima l’espressione del pensiero.<br>Ma, quando viene contestata l&#8217;attribuzione ad una trasmissione televisiva di un fatto determinato, il foro competente è quello della residenza della persona offesa, anche se l’imputato è un semplice intervistato o il conduttore del programma.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cantiere sospeso, obblighi di sicurezza sempre attivi: la Cassazione chiarisce le responsabilità del coordinatore</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/cantiere-sospeso-obblighi-di-sicurezza-sempre-attivi-la-cassazione-chiarisce-le-responsabilita-del-coordinatore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 12:54:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[articolo 92]]></category>
		<category><![CDATA[cantiere sospeso]]></category>
		<category><![CDATA[cantieri edili]]></category>
		<category><![CDATA[Cassazione 28466/2026]]></category>
		<category><![CDATA[coordinatore per l'esecuzione]]></category>
		<category><![CDATA[coordinatore sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[CSE]]></category>
		<category><![CDATA[D.Lgs. 81/2008]]></category>
		<category><![CDATA[Piano di Sicurezza e Coordinamento]]></category>
		<category><![CDATA[prevenzione incidenti sul lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[PSC]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[salute e sicurezza lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[sentenza Cassazione]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza nei cantieri]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza sul lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Testo Unico Sicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[La sospensione dei lavori non equivale alla sospensione degli obblighi di sicurezza. È il principio ribadito dalla Corte, che richiama l&#8217;attenzione sulla responsabilità del coordinatore per la sicurezza in fase [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La sospensione dei lavori non equivale alla sospensione degli obblighi di sicurezza. È il principio ribadito dalla Corte, che richiama l&#8217;attenzione sulla responsabilità del coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione, anche quando il cantiere non è operativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il riferimento normativo è il Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. In particolare, l&#8217;articolo 92 impone al coordinatore di adeguare il Piano di Sicurezza e Coordinamento (PSC) all&#8217;evoluzione dei lavori e alle eventuali modifiche intervenute, verificando anche la necessità di aggiornare i piani operativi delle imprese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Corte chiarisce che tale obbligo non viene meno quando le lavorazioni sono interrotte. Il cantiere, infatti, continua a esistere come luogo fisico nel qualme possono permanere situazioni di pericolo: strutture provvisionali deteriorate, scavi non protetti, macchinari lasciati in posizione, recinzioni danneggiate o possibili intrusioni di estranei. Anche pioggia, vento e altri agenti atmosferici possono compromettere la stabilità delle opere e delle attrezzature.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non basta, dunque, constatare che nessun operaio stia lavorando. Occorre valutare i rischi derivanti dalla sospensione e predisporre le misure necessarie a prevenire incidenti, intrusioni e situazioni di pericolo. Il piano di sicurezza deve rimanere uno strumento effettivo, aggiornato alle condizioni reali del cantiere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pronuncia distingue inoltre la vigilanza del coordinatore dal controllo puntuale delle singole lavorazioni, affidato alle altre figure della sicurezza. La responsabilità del coordinatore riguarda anche l&#8217;organizzazione complessiva e la dimensione statica del cantiere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il messaggio è chiaro: la sospensione richiede una verifica specifica dei rischi e un&#8217;adeguata gestione delle condizioni che persistono. La tutela dei lavoratori e delle persone che potrebbero accedere al cantiere non può essere subordinata solo alla ripresa delle opere.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>«Il corpo guarisce, ma l&#8217;anima resta ferita»: la Cassazione riconosce il peso della sofferenza morale anche con lesioni lievi</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/il-corpoguarisce-ma-lanima-resta-ferita-la-cassazione-riconosce-il-peso-della-sofferenza-morale-anche-con-lesioni-lievi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 22:23:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[La lesione fisica non racconta sempre tutta la sofferenza di una persona. Un’aggressione può lasciare conseguenze limitate sul corpo, ma provocare paura, umiliazione e mortificazione psicologica di particolare intensità.È questo [...]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">La lesione fisica non racconta sempre tutta la sofferenza di una persona. Un’aggressione può lasciare conseguenze limitate sul corpo, ma provocare paura, umiliazione e mortificazione psicologica di particolare intensità.<br>È questo il principio che emerge dall’ordinanza della Corte, che ribadisce la necessità di distinguere il danno biologico da quello morale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il danno biologico consiste nella lesione dell’integrità psicofisica, suscettibile di accertamento medico-legale. Può tradursi in un’invalidità temporanea o permanente, incidendo sulla salute e sulle normali attività quotidiane della vittima. Il danno morale, invece, riguarda la sofferenza interiore: il dolore dell’animo, la paura, la vergogna e il turbamento derivanti dall’illecito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le due componenti appartengono alla categoria del danno non patrimoniale, disciplinato dagli articoli 2043 e 2059 del codice civile, ma non sono automaticamente sovrapponibili. La presenza di una lesione fisica non dimostra, da sola, l’esistenza di un danno morale; allo stesso modo, una lesione biologica di modesta entità non esclude necessariamente una sofferenza interiore significativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso specifico la Corte d’Appello aveva riconosciuto il danno biologico, escludendo quello morale perché non adeguatamente provato e ritenendolo assorbito nella lieve entità delle lesioni. La Suprema Corte ha censurato tale impostazione, rilevando che il giudice non aveva considerato elementi decisivi ed i sentimenti di paura, ansia e vergogna ragionevolmente desumibili dall’accaduto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La valutazione del danno morale deve dunque essere autonoma e concreta. Può fondarsi anche su presunzioni, purché siano ancorate a circostanze obiettive e documentate. Non basta invocare genericamente una sofferenza, ma non è neppure corretto pretendere che essa sia necessariamente proporzionata alla gravità della lesione fisica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Cassazione ha pertanto accolto il ricorso, cassato la sentenza impugnata e rinviato alla Corte d’Appello per una nuova valutazione.<br>Il principio assume particolare rilievo nei casi di violenza di genere, nei quali la mortificazione psicologica e la vergogna per i segni lasciati sul corpo possono aggravare profondamente il pregiudizio subito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La distinzione tra danno biologico e morale non è, quindi, una questione meramente contabile: significa riconoscere che la tutela risarcitoria deve considerare la persona nella sua interezza, senza ridurre la sofferenza umana alla sola misura della lesione fisica.</p>
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		<title>La battaglia di una infermiera di Teggiano: 13 anni per ottenere il divorzio</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/la-battaglia-di-una-infermiera-di-teggiano-13-anni-per-ottenere-il-divorzio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Martino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 08:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[Teggiano]]></category>
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					<description><![CDATA[Tredici anni per ottenere il divorzio e una richiesta di intervento rivolta alle più alte istituzioni dello Stato. È la vicenda raccontata da un&#8217;infermiera di Teggiano, nel Vallo di Diano, [...]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Tredici anni per ottenere il divorzio e una richiesta di intervento rivolta alle più alte istituzioni dello Stato. È la vicenda raccontata da un&#8217;infermiera di Teggiano, nel Vallo di Diano, che ha deciso di scrivere alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per sollecitare una modifica delle norme che regolano lo scioglimento del matrimonio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La donna sostiene di aver affrontato un lungo percorso personale e giudiziario, aggravato dalla scoperta che l&#8217;ex marito, secondo il suo racconto, si sarebbe presentato falsamente come appartenente alla Polizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una situazione che l&#8217;ha spinta a chiedere una revisione della legislazione, affinché altre persone non debbano affrontare attese analoghe.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La scoperta sul marito e il lungo percorso giudiziario</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro della vicenda c&#8217;è il racconto dell&#8217;infermiera, che riferisce di aver scoperto soltanto successivamente la presunta falsa identità professionale del coniuge.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La donna descrive questa circostanza come un inganno che avrebbe segnato profondamente la sua esperienza matrimoniale e le successive vicende legali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante l&#8217;assistenza dei professionisti ai quali si è rivolta, il procedimento per arrivare al divorzio avrebbe richiesto complessivamente tredici anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un periodo che la protagonista considera eccessivo, soprattutto alla luce delle circostanze personali che sostiene di aver vissuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel suo appello, l&#8217;infermiera esprime amarezza per la durata della vicenda e per quella che ritiene un&#8217;insufficiente tutela da parte dell&#8217;ordinamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua richiesta non riguarda soltanto il caso individuale, ma punta ad aprire una riflessione più ampia sulle difficoltà che possono incontrare le persone coinvolte in procedimenti matrimoniali particolarmente complessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;appello a Meloni, Nordio e Mattarella</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver concluso il percorso per ottenere il divorzio, la donna ha scelto di rivolgersi direttamente alle istituzioni nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I destinatari delle sue comunicazioni sono la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;infermiera riferisce inoltre di aver già scritto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per rappresentare la propria situazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;obiettivo dichiarato è sollecitare un intervento legislativo che possa evitare il ripetersi di vicende simili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo la donna, l&#8217;attuale disciplina del diritto di famiglia dovrebbe prevedere strumenti più efficaci per affrontare situazioni nelle quali uno dei coniugi ritiene di essere stato vittima di un inganno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La protagonista auspica quindi una riforma che possa rendere più rapida la definizione dei procedimenti e ridurre le conseguenze personali delle lunghe attese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso viene presentato dall&#8217;infermiera come un esempio delle difficoltà che possono emergere durante una separazione e nel successivo percorso verso il divorzio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Restano tuttavia non specificati, nel racconto disponibile, i singoli passaggi giudiziari che hanno determinato la durata complessiva di tredici anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;appello si concentra dunque sulla richiesta di cambiamento delle norme, affinché la vicenda personale possa contribuire ad accendere l&#8217;attenzione sul tema dei tempi della giustizia familiare.</p>
