Il trasformismo nella storia locale

di Roberto De Luca

Avrei potuto scrivere questo pezzo con parole mie. Eppure, è tale il grado di condivisione dei concetti, che userò le parole del prof. Emilio Giordano, docente di Letteratura Italiana all’Università di Salerno, nell’Introduzione della ristampa di un saggio dal titolo “Le associazioni politiche nei governi parlamentari”, che l’autore, avv. Vincenzo Marone, ha dato alle stampe nel 1887. In questo libello, venuto alla luce di recente per merito del Circolo Sociale “Carlo Alberto 1886” di Padula (SA), si affronta il tema del trasformismo politico e dei possibili rimedi da adottare per evitare un uso utilitaristico delle cariche elettive.

Scrive il prof. Giordano nell’introduzione: “Queste pagine si presentano come uno sguardo non certo distratto sull’Italia di Depretis che – senza saperlo – si avviava a diventare crispina, uno sguardo che nasceva appunto dall’osservatorio privilegiato di un piccolo paese del nostro Meridione. La diagnosi era davvero impietosa, a tratti colma del più nero pessimismo, mentre l’autore descriveva tutti i mali, i paradossi di una democrazia che continuava a essere tale soltanto a parole. L’avvocato Marone ricordava così la “crescente incompetenza negli amministratori comunali e provinciali”, da cui una “confusione e uno sperpero che reclama l’intervento del potere centrale e spesso della magistratura penale”, con il conseguente “aumentarsi dei partiti puramente personali, senza concetti e programmi”. E poi, l’esistenza di un dannoso voto di scambio, “un sistema a trattative private, un conciliabolo da frati o da speculatori”, con la conseguente scelta di uomini “mediocri, infingardi od incapaci” come rappresentanti politici, e di una stampa non libera (“Sì, la stampa, questo quarto potere, ch’è il più schiavo di tutti”). E ancora: le classi dirigenti non all’altezza, incapaci di comprendere la reale portata di una questione sociale riguardante gli strati più poveri del Paese, sedotti perciò da discorsi più radicali e rivoluzionari (il moderato avvocato evocava, con timore, il prossimo avvento di “un Proudhon del pensiero e un Robespierre dell’esecuzione”). In tale contesto di un deprimente vuoto della politica, come si direbbe oggi, Marone notava e denunciava il sorgere di un nuovo clericalismo, sempre più subdolo e minaccioso, favorito dall’azione pastorale del papato di Leone XIII.
E dopo la diagnosi, una terapia possibile. Per salvare la società italiana dal suo veloce declino, il medesimo Marone pensava alla nascita di nuove associazioni politiche formate da gente illuminata e onesta, che dovevano diventare luoghi di discussione e di selezione delle nuove classi dirigenti, di elaborazioni di idee e proposte per il governo del Paese, insomma strumenti importanti per la crescita non solo economica, ma anche morale e civile dell’intera nazione”.

Mi permetto di aggiungere qualche considerazione conclusiva. Nel 1887 eravamo agli albori della vita democratica in Italia, eppure i problemi erano già molto simili a quelli odierni. In circa centocinquant’anni, quindi, non abbiamo ancora saputo dare una risposta concreta alle istanze di democrazia partecipata. Pertanto, a chi propugna l’idea di partiti virtuali o catodici, possiamo rispondere con le parole dell’illuminato legale di provincia, nativo di Monte San Giacomo (SA). A chi oggi dovesse continuare a negare la necessità della crescita e del radicamento dei partiti sul territorio, magari per avere più ampi spazi di manovra a livello centrale, siano di monito le invettive del “moderato” avvocato Marone. Infine, non trascurerei di considerare lo sprezzante giudizio che l’avvocato Marone dava sulla stampa, che dovrebbe concorrere alla formazione del pensiero critico del cittadino, mentre sembra essere soggiogata (ancora oggi!) da un potere economico e politico fin troppo totalizzante.

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