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Un viaggio tra frane, disagi ed incompetenza

di Lucia Cariello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È trascorso oramai circa un mese dalla tragica alluvione che colpì il Cilento, tentiamo così di tracciare un bilancio del compiuto ma principalmente dell’incompiuto; non sarà un mero tentativo di elencare “il non fatto” ma di rendere evidente disagi che quotidianamente la popolazione vive  ed affronta per compiere le azioni più banali, atti ordinari che ai più, oggi, possono apparire straordinari vivendo in una condizione di continua emergenza. Ci accorgiamo così di quanto lunga sia la strada da compiere per approdare alla piena efficienza, ma soprattutto per dare al territorio una piena dignità “infrastrutturale” comparabile ad altre regioni d’Italia. La consapevolezza sul “da fare” mi è giunta in seguito ad una sorta di “viaggio alla scoperta dell’incompiuto” dove ad una cadenza quasi regolare, come sinistri rintocchi di una campana ci si imbatte nelle dolorose tracce di ciò che probabilmente, e senza tema di smentita, può essere comparato ad un vero e proprio cataclisma; frane, cedimenti, smottamenti, dirupi si impongono alla vista, feriscono occhi e cuore di chi con dolore rimane attonito di fronte ad un evento che ha assunto oramai una cadenza stagionale, ponendo così l’accento su anni di incurie, noncuranze, negligenze che hanno condotto ad uno dei più gravi disastri che il Cilento abbia mai affrontato. Calamità chiaramente non evitabile, ma sicuramente arginabile adottando le più elementari regole di sicurezza e salvaguardia in primis del cittadino ma anche di un territorio oramai allo sbando in balia di eventi infausti che riescono a metterlo in ginocchio non offrendogli altra soluzione che mostrare il suo orgoglio “cilentano”. Quanto ho visto in questo mio breve girovagare mi ha fatto comprendere ancor più quanto sia lungo delicato e faticoso il lavoro che ci aspetta: rendere un territorio ferito percosso vilipeso in una condizione di pari dignità rispetto a regioni altrettanto splendide della nostra Italia, mostrare che anche in condizioni di emergenza riusciamo ad essere un unico solo grande popolo.   

                                                                                                                                                             

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