C’è Venezuela nel Cilento: qui un mare di espatriati tra contraddizioni e indifferenza

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C’è Venezuela nel Cilento: qui un mare di espatriati tra contraddizioni e indifferenza

Il regime non molla il potere, la popolazione rimasta prova a scalzarlo e, nel Cilento, non si contano più i venezuelani in arrivo. Sono figli di terze generazioni di italiani emigrati in Venezuela particolarmente dopo la seconda guerra mondiale. Tra le strade di Caracas li vedi muoversi a passo veloce, a caccia di documenti per dimostrare  di avere familiari in Italia, una sorta di lasciapassare per salvarsi dalla crisi. Qui, dove le strade prendono il nome di Bolivar, i giardini si adornano di monumenti dedicati al Libertador e i nomi dei residenti suonano come Luisito, Domingo o Josè, li vedi sofferenti per il freddo, questo sconosciuto. Siamo a Marina di Camerota, molti di loro si riconoscono e si ritrovano sotto la bandiera della patria a dare vita a iniziative di solidarietà per i venezuelani rimasti sotto la minaccia di Maduro e sollecitati dall’oppositore Guaidò a scendere in piazza. Altri invece, qui come in patria, restano dentro le proprie case, aspettando che qualcosa cambi, che qualcosa si stabilizzi. E magari che si ripetano i presupposti dell’Eldorado: dove i soldi si guadagnano rapidamente.

Tra loro c’è chi in Venezuela si è arricchito, dragando tutta la ricchezza che poteva per costruire qui, in Italia, nel Cilento, edifici, case, alberghi, villaggi, senza lasciare a quella terra un briciolo di riconoscenza. Nè di tributi. Poi c’è chi invece in quella terra ci è rimasto, condividendone le sorti, persino quella sciagurata di ritrovarsi oggi con una tessera settimanale fornita dal Governo per fare la spesa. Questo, dopo avere conosciuto, per decenni, la possibilità, di riempire il carrello con la carta di credito. Sono le due facce di una realtà che sembra trovare punti di convergenza nella lotta alla dittatura di Maduro, ma che non manca di sottolineare punti di distanza rispetto all’indifferenza che i primi, troppo spesso, dimostrano a chi oggi prova a trovare riparo da queste parti. Persino il parroco del posto ha ammonito i suoi: ricordatevi da dove venite e cosa quella terra vi ha dato – ha detto, vedendosi riempire la piccola chiesa di richieste di aiuto da parte dei venezuelani -, mentre agli arrivati ha sottolineato: «Siete i benvenuti, non come ospiti, questa è casa vostra. Bussate alla porta di questa chiesa e vi sarà aperto». Nelle cronache nazionali il Venezuela, giorno dopo giorno, occupa i principali spazi dei quotidiani. Fino al punto che ti ritrovi italiani più informati degli stessi venezuelani in patria a cui è negata una informazione libera.

Il Venezuela non è soltanto notizia della pagina Esteri, ma Primo piano dei casi nazionali, diventando – chi l’avrebbe mai immaginato – anche punto di equilibrio per la tenuta del Governo italiano che vede la Lega apertamente orientata alla lotta al regime e al sostegno di Guaidò, in linea con i principali partner europei, e i 5 Stelle, confusamente aggrappati all’ultima ora, tentando, minuto per minuto, di lasciare intendere di essere imparziali. Dimenticando forse come sia stato chiaro a tutti che in un primo momento abbiano dichiarato come legittima l’elezione di Maduro. Tranne poi provare a recuperare dichiarandosi equidistanti. Molti tra quanti si ritengono direttamente o indirettamente venezuelani, in questo lembo di Cilento, sono tra l’altro elettori 5 Stelle, naturalmente delusi, quando hanno sentito il successore di Chavez ringraziare l’Italia per la solidarietà e la posizione dimostrata. I veterani di prima generazione, arricchiti in Venezuela e anzitempo pensionati a Camerota, ereditando la siesta latina e i tempi lenti caraibici, non hanno problemi a fare della crisi del Venezuela, motivo di tifoseria politica in chiave di battibecco al bar. Mischiando qualche parola in dialetto cilentano e qualche altra in spagnolo, fanno del Venezuela il loro chiacchiericcio quotidiano. Rara, se non evanescente è la presenza di ‘chavisti‘ o progressisti latinoamericani da queste parti. Radicata è invece una cultura cattolica e conservatrice locale, congelata dalla lunga permanenza in Venezuela nel ruolo di commercianti, e re-importata in un contesto culturalmente rimasto in attesa. A chi accusa gli oppositori al regime di essere manipolati da Donald Trump, i venezuelani di qui, rispondono che Guaidò non è un presidente autoproclamato, ma legittimato dall’unica istituzione legale nel Paese, il Parlamento, regolarmente eletto.

