Cilento, dalle reti spunta il pesce «elettrico»: è commestibile

La torpedine pescata nelle acque di Marina di Camerota
Infante viaggi

Le creature marine sono in grado di generare elettricità per sopravvivere, sfruttando la conducibilità dell’acqua I pesci elettrofori, comunemente detti pesci elettrici, hanno sviluppato organi capaci di produrre scariche ad alta tensione. Il più conosciuto è la torpedine, un pesce cartilagineo che appartiene alla stessa famiglia di squali e razze. Le torpedini hanno forma appiattita e sono dotate di due organi elettrici situati ai lati della testa, che possono produrre scariche fino a 220 volts ed arrivare ad 1 ampere. L’organo elettrico, detto EOD (electric discharge organ), scarica dell’organo elettrico, può essere paragonato ad una vera e propria batteria in miniatura.

Pesci notturni e solitari, le torpedini trascorrono le ore diurne adagiate sul fondo, parzialmente ricoperte da un sottile velo di sabbia o fango, mentre di notte scandagliano il fondale alla ricerca delle loro prede, piccoli pesci bentonici, crostacei e molluschi, che tramortiscono e divorano. L’elettricità viene utilizzata anche per difesa dai predatori e per scandagliare l’ambiente circostante. La scarica elettrica non è mortale per gli esseri umani, ma può provocare forte dolore.

Le torpedini hanno destato la curiosità dell’uomo fin dai tempi antichi, i Greci le usavano per applicare scosse elettriche controllate a coloro che soffrivano di mal di testa, e vengono menzionate in uno dei Dialoghi di Platone, il Menone, in cui Meno paragona metaforicamente Platone e la sua potente dialettica ad una torpedine che stordisce le sue prede. «E a me sembri essere, se è permesso schernirti un po’, perfettamente identico, nell’aspetto e nelle altre caratteristiche, alla piatta torpedine marina; e infatti quella fa addormentare ogni volta che qualcuno si avvicini e la tocchi, e mi sembra che ora tu faccia qualcosa di simile a me».

La protagonista della foto è finita nella rete di un pescatore, come spesso capita. Si tratta di una torpedine marezzata (Torpedo marmorata). E’ stata catturata nelle acque antistanti la costa di Marina di Camerota. In dialetto viene anche chiamata tremola. I pescatori la buttano così spesso che qualche ristoratore deve raccomandarsi per farsele portare in cucina. Eppure la sua carne saporita meriterebbe maggior fortuna.

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Con i ceci
Andrea Mattei, chef stellato del ristorante La magnolia dell’hotel Byron di Forte dei Marmi, in un’intervista al Tirreno l’ha definita così: «Lontana da branzino e scampi, meno elegante per cultura e sapore, è in realtà un ingrediente molto gustoso che trova la massima espressione in umido, cotta nella sua cartilagine». Mattei la utilizza tra gli stuzzichini dell’aperitivo, sotto forma di salsa passata e adagiata su una polentina di ceci. La pietanza viene preparata preparando un soffritto di aglio, cipolla rossa, salvia e rosmarino in olio extravergine d’oliva, sul quale si adagiano i filetti di torpedine che poi verranno arricchiti dalla passata e dal concentrato di pomodoro. Mentre l’abbinamento con la tipica cecina toscana avverrà solo a fine cottura, assieme a un filo d’olio extravergine d’oliva a crudo.

Al forno o in umido
Il guaio della torpedine è che «ha molto scarto, in cucina va dapprima tagliata all’altezza delle ali e poi privata della pelle partendo dalla coda». Fuori dai menù stellati, la torpedine si può cucinare al forno con pangrattato e patate, in umido con pomodoro, olive e capperi oppure può essere utilizzata per preparare ottimi sughi. In bianco, in Toscana la si può trovare in abbinamento a erbe aromatiche come prezzemolo e mentuccia.

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