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		<item>
		<title>Ho ricevuto gravi insulti in rete: posso chiedere un risarcimento?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/ho-ricevutogravi-insulti-in-rete-posso-chiedere-un-risarcimento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 18:23:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[Non è facile né scontato, come ci illustra nel suo commento l&#8217;avvocato Simone Labonia. Insulti, accuse infamanti e commenti denigratori pubblicati sui social network possono superare il limite della libertà [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è facile né scontato, come ci illustra nel suo commento l&#8217;avvocato Simone Labonia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Insulti, accuse infamanti e commenti denigratori pubblicati sui social network possono superare il limite della libertà di espressione e trasformarsi in un illecito risarcibile. Internet, infatti, non costituisce una zona franca: anche dietro uno schermo, chi lede ingiustamente la reputazione altrui può essere chiamato a rispondere delle conseguenze delle proprie dichiarazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Codice civile impone il risarcimento a chi cagiona ad altri un danno ingiusto con dolo o colpa, in particolare, quando vengono lesi diritti fondamentali della persona, come l’onore, l’immagine e la reputazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Codice Penale, per altro, disciplina la diffamazione, che ricorre quando si offende la reputazione di una persona comunicando con più soggetti, in sua assenza. La diffusione di contenuti offensivi attraverso strumenti telematici, può integrare l’ipotesi aggravata prevista quando l’offesa è recata con un mezzo di pubblicità.<br>La semplice ingiuria, invece, non costituisce più reato, pur potendo assumere rilevanza sul piano civile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risarcimento, tuttavia, non è automatico. La Corte di Cassazione, ha chiarito che il danno non patrimoniale deve essere effettivo e conseguente alla lesione, non potendosi presumere in ogni caso dalla sola condotta illecita: occorre quindi allegare e dimostrare il pregiudizio subito.<br>La sua dimostrazione può fondarsi su elementi quali la gravità delle espressioni, l’ampiezza della diffusione, il contesto della pubblicazione e le ripercussioni sulla vita personale o professionale della vittima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ottenere il risarcimento è dunque fondamentale conservare screenshot, date, commenti e testimonianze, documentando, ove possibile, anche le conseguenze professionali ed emotive. Il danno patrimoniale, come la perdita di clienti o di opportunità lavorative, richiede una prova adeguata; quello non patrimoniale può essere liquidato equitativamente dal giudice, sulla base delle circostanze accertate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esistono, infine, dei termini di prescrizione e, se ricorrono gli estremi del reato, dei termini per proporre querela. La dignità personale merita protezione anche nello spazio digitale, ma il risarcimento richiede un illecito dimostrabile e un pregiudizio giuridicamente rilevante.</p>
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		<item>
		<title>«Ho sacrificato la mia carriera per i figli e me lo devi riconoscere»: la Cassazione apre alla prova per presunzioni per l’assegno divorzile</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/ho-sacrificato-la-mia-carriera-per-i-figli-e-me-lo-devi-riconoscere-la-cassazione-apre-alla-prova-per-presunzioni-per-lassegno-divorzile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 19:21:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[assegno figli]]></category>
		<category><![CDATA[cassazione divorzio]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze]]></category>
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					<description><![CDATA[Per l&#8217;assegno divorzile, la rinuncia alla carriera si prova anche per presunzioni e la rinuncia ad opportunità lavorative per dedicarsi alla famiglia può diventare un elemento decisivo nella determinazione dell’assegno [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Per l&#8217;assegno divorzile, la rinuncia alla carriera si prova anche per presunzioni e la rinuncia ad opportunità lavorative per dedicarsi alla famiglia può diventare un elemento decisivo nella determinazione dell’assegno divorzile.<br>A chiarirlo è la Corte di Cassazione con una pronuncia che valorizza la possibilità di dimostrare il sacrificio professionale anche attraverso presunzioni fondate su circostanze concrete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è sempre necessario, infatti, disporre di una prova documentale diretta di ogni occasione lavorativa perduta. Il giudice può ricostruire le scelte compiute durante il matrimonio attraverso indizi significativi, purché il ragionamento sia logico, riconoscibile e fondato sugli elementi acquisiti al processo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un esempio particolarmente significativo è la cessazione dell’attività lavorativa in coincidenza con la nascita di un figlio e con l’aumento degli impegni di cura. Se tale circostanza si inserisce in un progetto familiare condiviso, può costituire un indice del sacrificio professionale sostenuto da un coniuge per consentire all’altro di dedicarsi maggiormente alla propria carriera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prova può essere rafforzata da documenti relativi al precedente impiego, dimissioni, riduzioni dell’orario, rinunce a incarichi o promozioni, corrispondenza tra i coniugi e testimonianze sulle modalità di organizzazione della vita familiare. È importante ricostruire anche le conseguenze economiche e previdenziali della scelta, come la perdita di reddito, di anzianità contributiva e di concrete prospettive di avanzamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il principio si collega alla funzione perequativo-compensativa dell’assegno divorzile, volta a riconoscere il contributo fornito alla famiglia e il sacrificio delle opportunità professionali, quando abbiano inciso sull’attuale squilibrio economico tra gli ex coniugi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non basta, tuttavia, dimostrare di essere stati disoccupati durante o dopo il matrimonio: occorre individuare il collegamento tra le scelte familiari, il contributo prestato e le occasioni professionali sacrificate. L’ordinanza ribadisce così che la prova presuntiva è ammissibile, ma non può trasformarsi in una supposizione automatica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tutela, dunque, non premia semplicemente chi guadagna meno: riconosce il valore economico del lavoro familiare e la necessità di valutare le conseguenze che una scelta condivisa può produrre anche dopo la fine del matrimonio.</p>
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		<item>
		<title>Mi hai venduto una “casa caduta” e hai l’onere di dimostrare che non hai responsabilità</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/mi-hai-venduto-una-casa-caduta-e-hai-lonere-di-dimostrare-che-non-hai-responsabilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 16:58:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[La Suprema Corte introduce un importante chiarimento sul riparto dell’onere della prova nelle controversie relative alla vendita di immobili gravati da irregolarità urbanistiche.Il principio affermato riguarda, in particolare, la responsabilità [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La Suprema Corte introduce un importante chiarimento sul riparto dell’onere della prova nelle controversie relative alla vendita di immobili gravati da irregolarità urbanistiche.<br />Il principio affermato riguarda, in particolare, la responsabilità risarcitoria del venditore quando sia accertata la sua colpa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda nasce dalla compravendita di un complesso immobiliare interessato da abusi edilizi e da un ordine di demolizione non comunicato all’acquirente. Le irregolarità hanno inciso sul progetto di riqualificazione del bene, generando conseguenze economiche e una controversia sul risarcimento dei danni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il riferimento normativo centrale è l’articolo 1489 del Codice civile, che disciplina la vendita di cose gravate da oneri o diritti di godimento di terzi non apparenti e non dichiarati. La disposizione riconosce all’acquirente, ricorrendone i presupposti, la possibilità di chiedere la risoluzione del contratto oppure la riduzione del prezzo, oltre al risarcimento dei danni secondo le regole applicabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Corte precisa che, una volta accertate l’evizione parziale e la colpa del venditore, non è corretto addossare automaticamente all’acquirente l’intero onere di dimostrare il collegamento causale fra l’inadempimento e tutte le conseguenze dannose. Spetta invece al venditore fornire la prova contraria circa l’assenza del nesso tra la propria condotta e i pregiudizi causalmente presumibili secondo un criterio di oggettiva normalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ragionamento si fonda anche sui principi di correttezza e buona fede, che impongono alle parti di comportarsi lealmente e diligentemente nell’esecuzione del rapporto. La responsabilità non richiede necessariamente la malafede: può essere sufficiente la colpa del venditore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pronuncia non elimina, tuttavia, ogni obbligo probatorio dell’acquirente: quest’ultimo deve dimostrare l’esistenza dell’onere gravante sul bene e i presupposti della tutela richiesta. Inoltre, un danno da &#8220;perdita di chance&#8221; richiede la prova di una possibilità seria e consistente di conseguire il risultato sperato, non una semplice eventualità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Cassazione ha quindi cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa alla Corte d’Appello per un nuovo esame.