E che è l’autodeterminazione del popolo venezuelano a volere il ribaltamento del regime, con mesi di cortei in piazza, fiumane umane di proteste e scene da guerra civile. Chi timidamente a Camerota si dichiara di sinistra, attribuisce al regime di Maduro, più ancora che a quello di Chavez, i connotati di una destra militare e sanguinaria. ‘Equivocada’ – si dice da queste parti – per una dittatura comunista, ma che, fondamentalmente, sarebbe piaciuta a molti emigranti di qui, per muscolarità e intransigenza, se solo si fosse cambiato di colore la bandiera. A scommettere sul che ne sarà del Venezuela, non manca chi si improvvisa veggente,  e indica i giorni se non i minuti d’ossigeno che restano a Maduro. Inneggiando magari all’imperialismo americano e osannando i tempi d’oro di quando 5 o 10 anni di lavoro ti fruttavano 2 edifici in Italia e una rendita per tre generazioni. Mentre se c’è chi ricorda come quella terra fosse ricca di materie prime, compreso oro e petrolio, oltre che di bellezze naturalistiche, in vista di un auspicato progresso, c’è chi, forse più ragionevolmente, dubita che bastino. Tenuto conto che nonostante tali premesse, questo paese non è in grado di produrre nulla, ha l’inflazione più alta del mondo, famiglie intere a rovistare nei cassonetti della spazzatura, nessuna medicina in farmacia e scaffali vuoti al supermercato, oltre che quartieri disgregati con figli sparsi in ogni parte del mondo per la penuria che si è stati in grado di generare. C’è un piccolo Venezuela in Italia, che riflette, con tutte le sfumature del caso, le contraddizioni dell’attualità su quell’angolo del Caribe. Affacciarsi da queste parti può aiutare ad avere maggiore percezione di quanto disordine e caos si riservino sempre un ulteriore margine di lievitazione.

Scheda approfondimento

Tanto per scattare una veloce fotografia sul paese, secondo il Fondo monetario internazionale, parliamo di una inflazione raggiunta, di 1 milione 300 mila percento. Qui fino all’esordio del Chavismo del 1999, gli italiani arrivavano in massa, due milioni nel 1961, più degli spagnoli. Oggi circa un milione, di cui 160 mila espatriati iscritti nei registri dell’Aire e il resto oriundi di prima, seconda e terza generazione. Se 31 milioni sono gli abitanti, oltre tre milioni sono i venezuelani scappati. In massa popolazione giovanissima e fino a 40 anni, la vera potenziale forza lavoro. Mentre i venezuelani in Italia sono poco più di 7400 di cui 1500 in Lombardia e 1000 a Roma. Fatte le dovute proporzioni rispetto alla popolazione residente, la comunità di Camerota potrebbe candidarsi a essere quella con la maggiore presenza di venezuelani nel Belpaese.

Secondo un’indagine di Repubblica: «Le ditte italiane sono ferme dopo avere costruito grandi infrastrutture, l’ultima ad abbandonare è stata il consorzio Ghella – Salini- Astaldi, che ha lasciato a metà la ferrovia Puerto Cabello- la Encrucijada, progettata dall’Italfer del gruppo Fs. Mentre risale al 2008 l’esproprio della fabbrica di siderurgia Sidor Techint, della famiglia Rocca. Solo l’Eni assicura di ‘non aver subito impatti industriali’. Produce 60 mila barili equivalenti fra petrolio e gas con i giacimenti offshore dei golfi del Venezuela e di Paria e inshore della Faja dell’Orinoco. Secndo Guaidò il Venezuela, negli ultimi dieci anni, ‘è stato il quarto paese del mondo in termini di investimenti nel settore petrolifero. Più di noi – ha detto – solo Russia, Usa e Arabia Saudita’, però noi estraiamo oggi solo un milione di barili al giorno (un tempo erano otto), mentre gli altri 10. Il regime si è rubato i soldi destinati a migliorare l’industria petrolifera’. Accuse che ricadono sulla Pdvsa, la compagnia petrolifera statale venezuelana, indicata dagli oppositori, come una organizzazione in mano a spietati militari e capitalisti che dragano risorse indirizzandole in conti privati all’estero.

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