Dalla dea Hera alla Madonna del Granato, la storia del melograno attraverso il mito

di Giangaetano Petrillo

A Paestum tornano i melograni, frutti legati alla storia di questa terra. Questa antica pianta – Punica granatum – dalle molte proprietà benefiche e presente nell’area del Mediterraneo fin dall’antichità, è cresciuta nella zona di Capaccio a partire dai Greci e dalla dea Hera, venerata a Posedonia. E se vogliamo delle prove, basta andare nel Museo archeologico di Paestum ed ammirare la statuetta di Hera, moglie di Zeus, con in mano il melograno.

Quanti visitatori si saranno chiesti il motivo di questa raffigurazione? Di raffigurazioni storiche legate al melograno ce ne sono tantissime. La simbologia è ricca di tante altre rappresentazioni artistiche; dai giardini di Babilonia alla mitologia greca, alle rappresentazioni fittili di epoca pre-romana fino ad arrivare alla Madonna della melagrana del Botticelli. Ma soprattutto, il melograno è da sempre presente nelle nostre case e soprattutto nel Cilento non c’è una tavola imbastita d’inverno che non abbia il suo melograno, quindi quale testimonianza migliore di una coltura presente da sempre nel nostro areale?E poi come non ricordare la Madonna del Granato, pregata ancora oggi in tutta la zona e che sorge sul Monte Calpazio, che sovrasta l’ampia valle del fiume Sele.

Ma come gran parte della cultura greca trae le sue origini dal  mito, cerchiamo di rievocare, da quella stella mitologia, la simbologia del melograno, Niobe è una figura tragica, come tante nel mito. Fu regina di Lidia – regione dell’odierna Turchia – bella, dai capelli fluenti, fiera ed orgogliosa di carattere. Figlia di Tantalo e sorella di Pelope, sposò Anfione e gli generò ben quattordici figli, sette maschi e sette femmine. Ne andava legittimamente orgogliosa tanto da vantarsene nei confronti della dea Latona, e deriderla perché lei con Zeus era riuscita a procrearne soltanto due, Apollo e Artemide. Peccò di hybris, di superbia, là dove necessitava equilibrio, saggezza e temperanza, almeno nei confronti degli dei. Gli antichi Greci praticavano, come si sa, una religione politeista e antropomorfa, nel senso che le divinità assumevano non solo forme  umane, ma in loro erano connaturati anche virtù e vizi tipici degli uomini, e, quindi, passioni, come la gelosia e l’invidia. E fu proprio l’invidia degli dei, la a perdere Niobe.

La vendetta degli dei fu tremenda e Apollo e Artemide uccisero i suoi figli, lasciandone in vita soltanto due. Questa scena cruenta è ben raffigurata in un cratere datato intorno al 460-450 a.C. e attribuito al Pittore dei Niobidi – i figli di Niobe – proveniente da Orvieto e conservato al Louvre a Parigi, dove si riconoscono Apollo e la sorella Artemide nell’atto di saettare gli sfortunati figli. ritornando al mito, Niobe per dolore fu trasformata in roccia. «Fatta pietra dai numi cova il suo strazio» canta Omero nel XXIV libro dell’Iliade. E Sofocle dà voce, nell’Antigone, alla rappresentazione del tragico «La figlia di Tantalo morì di morte infelicissima sulla cima del Sipilo; un germoglio di pietra, come edera tenace, si impadronì di lei; e si strugge di lacrime e da sotto le ciglia con pianto perpetuo irrora i fianchi del monte». E nella fantasia popolare, tramandata nei secoli, la roccia, in cui la regina di Lidia venne trasformata, esiste ancora.

A pochi chilometri da Smirne, c’è la cittadina di Manisa, la vecchia Magnesia. Partendo da qui e seguendo le indicazioni si sale fino a raggiungere la «Roccia Piangente»; Niobe è qui a perpetuare dolore, che si fa fiume di lacrime, nella sorgente che sgorga dalla roccia, e che si ingrossa lungo il corso. L’unica pianta che è nata e prospera all’ombra del macigno è un melograno. La montagna sovrastante è tutta una macchia di pini, dove,  d’estate, riecheggia assordante il concerto delle cicale. Fonte e melograno simboleggiano il ritorno alla vita che si materializza in acqua, fiori e frutti dopo la tragedia della morte. Ma il melograno richiama alla mente un altro mito, quello di Persefone, figlia di Demetra, dea dei Misteri Eleusini. E narra di Ade che rapisce la giovane e bella dea, la fa sua e la porta nel suo regno degli Inferi. La madre Demetra, dea delle messi e della fecondità, si vendica e rende la terra infeconda fino a quando non le sarà restituita la figlia. Zeus è costretto a correre ai ripari ed invia Ermes da Ade imponendogli la restituzione della fanciulla.

Il re degli Inferi acconsente, però fa mangiare a Persefone un dolce chicco di melograno. Così facendo Persefone segna il suo destino per sempre, passerà due terzi di ogni anno con la madre sulla terra ed un terzo con il marito nell’Ade. Potenza del melograno, che è simbolo di fecondità, sacro ad Afrodite, pianta che fa morire, ma anche rinascere. «E, così, – come scrive Giuseppe Liuccio, giornalista originario di Trentinara in un suo articolo – i due miti, quello di Niobe e quello di Persefone, di Demetra e dei Superi si fondono nella simbologia del melograno, che i Greci piantavano sulle tombe degli eroi, quasi ad eternarne la vita attraverso il ricordo. Il melograno di Niobe simboleggia ed esalta la fecondità terrena. Il melograno di Demetra e di Persefone riscopre ed esalta morte e vita, tenebre e luce, Inferi e Campi Eleusi, inverno e primavera nel gioco perenne, che è umano e divino insieme, codificando il principio che bisogna morire per rinascere e rivivere. È questo, d’altra parte, anche il senso dei misteri Eleusini».

Così tutt’oggi, soffermando lo sguardo sulla statua della Madonna del Granato di Capaccio, possiamo udire quegli echi antichi del mito, che continuano a sussurrarci storie di dei, di eroi e di comuni mortali.

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