<br />Il principio è significativo: chi vende un immobile tacendone irregolarità rilevanti non può trasferire integralmente sul compratore le conseguenze dell’incertezza causale, quando la propria colpa sia stata accertata.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Forse ho esagerato con una recensione negativa ad un ristorante: cosa rischio?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/forse-ho-esagerato-con-una-recensione-negativa-ad-un-ristorante-cosa-rischio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2026 15:10:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[recensione ristorante]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[Risponde l&#8217;avvocato Simone Labonia, suggerendo attenzione in situazioni simili. Una cena deludente può trasformarsi in una recensione velenosa, capace di compromettere la reputazione di un ristoratore.Ma fino a che punto [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Risponde l&#8217;avvocato Simone Labonia, suggerendo attenzione in situazioni simili.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cena deludente può trasformarsi in una recensione velenosa, capace di compromettere la reputazione di un ristoratore.<br>Ma fino a che punto il cliente può spingersi nell’esprimere il proprio dissenso?<br>Il confine tra libertà di critica e responsabilità penale dipende dal contenuto delle parole, dalla loro pertinenza e dal contesto in cui vengono pubblicate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il riferimento normativo è l’articolo 595 del Codice penale, che punisce la diffamazione quando, comunicando con più persone, si offende la reputazione altrui. Una recensione pubblicata su Google, sui social network o su una piattaforma dedicata alla ristorazione può integrare il reato, anche in forma aggravata, quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò non significa, tuttavia, che ogni giudizio negativo sia illecito. Il cliente ha diritto di raccontare la propria esperienza, contestare la qualità delle pietanze, lamentare un servizio scadente o giudicare eccessivo il conto. Anche espressioni dure, sarcastiche o polemiche possono essere legittime, purché restino funzionali alla critica e non si trasformino in un’aggressione personale gratuita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La giurisprudenza della Cassazione ha più volte chiarito che il diritto di critica, incontra limiti precisi: pertinenza, continenza espressiva e, quando vengono riferiti fatti, una base fattuale veritiera. La critica non impone un linguaggio necessariamente elegante, ma esclude espressioni inutilmente umilianti e gravemente infamanti, prive di un collegamento ragionevole con il servizio contestato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa prospettiva, i termini anche oggettivamente offensivi devono essere valutati nel contesto complessivo e in relazione alla finalità critica.<br>La critica non può giustificare false attribuzioni di condotte scorrette o infamanti né sconfinare nell’attacco personale gratuito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Definire un piatto «immangiabile» o il servizio «pessimo» esprime normalmente un giudizio soggettivo. Accusare invece il ristoratore di truffare sistematicamente i clienti, servire alimenti avariati o commettere reati, senza adeguati riscontri, può assumere una diversa gravità, soprattutto quando l’affermazione è idonea a danneggiarne la reputazione professionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La valutazione resta sempre concreta: contano le parole utilizzate, i fatti descritti, il tono complessivo e la loro capacità lesiva. Una recensione non diventa reato soltanto perché sgradita al titolare, ma la libertà di espressione non autorizza a trasformare l’insoddisfazione in un attacco denigratorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La regola, dunque, è semplice: criticare liberamente, riferire fatti con responsabilità e non confondere il diritto di raccontare una cattiva esperienza con quello di screditare ingiustificatamente una persona.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ho deciso di staccare le utenze ad un inquilino che non mi paga da mesi: lo posso fare?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/ho-deciso-di-staccare-le-utenze-ad-un-inquilino-che-non-mi-paga-da-mesi-lo-posso-fare-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 14:41:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[inquilino non paga]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;avvocato Simone Labonia ci spiega come un comportamento del genere possa far passare dalla ragione al torto, con conseguenze anche gravi! L’interruzione delle utenze domestiche (luce, acqua, gas) da parte [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;avvocato Simone Labonia ci spiega come un comportamento del genere possa far passare dalla ragione al torto, con conseguenze anche gravi!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’interruzione delle utenze domestiche (luce, acqua, gas) da parte del proprietario di casa nei confronti di un inquilino moroso costituisce una condotta illegittima e punibile sia sul piano penale sia su quello civile. Nonostante il mancato pagamento del canone di locazione o degli oneri accessori rappresenti un inadempimento contrattuale, il locatore non può farsi giustizia da solo nel tentativo di spingere l&#8217;inquilino a liberare l&#8217;immobile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista penale, distaccare o manomettere i contatori delle utenze per costringere l&#8217;occupante ad andarsene configura il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose, disciplinato dall’articolo 392 del Codice Penale.<br>La Corte di Cassazione ha, a più riprese, confermato che la sospensione delle forniture indispensabili alla vita quotidiana rientra nella nozione di &#8220;violenza sulle cose&#8221;, in quanto l&#8217;immobile viene privato della sua idoneità abitativa.<br>In presenza di situazioni di particolare disagio o di soggetti fragili nell&#8217;immobile, la condotta del locatore può sconfinare in reati più gravi, quali la Violenza privata (art. 610 c.p.), punita con la reclusione fino a quattro anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano civile, la disattivazione dei servizi essenziali violerebbe l&#8217;obbligo del locatore di garantire il pacifico godimento della cosa locata durante il contratto. L&#8217;inquilino danneggiato ha la possibilità di ricorrere d&#8217;urgenza al giudice tramite un ricorso ex art. 700 c.p.c. per ottenere la riattivazione immediata delle forniture. Inoltre, la morosità dell&#8217;inquilino non cancella il suo diritto a richiedere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti a causa della privazione dei servizi primari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;unica strada riconosciuta dall&#8217;ordinamento italiano per riottenere il possesso dell&#8217;immobile in caso di morosità è la procedura giudiziale di sfratto per morosità. Il proprietario deve inviare una formale diffida ad adempiere e successiva intimazione di sfratto tramite il legale di fiducia, attendendo la convalida del giudice e l&#8217;intervento dell&#8217;ufficiale giudiziario. Ogni scorciatoia autonoma si traduce in un illecito perseguibile per legge.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ho subito un danno per negligenza medica ma dicono che avevo cause preesistenti: come finirà?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/ho-subito-un-danno-per-negligenza-medica-ma-dicono-che-avevo-cause-preesistenti-come-finira/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 15:14:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornaledelcilento.it/?p=264940</guid>

					<description><![CDATA[L&#8217;avvocato Simone Labonia ci spiega la complessità del caso. La presenza di una patologia preesistente non esclude la responsabilità della struttura sanitaria quando un errore medico contribuisce a provocare o [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;avvocato Simone Labonia ci spiega la complessità del caso.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La presenza di una patologia preesistente non esclude la responsabilità della struttura sanitaria quando un errore medico contribuisce a provocare o aggravare il danno alla salute. È questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione, che chiarisce i criteri da utilizzare per riconoscere il risarcimento al paziente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il danno si inserisce in un quadro clinico già complesso, la difficoltà di stabilire con precisione il contributo di ciascuna causa ha creato non pochi dubbi nei giudizi di merito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Suprema Corte ha stabilito che se la condotta sanitaria illecita ha concorso a determinare l’evento dannoso, la responsabilità non può essere esclusa soltanto perché sono intervenuti anche fattori naturali preesistenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre, però, individuare le conseguenze dannose effettivamente riconducibili alla condotta sanitaria, secondo l’articolo 1223 del codice civile. La struttura, pertanto, non è automaticamente tenuta a risarcire qualsiasi conseguenza della patologia originaria, ma deve rispondere del danno imputabile all’errore medico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolarmente importante è il criterio di liquidazione del cosiddetto &#8220;danno biologico differenziale&#8221;. Quando non sia scientificamente possibile quantificare con esattezza il contributo delle diverse concause, il giudice può ricorrere a una valutazione equitativa, considerando le circostanze concrete e la menomazione già esistente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In buona sostanza la giurisprudenza conferma che una salute già compromessa non priva il paziente della tutela risarcitoria. Occorre tuttavia dimostrare il nesso causale tra la condotta sanitaria e il danno:</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Tutti si indignano quando vedono le persone non intervenire in un pestaggio: è giusto?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/tutti-si-indignano-quando-vedono-le-persone-non-intervenire-in-un-pestaggio-e-giusto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2026 19:20:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[pestaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;avvocato Simone Labonia ci indica i doveri che la normativa impone, senza mettere a rischio l&#8217;incolumità personale. Assistere alla scena di una persona aggredita e picchiata in pubblico pone una [...]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;avvocato Simone Labonia ci indica i doveri che la normativa impone, senza mettere a rischio l&#8217;incolumità personale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Assistere alla scena di una persona aggredita e picchiata in pubblico pone una questione che non è soltanto morale, ma anche giuridica, riguardo all&#8217;obbligo del cittadino ad intervenire personalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La normativa italiana distingue tra il dovere di prestare soccorso e la possibilità di usare la forza per fermare l&#8217;aggressore.