Coronavirus, l’infermiere di Caselle in Pittari nell’ospedale lombardo con i malati Covid

Mario Martino
Infante viaggi

di Marianna Vallone

Mario Martino si trova in una delle aree più colpite della Lombardia, non lontano dall’ex zona rossa, ovvero a 45 chilometri da Codogno. Infermiere, 40 anni, originario di Caselle in Pittari, da undici anni vive a Pavia, e lavora in un IDR istituto di riabilitazione, Santa Margherita. Ha vissuto da vicino l’emergenza Coronavirus, per settimane. Quello in cui lavora, un istituto geriatrico, è stato uno dei centri di risposta all’emergenza covid-19. Ora nella struttura il numero di pazienti contagiati è ancora alto ma i dottori e gli infermieri continuano a lavorare a ritmi serrati.

Nell’ospedale dove lavori si sono registrati molti casi positivi?
Sono molti gli anziani contagiati dal virus Covid-19 anche nel nostro ospedale. Al momento ci sono tre reparti deputati solo al Covid. Purtroppo la situazione si è evoluta repentinamente. Quando si parlava in televisione dei casi in Cina ci sembrava una realtà così lontana. Poi dagli episodi di Codogno, nel lodigiano, la Lombardia è stata assediata in pochissimo. Ora ci siamo dentro fino al collo. Nel mio ospedale ci sono stati diversicasi. All’inizio il medico del mio reparto notava delle situazioni anomale a livello polmonare nei pazienti, così ha immediatamente approfondito la cosa. I tamponi hanno poi dato le risposte e i pazienti positivi sono stati dirottati nei reparti Covid. Il mio reparto è stato chiuso e anche il personale spostato nei reparti per assistere i pazienti Covid. Stiamo trattando ora solo pazienti contagiati.

Davanti a tutto ciò, in questi mesi quali sono state le tue sensazioni?
E’ una situazione nuova, e anche se siamo dei professionisti siamo innanzitutto delle persone, a paura fa parte di noi. Ma ci facciamo coraggio e ci supportiamo tra colleghi, andando avanti prestando la massima attenzione e proteggendoci con tutti i dispositivi di protezione di cui disponiamo. La mole di lavoro di certo è aumentata tanto. Il nostro obiettivo è aiutare i pazienti e superare al meglio questa emergenza.

Ci sono stati episodi che ti hanno colpito in modo particolare?
Sono stati molti. Mi è rimasto impresso il momento in cui il medico annuncia la positività al paziente. I loro occhi parlavano molto, umanamente è stata davvero dura. Spesso chiedevano di poter restare in reparto e non essere trasferiti nel reparto Covid, sono attestati di stima che ci confermano di aver lavorato al meglio. Però cerchiamo di non essere emotivi, altrimenti non riusciremmo a portare a termine il nostro lavoro.

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Attualmente qual è la situazione a Pavia e nel tuo ospedale?
Pavia è spettrale, una città come tante altre in Italia. Ma è l’unica soluzione da adottare per liberarci da questo mostro, come sappiamo. Dobbiamo restare in casi, avere meno contatti sociali. La violenza e la contagiosità di questo virus è molto alta.

Il fatto di essere cosi esposti al rischio e dover tornare a casa dalla tua famiglia con due bambini, ti spaventava?
All’inizio mi faceva un po’ paura. Vedevo negli occhi della mia compagna e in Gabriele che ha 11 anni, non tanto della bambina più piccola che ne ha 3, vedevo timore e dispiacere per quello che dovevo affrontare. Oggi la cosa si è stabilizzata. Infermieri, oss e sanitari, utilizziamo tutti dispositivi di protezione per non contagiarci, anche se alcuni colleghi sono a casa perché sono stati contagiati, per fortuna in forma molto lieve. Colgo l’occasione per ringraziare da parte mia i colleghi e il dottore del reparto g3 per come stiamo affrontando l’emergenza.

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