Coronavirus, l’intervista a un medico cilentano: «Campania? Molte lacune nel sistema sanitario»

L’intervista a Emy De Vita, medico a Roma, originaria di Lentiscosa, frazione di Camerota. Il punto sulla situazione Coronavirus in Italia, Lazio e Campania.

di Giangaetano Petrillo

Molto si continua a scrivere e a dire rispetto a quanto successo con la seconda ondata che, a detta di alcuni, ci ha trovati impreparati; mentre altri sostengono che le prese allentate durante il periodo estivo siano state causa del riaccendersi dell’epidemia. Una seconda ondata che, è bene ricordare, ci è costata oltre ventimila vittime, che vanno a sommarsi, in un calcolo freddo e apatico di numeri, alle altrettante morti della cosiddetta prima ondata.

Per capirci qualcosa di più e cercare di dare testimonianza di chi ha vissuto e vive questa situazione sul campo, abbiamo contattato la dottoressa Emy De Vita, originaria di Lentiscosa, una frazione del comune di Camerota, che lavora da anni in una Asl di Roma molto popolosa, con bacino di utenza di 205.000 persone». Abbiamo cercato di capire sia come viene gestita la seconda ondata in una regione a noi limitrofa ma senza le gravi difficoltà che stiamo affrontando noi oggi. «

Sono molto dispiaciuta per la gestione di questa epidemia. Mi conceda la metafora, non si può pensare di andare al fronte senza armi, o ricordarsene solo all’ultimo minuto».

Dottoressa come sta vivendo questa seconda ondata del virus? Secondo lei era del tutto imprevedibile?
Personalmente sto vivendo questa seconda ondata con preoccupazione ma anche con fiducia, legata sicuramente alle buone notizie sul fronte vaccinale. Questa seconda ondata ci ha trovati sicuramente più preparati dal punto di vista delle protezioni individuali e quindi sulla fornitura dei DPI, che durante la prima ondata erano assolutamente carenti; più preparati del punto di vista logistico del sistema delle diagnosi legate ai tamponi; sicuramente  meno preparati dal punto di vista organizzativo sul territorio e soprattutto sulla pressione dei malati all’interno degli ospedali , i quali si sono trovati nuovamente a fronteggiare un’emergenza (mai finita), ma improvvisamente diventata più pesante, con mancanza di posti letti sufficienti, carenza di strutture adeguate, carenza di personale medico e infermieristico, mancanza di protocolli ben definiti circa le terapie.

Quali, a suo giudizio, sono state le cose fatte per prevenirla e quali i comportamenti o gli atteggiamenti che l’hanno favorita?
In questa situazione del tutto nuova è difficile fare previsioni, ma il calo delle temperature, a cui segue una diversa condizione abitativa  ovvero spazi chiusi e minor ricircolo di aria, sicuramente hanno favorito la ripresa della diffusione, argomento trattato più volte e che risulta confermato  da recenti studi pubblicati da ISS. Questo aspetto nel corso di un’epidemia è difficile da tenere sotto controllo. I forti flussi di movimento che si sono verificati quest’estate possono essere considerati una concausa, ma ribadisco che con l’innalzamento della temperatura fino a 28°C, la carica virale subisce un drastico decadimento entro le prime 24 ore dall’emissione di droplet infette, mentre per raggiungere gli stessi livelli di decadimento alla temperatura di 20-25°C (temperatura ambiente) sono necessari tre giorni! Per cui questo sicuramente ci aiuta ma dobbiamo continuare a mantenere altissima l’attenzione e mettere in atto tutti i comportamenti suggeriti ovvero distanziamento sociale, igiene rigorosa delle mani e  utilizzo corretto e costante della mascherina (no ai nasi da fuori!!). Mi arrabbio molto con i miei collaboratori se vedo irregolarità!

Lei opera all’interno di una Asl di Roma. Com’è la situazione da voi, visto che la tonalità gialla sembra caratterizzarvi come una zona a basso rischio?
Lavoro in una Asl di Roma molto popolosa, con bacino di utenza di 205.000 persone e le posso assicurare che facciamo di tutto per tenere sotto controllo la situazione. È un lavoro molto duro, impegnativo, e la nostra attenzione è altissima. Siamo rigorosi. Nessuno accede al Presidio senza aver misurato la temperatura e compilato la scheda di triage. Abbiamo forti sistemi di diagnosi attraverso tamponi resi, ad oggi, facilmente accessibili, con sistema di drive-in capillare presente in tutta la regione, senza lasciare nessuna zona scoperta. Inoltre vi è stata un’ingente assunzione di personale sanitario medico e infermieristico. Credo che le decisioni politiche prese in ambito sanitario siano molto lungimiranti e coerenti con l’idea di rendere la sanità accessibile a tutti e quindi basata su principi di equità ed efficienza (anche se ci sta ancora molto da lavorare).

Molti ritengono che questo virus si comporti come un’influenza e dunque nei periodi più rigidi riesploda. Dovremmo quindi attenderci comunque una terza ondata durante i mesi più rigidi di gennaio e febbraio?
Il Coronavirus, cosi come gli altri virus influenzali circola allo stesso modo, e lo abbiamo visto a nostre spese. I casi quest’estate sono diminuiti (mai annullati del tutto), e questo ci ha permesso di andare al mare, recuperare un pò di normalità, addirittura viaggiare. Ma al calo delle temperature la situazione è precipitata e adesso siamo noi che giochiamo la partita più importante, con la nostra responsabilità e i nostri comportamenti. Per cui bisogna fare molta attenzione durante questo imminente periodo natalizio, perché la leggera flessione della curva non significa epidemia finita. Questa leggera flessione sta avvenendo perché sono state prese decisioni politiche ed economiche come le chiusure anticipate e le regioni «diversamente colorate», decisioni che vanno di pari passo con la situazione epidemiologica. Non abbassiamo la guardia perché dopo Natale ci può essere una forte ripresa e a pagarne le spese sono i più fragili. 

Sta seguendo quanto succede nella sanità campana? Come giudica lei dall’esterno la gestione sia della prima quanto della seconda ondata, avendo comunque la sua famiglia che vive qui?
Certo che seguo la situazione in Campania, è la mia regione di origine, dove vive la mia famiglia, ci sono legata. Sono molto dispiaciuta per la gestione di questa epidemia. Mi conceda la metafora, non si può pensare di andare al fronte senza armi, o ricordarsene solo all’ultimo minuto. Ci sono molte lacune nel Sistema Sanitario regionale campano, manca personale sanitario, manca un  sistema di contact tracing efficiente, mancano strutture sanitarie adeguate per una popolazione così densa di abitanti, manca un Sistema di Prevenzione strutturato e pronto a rispondere alle esigenze della popolazione. Mi piacerebbe conoscere più a fondo i motivi di queste mancanza, ma la lontananza fisica è un chiaro limite in questa situazione. Tuttavia sono pronta a dare il mio contributo e il mio sostegno a tutta la popolazione e spero che questo messaggio arrivi a chi di competenza, con l’obiettivo di migliorare quelle lacune accumulatesi nel tempo, troppo sottovalutate, che sono emerse con prepotenza in questo scenario di difficoltà e con la speranza che una delle regioni più belle d’Italia possa avere un degno sistema Sanitario, anche per dare il giusto riconoscimento a grandi professionisti campani che operano nel Settore e che pagano lo scotto della cattiva gestione. Me lo auguro di cuore. 

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