<br>La disposizione punisce chi, trovando una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente oppure di dare immediato avviso all’autorità. La norma non impone, tuttavia, a chiunque assista a una violenza di affrontare fisicamente l’aggressore: l’assistenza può consistere, quando adeguato alle circostanze, nell’allertare tempestivamente i soccorsi e le forze dell’ordine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diverso è il caso in cui un testimone decida di intervenire direttamente per proteggere la vittima.<br>Di fatto, se una persona sta subendo un’aggressione ingiusta e attuale, il terzo può reagire per interromperla, purché la condotta sia necessaria e proporzionata al pericolo concreto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esiste, però, una licenza indiscriminata a usare la violenza. La reazione deve essere funzionale a salvare la vittima e deve cessare quando il pericolo è terminato. Colpire l’aggressore per vendetta, infierire su di lui quando è ormai immobilizzato o ricorrere a una forza manifestamente eccessiva può determinare responsabilità penale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La difesa deve rappresentare una risposta necessaria, non sostituibile con un’altra meno dannosa ma ugualmente idonea a tutelare il diritto minacciato. Il principio è stato confermato dalla giurisprudenza, che richiede l’attualità del pericolo, la necessità della reazione e la proporzione tra difesa e offesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano pratico, chi assiste a un pestaggio dovrebbe chiamare immediatamente il 112, indicare con precisione il luogo, descrivere quanto accade e richiedere assistenza sanitaria quando necessaria. Se possibile senza esporsi a rischi sproporzionati, può attirare l’attenzione di altre persone, documentare elementi utili e aiutare la vittima una volta cessato il pericolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ordinamento, quindi, non pretende gesti eroici né impone di affrontare fisicamente chi è violento. Esige, però, che non si ignori una persona in evidente pericolo quando sia possibile prestarle assistenza. Tra l’indifferenza e lo scontro fisico esiste una terza via: intervenire responsabilmente, attivando i soccorsi e proteggendo la vittima nei limiti delle proprie possibilità.</p>
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		<title>Cassazione: ammettere la propria colpa non fa perdere la copertura assicurativa</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/cassazione-ammettere-la-propria-colpa-non-fa-perdere-la-copertura-assicurativa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 18:23:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Codice della Strada]]></category>
		<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
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					<description><![CDATA[Ammettere la colpa per un danno cagionato a terzi non significa necessariamente perdere la copertura assicurativa.È questo il principio di particolare rilievo affermato dalla Corte con la sentenza commentata. La [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ammettere la colpa per un danno cagionato a terzi non significa necessariamente perdere la copertura assicurativa.<br>È questo il principio di particolare rilievo affermato dalla Corte con la sentenza commentata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pronuncia affronta una questione delicata nel rapporto tra assicurato e compagnia: la legittimità delle clausole contrattuali che subordinano l’operatività della polizza al divieto, per l’assicurato, di ammettere o assumere qualsiasi responsabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso esaminato, una polizza di responsabilità civile professionale prevedeva espressamente la perdita della copertura qualora l’assicurato avesse riconosciuto la propria responsabilità. La Cassazione ha dichiarato nulla tale clausola, ritenendola incompatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo riferimento normativo è rappresentato dagli articoli 1175 e 1375 del Codice civile, che impongono alle parti di comportarsi secondo correttezza e buona fede. Non è ammissibile costringere una persona a negare una responsabilità effettivamente esistente per conservare il diritto all’indennizzo. Una simile previsione contrattuale finirebbe per incentivare comportamenti difensivi strumentali, anziché favorire una soluzione corretta e tempestiva della controversia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di particolare importanza è anche l’articolo 1914 del Codice civile, relativo all’obbligo di salvataggio. L’assicurato deve compiere quanto ragionevolmente possibile per evitare o diminuire il danno. Impedirgli di riconoscere una responsabilità reale può indurlo a proseguire inutilmente il contenzioso, aumentando le spese e gli interessi, con il rischio di aggravare persino l’esposizione economica oltre il massimale assicurato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Corte evidenzia inoltre che la dichiarazione confessoria dell’assicurato non costituisce, di per sé, prova legale vincolante nei confronti dell’assicuratore: il giudice può valutarla insieme agli altri elementi acquisiti al processo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La decisione assume quindi un significato che va oltre il singolo caso professionale: la tutela assicurativa non può essere subordinata all’obbligo di negare la verità. La clausola che prevede la decadenza automatica per la sola ammissione di responsabilità è nulla, secondo il principio affermato dalla Corte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta, tuttavia, una precisazione essenziale: la sentenza non attribuisce una copertura indiscriminata per qualsiasi danno. Occorre verificare l’effettiva operatività della polizza, i rischi assicurati, le eventuali esclusioni legittime e il rispetto degli altri obblighi contrattuali. È la semplice ammissione della propria colpa, in quanto tale, a non poter giustificare la perdita dell’indennizzo attraverso una clausola nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il messaggio della Cassazione è chiaro: l’assicurazione della responsabilità civile deve proteggere l’assicurato e contribuire al risarcimento del danneggiato, non incentivare la negazione della responsabilità o il prolungamento artificioso delle controversie. Una pronuncia che rafforza la buona fede contrattuale e riafferma il valore della correttezza nei rapporti tra cittadini e compagnie assicurative.</p>
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		<item>
		<title>Ho deciso di staccare le utenze ad un inquilino che non mi paga da mesi: lo posso fare?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/ho-deciso-di-staccare-le-utenze-ad-un-inquilino-che-non-mi-paga-da-mesi-lo-posso-fare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 17:59:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;avvocato Simone Labonia ci spiega come un comportamento del genere possa far passare dalla ragione al torto, con conseguenze anche gravi! L’interruzione delle utenze domestiche (luce, acqua, gas) da parte [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;avvocato Simone Labonia ci spiega come un comportamento del genere possa far passare dalla ragione al torto, con conseguenze anche gravi!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’interruzione delle utenze domestiche (luce, acqua, gas) da parte del proprietario di casa nei confronti di un inquilino moroso costituisce una condotta illegittima e punibile sia sul piano penale sia su quello civile. Nonostante il mancato pagamento del canone di locazione o degli oneri accessori rappresenti un inadempimento contrattuale, il locatore non può farsi giustizia da solo nel tentativo di spingere l&#8217;inquilino a liberare l&#8217;immobile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista penale, distaccare o manomettere i contatori delle utenze per costringere l&#8217;occupante ad andarsene configura il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose, disciplinato dall’articolo 392 del Codice Penale.<br>La Corte di Cassazione ha, a più riprese, confermato che la sospensione delle forniture indispensabili alla vita quotidiana rientra nella nozione di &#8220;violenza sulle cose&#8221;, in quanto l&#8217;immobile viene privato della sua idoneità abitativa.<br>In presenza di situazioni di particolare disagio o di soggetti fragili nell&#8217;immobile, la condotta del locatore può sconfinare in reati più gravi, quali la Violenza privata (art. 610 c.p.), punita con la reclusione fino a quattro anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano civile, la disattivazione dei servizi essenziali violerebbe l&#8217;obbligo del locatore di garantire il pacifico godimento della cosa locata durante il contratto. L&#8217;inquilino danneggiato ha la possibilità di ricorrere d&#8217;urgenza al giudice tramite un ricorso ex art. 700 c.p.c. per ottenere la riattivazione immediata delle forniture. Inoltre, la morosità dell&#8217;inquilino non cancella il suo diritto a richiedere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti a causa della privazione dei servizi primari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;unica strada riconosciuta dall&#8217;ordinamento italiano per riottenere il possesso dell&#8217;immobile in caso di morosità è la procedura giudiziale di sfratto per morosità. Il proprietario deve inviare una formale diffida ad adempiere e successiva intimazione di sfratto tramite il legale di fiducia, attendendo la convalida del giudice e l&#8217;intervento dell&#8217;ufficiale giudiziario. Ogni scorciatoia autonoma si traduce in un illecito perseguibile per legge.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Cassazione: tutele per lo studio legale anche se l’avvocato è indagato</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/cassazione-tutele-per-lo-studio-legale-anche-se-lavvocato-e-indagato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 13:43:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[avvocati]]></category>
		<category><![CDATA[cassazione]]></category>
		<category><![CDATA[studio legale]]></category>
		<category><![CDATA[tutele]]></category>
