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Gli scavi di Paestum sotto il mais: l’offesa infinita alla Magna Grecia

di Giuseppe Galato

Gli scavi sono fermi e la strada asfaltata che ferisce la solennità del luogo è costruita lungo le mura dell’antica Poseidonia. Invisibili per i visitatori antichi uffici, botteghe e abitazioni.

Ho sempre avuto la sensazione che i grandi complessi archeologici del nostro Mediterraneo — da Segesta a Elea, da Oblontis a Tharros — quando sorgono nei pressi della costa, vengano quasi vivificati dalla luce e dall’aria marina che li fa miracolosamente rivivere nonostante i millenni trascorsi. È per questo che da alcuni anni cerco sempre di passare qualche settimana a Paestum, non solo per approfittare della sterminata spiaggia ma per riassaporare la meravigliosa atmosfera dei tre templi greci del VI secolo a.C. (Nettuno, Cerere e la Basilica) sempre con la speranza che quella metà dell’antica Poseidonia venga finalmente riportata alla luce.

Ed è qui, infatti, che mi sembra doveroso fare qualche osservazione più archeologica che turistica senza nessuna pretesa storico-scientifica. Sono davvero molti anni ormai, che mi chiedo — e chiedo agli specialisti e alle autorità locali — come mai la solenne città di Poseidonia sia ancora per più della metà sottoterra, anzi sotto il granturco che la ricopre. Come mai non possiamo ammirare gli altri settori dell’antica città greca anche nel suo quartiere degli affari, delle botteghe e delle abitazioni? E come mai dell’anfiteatro solo un terzo appare visibile al di là della strada asfaltata, che ancora interrompe a mezzo la città? Perché tutto il resto sta esso pure sotto le «proprietà private» che, ovviamente, potrebbero — anzi dovrebbero — essere requisite o comunque liberate da ogni interferenza data la ineffabile importanza di questo «sito archeologico»; certo il più solenne di tutta la Magna Grecia? Credo che nessuna scusante tecnica o politica possa giustificare questo stato di cose.

Ma c’è un altro episodio cui non posso fare a meno di accennare ed è la recente operazione mirante a creare lungo il fossato erboso che costeggia la base di tutte le mura una sorta di viottolo in cemento e travertino. Si tratta di un’operazione che consiste nell’aver sollevato di quota il terreno esistente e, attraverso cordoli di travertino, aver creato un percorso pedonale che s’ imposta a pochi metri dalle antiche mura e il cui impatto cromatico e tecnologico ferisce crudelmente la misteriosa solennità della fortificazione grecoromana. Viene in questo modo squilibrata la percezione che si aveva delle mura stesse, e viene alterato il rapporto fra la strada e la cinta muraria. Il che ovviamente finisce per sconciare crudelmente la «poesia » del luogo dove le antiche pietre e l’erba convivevano pacificamente e dove un’ampia strada asfaltata, già preesistente, era più che idonea a chi volesse percorrere l’intero perimetro murario.

Le mie, com’è ovvio, sono solo elementari annotazioni di un incolto turista o (se si preferisce) di un appassionato archeologo dilettante, ma spero possano avere una minima eco almeno perché riprendano i lavori di «sgombero» di tutta l’area dell’antica Paestum e perché si proceda con la massima delicatezza nel recupero delle mura senza offenderle con manufatti escogitati da improvvide iniziative delle autorità locali e delle diverse Sovrintendenze, che hanno, peraltro, provveduto a ricostruire parte delle mura con le pietre originali giacenti ai loro piedi. Una manovra che ripristina maggiormente il fascino dell’antica cerchia muraria. Ma, se la ricostruzione di qualche settore delle mura è un fatto positivo, non si dimentichino le altre storture che purtroppo ancora incombono su questa zona: non solo per quanto concerne l’abusivismo edile — già segnalato sulle colonne del ‘Corriere’ — ma per quanto si riferisce ad altri fondamentali insediamenti archeologici, sempre di questa area campana che non godo-no del dovuto rilievo. Mi riferisco all’area di Hera argiva — sito già scoperto e studiato da Zanotti Bianco e Montuori — che giace ai bordi del fiume Sele a pochi chilometri dai templi, quasi dimenticato. E più ancora ad altri due epicentri favolosi: il nucleo urbano di Velia (Elea) in minima parte «scavato», sul quale è da registrare il grande impegno nel restauro di Raffaele D’Andria. Questo acuto studioso oltre a ciò, sta recuperando la deliziosa città sepolta (sotto un abitato di casolari anonimi) di Buccino, l’Antica Volcei; dove ogni casa presenta negli scantinati o sotto le fondamenta mirabili mosaici di epoca romana.

A questo punto vien fatto di riflettere, anche in chiave economico-turistica (di cui certo non sono depositario), su come sarebbe opportuno, da un punto di vista storico scientifico, ma anche turistico, attivare maggiormente la presenza di visitatori in questa zona così poco «reclamizzata». Organizzando degli itinerari archeologici ad alto livello, guidati da specialisti, che permettessero di rendersi conto (anche ai visitatori stranieri oggi purtroppo molto scarsi) non solo dell’imponente presenza dei tre templi di Paestum, ma di quella dei siti archeologici citati: Velia, Buccino, Hera argiva, tutti ancora troppo «dimenticati » negli itinerari culturali del nostro Paese.

di GILLO DORFLES

Fonte: http://www.corriere.it

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