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					<description><![CDATA[L’equilibrio tra l’efficacia delle indagini penali e la tutela del diritto di difesa rappresenta uno dei nodi più delicati del nostro ordinamento costituzionale e processuale. A rimettere al centro del [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’equilibrio tra l’efficacia delle indagini penali e la tutela del diritto di difesa rappresenta uno dei nodi più delicati del nostro ordinamento costituzionale e processuale. A rimettere al centro del dibattito giuridico questa fondamentale tensione è stata l’ordinanza che qui commentiamo, che ha sollecitato l’intervento risolutivo delle Sezioni Unite per chiarire l’ambito di applicazione delle garanzie previste dall’articolo 103 del codice di procedura penale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quesito sollevato dalla Suprema Corte riguardava la possibilità di estendere le speciali tutele riservate agli studi legali anche nei casi in cui sia lo stesso avvocato a essere sottoposto ad indagine penale. Un’interpretazione restrittiva tendeva infatti a ritenere che, di fronte a un&#8217;ipotesi di reato contestata al professionista, le tutele dovessero cedere il passo alle ordinarie esigenze di ricerca della prova.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al contrario, un orientamento più garantista sostiene che lo studio legale non costituisca un privilegio personale dell&#8217;avvocato, bensì un presidio a tutela dei cittadini e dei loro segreti. L’articolo 103 c.p.p. stabilisce rigorosi limiti formali e sostanziali per le ispezioni, perquisizioni e sequestri negli uffici dei difensori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le perquisizioni sono consentite solo quando gli avvocati o le persone che svolgono stabilmente attività nello studio sono imputati o per rilevare tracce/effetti di un reato: vietato il sequestro di carte, documenti e supporti relativi all’oggetto della difesa, salvo che costituiscano corpo del reato: indispensabile la presenza o il preventivo avviso al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati territoriale e richiesto l&#8217;intervento da parte del magistrato, giudice o pubblico ministero, mediante decreto motivato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le Sezioni Unite hanno confermato che la qualità di indagato in capo all&#8217;avvocato non affievolisce né annulla le tutele dello studio legale. La perquisizione rimane ammissibile come strumento d&#8217;indagine, ma la sua esecuzione deve inderogabilmente conformarsi alle garanzie procedimentali dell’articolo 103 c.p.p. Questa pronuncia riafferma che la protezione del segreto professionale e del materiale difensivo custodito nello studio d’avvocato non è un&#8217;immunità del singolo, ma<br>una garanzia sistemica posta a presidio dell&#8217;inviolabilità della difesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia ben chiaro che questa pronunzia non deve sollevare perplessità nell&#8217;opinione pubblica, in merito a paventate &#8220;garanzie di casta&#8221;! Il provvedimento, al contrario, sposta l&#8217;asse dell&#8217;attenzione giuridica esclusivamente a difesa delle &#8220;garanzie generali&#8221;, impedendo che le indagini nei confronti di un singolo, possano ledere i diritti del segreto professionale.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il vicino continua a gettare mozziconi di sigarette sul mio balcone: cosa posso fare?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/il-vicino-continua-a-gettare-mozziconi-di-sigarette-sul-mio-balcone-cosa-posso-fare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2026 15:16:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[mozziconi sigarette balcone]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;avvocato Simone Labonia ci illustra la normativa, che sicuramente non è permissiva verso questa manifestazione di inciviltà. Di fatto, il lancio di mozziconi di sigaretta dai balconi o dalle finestre [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;avvocato Simone Labonia ci illustra la normativa, che sicuramente non è permissiva verso questa manifestazione di inciviltà.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fatto, il lancio di mozziconi di sigaretta dai balconi o dalle finestre è un&#8217;abitudine purtroppo diffusa, spesso sottovalutata da chi la compie, ma al centro di precise tutele normative nell&#8217;ordinamento italiano. Oltre al decoro urbano e alla convivenza civile, la condotta configura specifici illeciti sanzionabili sia in sede amministrativa che penale, superando la mera dimensione del &#8220;fastidioso vicinato&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Codice Penale punisce il reato di &#8220;getto pericoloso di cose&#8221;, sanzionando chiunque lanci o versi, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di uso comune o altrui, cose atte a offendere, imbrattare o molestare le persone. La Giurisprudenza della Corte di Cassazione ha chiarito a più riprese che il lancio continuato di mozziconi verso il balcone del vicino o sul cortile condominiale rientra appieno in questa fattispecie, qualora sia idoneo a causare molestia o imbrattamento. Non occorre necessariamente che si verifichi un danno concreto: la condotta è sanzionata anche per il solo rischio e per il disagio arrecato alle persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A ciò si aggiunge la normativa amministrativa legata alla tutela dell&#8217;ambiente e del decoro urbano.<br>Chi getta a terra o da una finestra un mozzicone rischia sanzioni amministrative pecuniarie che vanno da 60 a 300 euro. Molti Comuni, inoltre, prevedono nei propri Regolamenti di Polizia Urbana ulteriori restrizioni e multe volte a sanzionare chi sporca gli spazi pubblici o privati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ambito condominiale, il lancio di mozziconi viola le regole generali sul corretto uso delle cose comuni e sul rispetto delle proprietà altrui. I regolamenti condominiali possono contenere clausole specifiche che vietano espressamente il lancio di oggetti dalle finestre, prevedendo sanzioni pecuniarie per chi li viola, laddove previsto dalle disposizioni attuative del codice civili.<br>Qualora si causino danneggiamenti a tende o arredi del vicino, si passa alla responsabilità civile per danni, con l&#8217;obbligo di risarcire il pregiudizio economico arrecato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La legge italiana tratta il lancio dei mozziconi con estrema severità: ciò che per alcuni può sembrare un gesto veniale rappresenta a tutti gli effetti un illecito perseguibile su più fronti giuridici.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>TSO, un errore nella procedura può fare la differenza tra cura e violazione dei diritti</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/tso-un-errore-nella-procedura-puo-fare-la-differenza-tra-cura-e-violazione-dei-diritti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 17:03:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie mediche]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
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					<description><![CDATA[NELLA CONVALIDA DEL T.S.O. È NECESSARIA TUTTA L&#8217;ATTENZIONE CHE LA NORMA PREVEDESentenza 157/2026 Corte Costituzionale La sentenza della Corte Costituzionale torna a delineare con estrema chiarezza il delicato equilibrio tra [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">NELLA CONVALIDA DEL T.S.O. È NECESSARIA TUTTA L&#8217;ATTENZIONE CHE LA NORMA PREVEDE<br>Sentenza 157/2026 Corte Costituzionale</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sentenza della Corte Costituzionale torna a delineare con estrema chiarezza il delicato equilibrio tra la tutela della salute pubblica, il diritto alle cure e la salvaguardia della libertà personale. Al centro della pronuncia vi è la disciplina del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), una misura eccezionale che incide in modo diretto e profondo sulla sfera d&#8217;autonomia e sulla dignità dell&#8217;individuo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il TSO rappresenta uno dei punti di maggiore tensione del nostro ordinamento: da un lato vi è l&#8217;esigenza di prestare assistenza a persone che si trovano in condizioni di grave alterazione psichica e rifiutano le cure; dall&#8217;altro vi è la necessità imperativa di garantire che tali interventi non si trasformino in una privazione arbitraria della libertà. La Costituzione, all&#8217;articolo 32, stabilisce che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, aggiungendo un limite invalicabile: il rispetto della persona umana. A ciò si affianca la garanzia dell&#8217;articolo 13, che tutela l&#8217;inviolabilità della libertà personale sotto la riserva di giurisdizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Consulta ha ribadito che la natura coercitiva del TSO impone un&#8217;applicazione rigorosa e mai formalistica delle garanzie procedurali previste dalla legge n. 180 del 1978 (la legge Basaglia, poi confluita nella legge 833/1978). La sequenza che va dalla proposta medica alla convalida del sindaco, fino alla necessaria autorizzazione del giudice tutelare, non costituisce una semplice prassi burocratica, ma una catena di controllo indispensabile a proteggere il cittadino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La decisione dei giudici costituzionali sottolinea che l&#8217;assenza o il vizio di anche uno solo di questi passaggi mina la legittimità dell&#8217;intero procedimento. L&#8217;intervento non può basarsi su valutazioni generiche, ma richiede una costante attenzione al rispetto della normativa vigente. La tutela della persona che affronta un momento di vulnerabilità deve rimanere il faro guida di ogni operatore sanitario e di ogni autorità coinvolta, assicurando che la cura non travalichi mai i confini del rispetto dei diritti fondamentali.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ubriaco a cavallo, fermato dalla Polizia: cosa rischia davvero? E la patente può essere sospesa?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/ubriaco-a-cavallo-fermato-dalla-polizia-cosa-rischia-davvero-e-la-patente-puo-essere-sospesa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 10:25:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Codice della Strada]]></category>
		<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[codice della strada]]></category>
		<category><![CDATA[ubriaco a cavallo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornaledelcilento.it/?p=263508</guid>

					<description><![CDATA[A questo strano quesito risponde l&#8217;avvocato Simone Labonia, illustrandoci la normativa. Montare a cavallo nelle vie cittadine dopo aver esagerato con l’alcol non è un’innocua eccentricità d’altri tempi, ma una [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>A questo strano quesito risponde l&#8217;avvocato Simone Labonia, illustrandoci la normativa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Montare a cavallo nelle vie cittadine dopo aver esagerato con l’alcol non è un’innocua eccentricità d’altri tempi, ma una condotta severamente sanzionata dal nostro ordinamento giuridico. Sebbene il pensiero corra subito alle automobili, le norme sulla circolazione stradale e la giurisprudenza della Corte di Cassazione applicano la disciplina anti ebbrezza a chiunque conduca un veicolo o un animale lungo la pubblica via.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il Codice della Strada (D.Lgs. 285/1992), la strada pubblica è destinata alla circolazione di pedoni, veicoli e animali. L&#8217;articolo 183 regola espressamente la circolazione degli animali: da tiro, da soma o da sella. Chi si trova a cavallo assume a tutti gli effetti la veste di &#8220;conducente&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il divieto principale si fonda sull&#8217;articolo 186 del Codice della Strada, che punisce la guida sotto l’influenza dell’alcol, rivolgendosi genericamente a chiunque attui tale comportamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Corte di Cassazione ha confermato in più occasioni che il concetto di &#8220;guida&#8221; si estende anche al controllo di un animale da sella: il cavaliere dirige la traiettoria, gestisce l&#8217;andatura e condivide la carreggiata con auto e pedoni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un aspetto particolare riguarda le sanzioni accessorie, come la sospensione della patente di guida. Secondo l&#8217;orientamento giurisprudenziale prevalente, la patente non può essere sospesa o revocata a chi commette l&#8217;infrazione a cavallo o in bicicletta, poiché per condurre tali mezzi (o animali) non è richiesto alcun titolo di guida abilitante. Restano tuttavia interamente valide le sanzioni pecuniarie e le responsabilità penali previste dai commi dell&#8217;articolo 186.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre al Codice della Strada, il &#8220;cavaliere alterato&#8221; rischia di incorrere nell&#8217;articolo 688 del Codice Penale, che sanziona l&#8217;ubriachezza manifesta in luogo pubblico o aperto al pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, non va trascurato il benessere dell&#8217;animale. Un individuo incapace di intendere e di volere può porre in essere manovre inconsulte, provocando stress, dolore o sofferenza al cavallo. In casi gravi, potrebbero configurarsi gli estremi del maltrattamento di animali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;intersezione tra codice stradale, responsabilità penale e tutela degli animali rende l&#8217;atto di passeggiare a cavallo in stato di ebbrezza un illecito pluriofensivo, severamente sanzionato dalle autorità.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Stalking, nessun risarcimento può comprare la libertà di una vittima</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/stalking-nessun-risarcimento-puo-comprare-la-liberta-di-una-vittima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Oct 2026 14:33:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Novità Legislative]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornaledelcilento.it/?p=263402</guid>

					<description><![CDATA[La paura non ha un prezzo: ecco perché il risarcimento non può estinguere lo stalking!La sentenza della Corte ha ribadito un principio fondamentale del nostro ordinamento: le ferite invisibili, lo [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La paura non ha un prezzo: ecco perché il risarcimento non può estinguere lo stalking!<br>La sentenza della Corte ha ribadito un principio fondamentale del nostro ordinamento: le ferite invisibili, lo stato di ansia e la paura quotidiana inflitti alla vittima non possono essere liquidati come una semplice partita contabile. La Consulta ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale sull&#8217;esclusione del reato di atti persecutori (art. 612-bis c.p.) dal meccanismo dell&#8217;estinzione del reato per condotte riparatorie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La decisione nasce dal tentativo di estendere allo stalking la logica del mero ristoro economico: l&#8217;idea che una somma di denaro possa, di per sé, &#8220;cancellare&#8221; il reato e chiudere il processo. La Corte ha nettamente respinto questa visione: ridurre lo stalking ad un pregiudizio valutabile con una tabella di liquidazione monetaria, significa fraintendere la natura stessa del danno subito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La paura non è un mero danno patrimoniale o una perdita materiale riparabile con un bonifico: gli atti persecutori alterano le abitudini di vita, privano la vittima della propria libertà personale e generano uno stato d&#8217;ansia continuo, che erode la dignità della persona. Permettere che il versamento di un indennizzo estingua l&#8217;illecito, tratterebbe la sofferenza psicologica alla stregua di un danno a un bene materiale, monetizzando la violenza morale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Consulta ha richiamato la specificità della tutela riservata alle vittime di violenza relazionale e di genere. Il processo penale per stalking non serve soltanto a quantificare un pregiudizio economico, ma ad assicurare protezione, riconoscimento della gravità della condotta e giustizia. Accettare l&#8217;idea che la tranquillità psicologica possa essere &#8220;riacquistata&#8221; tramite compensazione monetaria significherebbe snaturare la funzione del diritto penale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sentenza riafferma così che la dignità, la libertà personale e la serenità psicologica non sono merci da negoziare. La paura vissuta dalla vittima non è un semplice danno da liquidare, e nessuna somma può sostituirsi alla tutela della persona e al suo diritto di chiedere giustizia.</p>
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		<title>Il proprietario trattiene la cauzione se non ripitturo la casa: può farlo?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/il-proprietario-trattiene-la-cauzione-se-non-ripitturo-la-casa-puo-farlo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 14:50:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;avvocato Simone Labonia ci spiega la normativa in merito a questa spinosa e frequente situazione. La restituzione del deposito cauzionale è uno dei temi che generano maggiore conflittualità tra locatore [...]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;avvocato Simone Labonia ci spiega la normativa in merito a questa spinosa e frequente situazione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La restituzione del deposito cauzionale è uno dei temi che generano maggiore conflittualità tra locatore e conduttore. Tra le pretese più frequenti da parte dei proprietari vi è proprio l&#8217;obbligo di tinteggiare l&#8217;appartamento prima di riconsegnare le chiavi, pena il trattenimento totale o parziale della cauzione. Tale condotta è illegittima nella maggior parte dei casi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;articolo 1590 del Codice Civile stabilisce che il conduttore deve restituire la cosa locata nello stato medesimo in cui l&#8217;ha ricevuta, in conformità della descrizione fatta dalle parti, salvo il deterioramento o il consumo risultante dall&#8217;uso della cosa in conformità del contratto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;ingiallimento delle pareti o i segni lasciati dai quadri e dai mobili rientrano pienamente nel normale deperimento d&#8217;uso legato all&#8217;occupazione dell&#8217;immobile. Poiché tale usura è già remunerata dal canone di locazione mensile, pretendere che l&#8217;inquilino elimini le tracce del tempo significa addossargli un costo di manutenzione che spetta per legge al proprietario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso i contratti di locazione contengono clausole che impongono espressamente al conduttore di ritinteggiare i locali a fine rapporto. La Corte di Cassazione, con orientamento consolidato, ha stabilito che tali clausole sono nulle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Imporre l&#8217;obbligo di imbiancare attribuirebbe infatti al locatore un ingiusto vantaggio economico in aggiunta al canone pattuito, ponendo a carico dell&#8217;inquilino una spesa di manutenzione ordinaria straordinaria che non gli compete. Pertanto, anche se firmata nel contratto, la clausola non produce effetti giuridici. La trattenuta arbitraria della cauzione</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il deposito cauzionale ha la funzione esclusiva di garanzia contro l&#8217;inadempimento dell&#8217;inquilino (mancato pagamento dei canoni) o per il risarcimento di danni effettivi e imprevedibili cagionati all&#8217;immobile.<br>Il proprietario non può decidere autonomamente e unilateralmente di trattenere la cauzione. Anche di fronte a danni reali, se non si raggiunge un accordo amichevole sulla quantificazione, il locatore ha l&#8217;obbligo di restituire la cauzione oppure di promuovere un giudizio civile per far accertare il danno dal giudice. La trattenuta arbitraria configura una condotta illegittima.</p>
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		<title>Ho una figlia adolescente che passa intere giornate sui social: cosa fare?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/ho-una-figlia-adolescente-che-passa-intere-giornate-sui-social-cosa-fare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 15:13:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[social adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;avvocato Simone Labonia ci illustra come l&#8217;argomento sia all&#8217;attenzione della Comunità Europea, che si sta attivando in merito, con un nuovo capitolo nella battaglia per proteggere bambini e adolescenti dai [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;avvocato Simone Labonia ci illustra come l&#8217;argomento sia all&#8217;attenzione della Comunità Europea, che si sta attivando in merito, con un nuovo capitolo nella battaglia per proteggere bambini e adolescenti dai rischi della rete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, la Commissione Europea ha adottato, pochi giorni fa, la proposta di EU KIDS Act, un progetto destinato a modificare le regole di accesso dei minori ai social network e, più in generale, ai servizi digitali considerati potenzialmente rischiosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto più immediato riguarda l’età. La proposta prevede che le piattaforme di social media non consentano l’accesso ai minori di 13 anni e stabilisce a 15 anni l’età minima europea per l’apertura autonoma di un account. L’obiettivo è superare le differenti discipline nazionali e creare una soglia comune in tutta l’Unione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La novità più significativa riguarda però il cosiddetto “onere della prova”. Non dovrebbe più essere sufficiente per una piattaforma dichiarare che il proprio servizio è destinato a un pubblico appropriato: spetterebbe al fornitore dimostrare che il servizio è adeguato all’età dell’utente e costruito secondo criteri di sicurezza fin dalla progettazione: il principio del cosiddetto &#8220;safety by design&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La proposta si inserisce in un percorso già avviato con il Digital Services Act, che impone alle piattaforme accessibili ai minori elevati livelli di tutela della sicurezza, della privacy e del benessere. Già lo scorso anno la Commissione aveva pubblicato specifiche linee guida, raccomandando account privati per impostazione predefinita, maggiore controllo sui sistemi di raccomandazione, strumenti contro il cyberbullismo e misure per ridurre i comportamenti compulsivi e dipendenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolare attenzione viene riservata alla verifica dell’età. L’Europa sta sviluppando sistemi che consentano di dimostrare l’età senza dover necessariamente rivelare alla piattaforma una quantità maggiore di dati personali. Nel 2025 è stato presentato un primo modello europeo di verifica, pensato proprio per coniugare tutela dei minori e protezione della privacy.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, tuttavia, non è soltanto tecnologico. La nuova impostazione europea apre una discussione delicata sull&#8217;equilibrio tra protezione dell’infanzia, responsabilità dei genitori, libertà dei minori e diritto di accesso all’informazione. Il principio appare chiaro: la responsabilità della sicurezza non può ricadere esclusivamente sul bambino o sulla famiglia, ma deve coinvolgere direttamente chi progetta e gestisce le piattaforme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida sarà ora trasformare questi principi in controlli realmente efficaci. Perché stabilire un’età minima è relativamente semplice; impedire che un minore aggiri le verifiche, utilizzi account altrui o venga comunque raggiunto da contenuti inadatti è molto più complesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il KIDS Act rappresenta dunque un cambio di prospettiva: dall’idea di un minore che deve semplicemente imparare a difendersi dalla rete, a quella di una rete che deve essere progettata per essere più sicura anche per il minore.</p>
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		<title>Posso insultare chi voglio? L’ingiuria non è più reato: ecco cosa rischio davvero</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/posso-insultare-chi-voglio-lingiuria-non-e-piu-reato-ecco-cosa-rischio-davvero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 14:36:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[ingiuria]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;avvocato Simone Labonia ci illustra la normativa e ci spiega i limiti di questa &#8220;libertà d&#8217;espressione&#8221;! È vero, l’ingiuria non è più reato, ma non è affatto diventata lecita.Dire a [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;avvocato Simone Labonia ci illustra la normativa e ci spiega i limiti di questa &#8220;libertà d&#8217;espressione&#8221;!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È vero, l’ingiuria non è più reato, ma non è affatto diventata lecita.<br>Dire a qualcuno «sei un incapace», «sei un ladro» o rivolgergli un insulto diretto, fino a pochi anni fa poteva portare davanti al giudice penale per il reato di ingiuria. Oggi la situazione è profondamente cambiata: l’ingiuria è stata depenalizzata e non costituisce più reato. Ma attenzione: depenalizzazione non significa libertà assoluta di insultare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima della riforma del 2016, chi offendeva «l’onore o il decoro di una persona presente» poteva essere punito con la reclusione fino a sei mesi oppure con una multa. La pena poteva aumentare nelle ipotesi aggravate, ad esempio quando l’offesa consisteva nell’attribuzione di un fatto determinato o era commessa alla presenza di più persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 2016, invece, l’ingiuria è uscita dal diritto penale ed è diventata un illecito civile sottoposto a sanzione pecuniaria civile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che emerge un equivoco frequente. La depenalizzazione riguarda l’ingiuria, non tutte le forme di offesa alla persona. Se l’espressione offensiva viene comunicata a più persone e danneggia la reputazione della vittima, può configurarsi il diverso reato di diffamazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il limite diventa ancora più importante nell’epoca dei social network. Un insulto pubblicato su una piattaforma accessibile ad altri utenti non diventa automaticamente una semplice «ingiuria depenalizzata». La Cassazione ha recentemente ribadito che la pubblicazione su TikTok di un video contenente espressioni offensive può integrare diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità, anche quando la persona offesa riesca a vedere il video in diretta da remoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta inoltre fermo un principio importante: la depenalizzazione non cancella il diritto all’onore e alla reputazione. La Cassazione ha chiarito che la lesione di questi diritti può generare responsabilità risarcitoria anche quando il comportamento non costituisca più reato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, prima l’insulto diretto poteva condurre davanti al giudice penale; oggi, in linea generale, conduce sul terreno civile. Ma se l’offesa supera quel confine, viene diffusa a terzi, attribuisce fatti lesivi della reputazione o assume determinate modalità, il rischio penale può tornare concretamente in gioco. La depenalizzazione dell’ingiuria, dunque, non ha trasformato l’offesa in un comportamento senza conseguenze: ha semplicemente spostato il baricentro della tutela dal penale al civile.</p>
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		<item>
		<title>Negato imbarco, Ryanair condannata a risarcire passeggera marocchina</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/negato-imbarco-ryanair-condannata-a-risarcire-passeggera-marocchina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 14:18:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[ryanair]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Giudice di Pace di Napoli ha condannato Ryanair al pagamento di 5mila euro in favore di una cittadina marocchina alla quale era stato negato l&#8217;imbarco su un volo in [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>Giudice di Pace di Napoli</strong> ha condannato Ryanair al pagamento di 5mila euro in favore di una cittadina marocchina alla quale era stato negato l&#8217;imbarco su un volo in partenza da Napoli e diretto a Londra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda riguarda O.W., 23 anni, residente in Marocco, che avrebbe dovuto raggiungere l&#8217;aeroporto di Londra. Al momento dell&#8217;imbarco, tuttavia, la compagnia aerea non le avrebbe consentito di salire a bordo ritenendo non valido il documento presentato unitamente al permesso di soggiorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La passeggera ha quindi intrapreso un&#8217;azione giudiziaria, <strong>assistita dall&#8217;avvocato Nicola Suadoni.</strong> Nel corso del procedimento è stata sostenuta e documentata la validità del titolo di viaggio e della documentazione esibita dalla donna, alla luce della normativa applicabile e degli accordi di Schengen, compreso il permesso di soggiorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Giudice di Pace, con sentenza del 6 ottobre, ha ritenuto illegittimo il negato imbarco e ha condannato la compagnia aerea al risarcimento dei danni subiti dalla passeggera, quantificati in 5mila euro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Foto: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Volo_Ryanair_4102">https://it.wikipedia.org/wiki/Volo_Ryanair_4102</a></p>
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		<item>
		<title>Truffa online: se i soldi arrivano sul tuo conto, sei colpevole?</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/truffa-online-se-i-soldi-arrivano-sul-tuo-conto-sei-colpevole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 15:25:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
		<category><![CDATA[Truffa online]]></category>
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					<description><![CDATA[In merito alla frode informatica e truffa online, la Cassazione chiarisce il valore probatorio dell’accredito sul conto corrente. Con la sentenza commentata la Suprema Corte è tornata a pronunciarsi sul [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">In merito alla frode informatica e truffa online, la Cassazione chiarisce il valore probatorio dell’accredito sul conto corrente. Con la sentenza commentata la Suprema Corte è tornata a pronunciarsi sul delicato tema dell&#8217;onere della prova nei reati di frode informatica (art. 640-ter c.p.) e truffa telematica. Il nodo centrale affrontato dai giudici di legittimità riguarda il valore indiziario dell&#8217;accredito del profitto dell&#8217;illecito sul conto corrente o sulla carta ricaricabile dell&#8217;indagato. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso concreto trae origine da un accesso abusivo all&#8217;home banking di una vittima, con il conseguente drenaggio di migliaia di euro, bonificati direttamente sul conto dell&#8217;imputato. La difesa sosteneva che la mera titolarità del conto ricevente non bastasse a dimostrare la responsabilità penale, in assenza di prove dirette sull&#8217;esecuzione materiale dell&#8217;accesso informatico o delle trattative ingannevoli. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La Corte ha respinto il ricorso, affermando una consolidata massima di esperienza: il vantaggio patrimoniale non è un evento estraneo alla condotta, ma ne costituisce lo sbocco naturale. Di conseguenza, secondo un criterio di normalità causale, chi beneficia del profitto dell&#8217;illecito è presuntivamente colui che ha realizzato la truffa o vi ha concorso attivamente. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò non comporta un&#8217;inversione formale dell&#8217;onere della prova, che resta sempre in capo all&#8217;accusa, ma attiva il principio della &#8220;vicinanza della prova&#8221;. Una volta accertato il flusso finanziario verso il conto dell&#8217;indagato, per superare la presunzione di colpevolezza, non basta una generica contestazione o la semplice affermazione di estraneità (&#8220;il conto è mio ma non l&#8217;ho usato io&#8221;). L&#8217;imputato ha l&#8217;onere di allegare elementi concreti e riscontrabili capaci di giustificare l&#8217;operazione: l&#8217;uso abusivo o la clonazione delle credenziali da parte di terzi, un&#8217;intestazione puramente formale del rapporto bancario, la totale mancanza di disponibilità delle somme o una catena causale alternativa documentata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pronuncia affronta infine l&#8217;aggravante dell&#8217;utilizzo dell&#8217;identità digitale, precisando che la nozione include anche le credenziali d&#8217;accesso all&#8217;home banking fornite da istituti privati, confermando il rigore della giurisprudenza nel contrasto ai crimini finanziari online.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Verbale del condominio inviato via e-mail: basta davvero per far partire i 30 giorni per impugnare? La Cassazione fa chiarezza</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/verbale-del-condominio-inviato-via-e-mail-basta-davvero-per-far-partire-i-30-giorni-per-impugnare-la-cassazione-fa-chiarezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 12:39:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fisco & normativa d'impresa]]></category>
		<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[Con l&#8217;ordinanza commentata, la Corte di Cassazione ha affrontato il problema della comunicazione del verbale al condomino assente, precisando che la semplice trasmissione tramite posta elettronica ordinaria non è sufficiente, [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Con l&#8217;ordinanza commentata, la Corte di Cassazione ha affrontato il problema della comunicazione del verbale al condomino assente, precisando che la semplice trasmissione tramite posta elettronica ordinaria non è sufficiente, di per sé, a dimostrare la conoscenza della deliberazione. Il punto centrale è la prova dell&#8217;effettivo recapito del documento e della possibilità per il destinatario di conoscerne il contenuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il termine di trenta giorni<br>L&#8217;articolo 1137, comma 2, del Codice civile stabilisce che il condomino assente può impugnare la deliberazione entro trenta giorni dalla comunicazione. Per i dissenzienti, invece, il termine decorre dalla data della deliberazione stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La distinzione è fondamentale: l&#8217;amministratore non può limitarsi a dimostrare di aver spedito una e-mail, ma deve fornire elementi idonei a provare che il verbale sia giunto nella sfera di conoscibilità del condomino. L&#8217;articolo 1335 c.c. prevede, infatti, una presunzione di conoscenza degli atti recettizi quando questi giungono all&#8217;indirizzo del destinatario, ma tale presunzione non può essere automaticamente collegata al semplice invio di una posta elettronica ordinaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La decisione assume particolare rilievo nelle controversie condominiali, soprattutto quando l&#8217;impugnazione viene proposta dopo la notifica di un decreto ingiuntivo per il pagamento vdegli oneri. Se il condominio eccepisce la tardività dell&#8217;azione, deve dimostrare quando il condomino abbia ricevuto il verbale o ne abbia acquisito una conoscenza completa, tale da consentirgli di tutelare le proprie ragioni.<br>La Cassazione richiama così l&#8217;attenzione su un principio di garanzia: il diritto di impugnare una deliberazione non può essere compresso sulla base di una comunicazione la cui ricezione non sia adeguatamente dimostrata. L&#8217;e-mail rimane uno strumento pratico di gestione, ma la sua utilizzazione richiede cautela quando dalla comunicazione dipendono termini di decadenza e conseguenze processuali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tecnologia, dunque, non sostituisce le esigenze di certezza giuridica. Per evitare contestazioni, l&#8217;amministratore dovrebbe adottare modalità di trasmissione che consentano di documentare il recapito e la conoscenza del verbale, conservando le relative prove. Il rispetto delle forme di comunicazione diventa così uno strumento di tutela sia per il condominio sia per il singolo proprietario.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ho perdonato una volta, non per sempre: la Cassazione chiarisce i limiti della tolleranza al tradimento</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/ho-perdonato-unavolta-non-per-sempre-la-cassazione-chiarisce-i-limiti-della-tolleranza-al-tradimento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 10:51:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Novità Legislative]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
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					<description><![CDATA[La sentenza riguarda la separazione coniugale e l&#8217;addebito in caso di tradimento. La Cassazione stabilisce che la tolleranza mostrata da un coniuge verso un precedente tradimento non costituisce una rinuncia [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La sentenza riguarda la separazione coniugale e l&#8217;addebito in caso di tradimento. La Cassazione stabilisce che la tolleranza mostrata da un coniuge verso un precedente tradimento non costituisce una rinuncia al dovere di fedeltà, né impedisce di addebitare la separazione all&#8217;altro partner se si verificano nuove infedeltà che causano la rottura definitiva del matrimonio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa pronuncia, dunque, riguarda l&#8217;infedeltà coniugale ed il concetto che la tolleranza non cancella il tradimento: la Corte fa chiarezza sull&#8217;addebito nella separazione e sul valore della tolleranza di un coniuge di fronte al tradimento del partner, in merito all&#8217;impatto sull&#8217;addebito stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il principio è chiaro: perdonare o tollerare una precedente infedeltà non equivale a una rinuncia definitiva al dovere di fedeltà, né impedisce di chiedere l&#8217;addebito se si verificano nuove violazioni. La vicenda trae origine dal ricorso di un marito che chiedeva l&#8217;addebito della separazione alla moglie a causa di ripetute infedeltà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In una prima fase, la domanda era stata respinta poiché il coniuge aveva in passato tollerato una relazione extraconiugale della donna. La Cassazione ha però ribaltato questa impostazione, precisando che la tolleranza passata non costituisce un&#8217;esimente e non elimina l&#8217;illiceità dei tradimenti successivi. ​I doveri coniugali previsti dall&#8217;art. 143 del Codice Civile hanno infatti natura indisponibile e non possono essere azzerati da accordi o comportamenti di fatto. Se dopo un episodio di infedeltà perdonato emergono nuove violazioni che causano l&#8217;intollerabilità della convivenza, il giudice deve addebitare la separazione al coniuge fedifrago, con la conseguente perdita del diritto all&#8217;assegno di mantenimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La decisione conferma un orientamento di tutela della dignità del coniuge tradito: la disponibilità a perdonare un errore per tentare di salvare il matrimonio non può trasformarsi in una trappola giuridica che priva il partner del diritto di reazione di fronte a un comportamento scorretto reiterato nel tempo.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Posso insultare senza rischiare nulla? La risposta dell’avvocato sorprende</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/posso-insultare-senza-rischiare-nulla-la-risposta-dellavvocato-sorprende/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 13:26:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Legalità nel Territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;avvocato Simone Labonia ci illustra la normativa e ci spiega i limiti di questa &#8220;libertà d&#8217;espressione&#8221;! È vero, l’ingiuria non è più reato, ma non è affatto diventata lecita.Dire a [...]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;avvocato Simone Labonia ci illustra la normativa e ci spiega i limiti di questa &#8220;libertà d&#8217;espressione&#8221;!</p>



<p class="wp-block-paragraph">È vero, l’ingiuria non è più reato, ma non è affatto diventata lecita.<br>Dire a qualcuno «sei un incapace», «sei un ladro» o rivolgergli un insulto diretto, fino a pochi anni fa poteva portare davanti al giudice penale per il reato di ingiuria. Oggi la situazione è profondamente cambiata: l’ingiuria è stata depenalizzata e non costituisce più reato. Ma attenzione: depenalizzazione non significa libertà assoluta di insultare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima della riforma del 2016, chi offendeva «l’onore o il decoro di una persona presente» poteva essere punito con la reclusione fino a sei mesi oppure con una multa. La pena poteva aumentare nelle ipotesi aggravate, ad esempio quando l’offesa consisteva nell’attribuzione di un fatto determinato o era commessa alla presenza di più persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 2016, invece, l’ingiuria è uscita dal diritto penale ed è diventata un illecito civile sottoposto a sanzione pecuniaria civile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che emerge un equivoco frequente. La depenalizzazione riguarda l’ingiuria, non tutte le forme di offesa alla persona. Se l’espressione offensiva viene comunicata a più persone e danneggia la reputazione della vittima, può configurarsi il diverso reato di diffamazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il limite diventa ancora più importante nell’epoca dei social network. Un insulto pubblicato su una piattaforma accessibile ad altri utenti non diventa automaticamente una semplice «ingiuria depenalizzata». La Cassazione ha recentemente ribadito che la pubblicazione su TikTok di un video contenente espressioni offensive può integrare diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità, anche quando la persona offesa riesca a vedere il video in diretta da remoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta inoltre fermo un principio importante: la depenalizzazione non cancella il diritto all’onore e alla reputazione. La Cassazione ha chiarito che la lesione di questi diritti può generare responsabilità risarcitoria anche quando il comportamento non costituisca più reato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, prima l’insulto diretto poteva condurre davanti al giudice penale; oggi, in linea generale, conduce sul terreno civile. Ma se l’offesa supera quel confine, viene diffusa a terzi, attribuisce fatti lesivi della reputazione o assume determinate modalità, il rischio penale può tornare concretamente in gioco. La depenalizzazione dell’ingiuria, dunque, non ha trasformato l’offesa in un comportamento senza conseguenze: ha semplicemente spostato il baricentro della tutela dal penale al civile.</p>
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		<title>Futuri magistrati e test psicoattitudinali: è giusto verificare l’attitudine al ruolo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Studio Labonia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 12:44:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggi & Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenze e Giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[Magistrati]]></category>
		<category><![CDATA[studio labonia]]></category>
		<category><![CDATA[test magistrati]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) ha approvato una delibera fondamentale che regolamenta l’introduzione dei test psicoattitudinali per i futuri magistrati. La misura attua la riforma dell’ordinamento giudiziario (D. Lgs. [...]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) ha approvato una delibera fondamentale che regolamenta l’introduzione dei test psicoattitudinali per i futuri magistrati. La misura attua la riforma dell’ordinamento giudiziario (D. Lgs. 44/2024) introducendo una procedura d&#8217;esame strutturata volta a verificare l’assenza di grave inidoneità comportamentale all’esercizio delle funzioni giudiziarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’accertamento non ha carattere clinico o diagnostico (non mira cioè a rilevare patologie), ma serve a misurare specifiche competenze organizzative e relazionali. La valutazione riguarda cinque aree principali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cognitiva: ragionamento analitico, capacità decisionale e problem solving.<br>Emotiva: equilibrio individuale, gestione dello stress e autocontrollo.<br>Relazionale: comunicazione, capacità di ascolto ed empatia.<br>Etico-valoriale: equità e autonomia di giudizio.<br>Organizzativa: gestione del tempo e organizzazione del lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I candidati saranno sottoposti alla fase di valutazione psicologica solo dopo essere risultati idonei agli scritti tradizionali del concorso. Prima della prova orale, i candidati sostengono test psicoattitudinali validati secondo standard psicometrici internazionali. Il risultato del test scritto non determina automaticamente l&#8217;esclusione. Viene invece utilizzato come base per un colloquio mirato gestito dal Presidente della commissione esaminatrice affiancato da un esperto psicologo. La decisione finale sull&#8217;idoneità o inidoneità del candidato rimane in capo alla sola commissione esaminatrice. L&#8217;inidoneità deve derivare non da una singola debolezza, ma da una accertata e grave carenza che comprometta la capacità funzionale al ruolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fonte foto: <a href="https://www.associazionemagistrati.it/doc/4165/sostegno-ai-magistrati-di-sciacca.htm">https://www.associazionemagistrati.it/doc/4165/sostegno-ai-magistrati-di-sciacca.htm</a></p>
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