Desaparecidos, Mattarella in Uruguay ma Troccoli non è consegnato

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Il Cilento, i cilentani, conoscono bene la storia di Jorge Nestor Troccoli, accusato di essere tra i più atroci torturatori uruguaiani nel periodo delle dittature del Cono Sud dell’America Latina per le note vicende che hanno riguardato i desaparecidos, non fosse per il fatto che si è rifugiato proprio qui, a Marina di Camerota prima, e poi al confine, ovvero a Battipaglia in un secondo tempo. A Camerota ha trovato non soltanto riparlo ma anche la carta d’identità, per via di quel noto antenato, Pietro Troccoli, il primo marinaio ad avere attraversato l’oceano Atlantico a bordo di una imbarcazione da diporto, il Leone di Caprera, a fine 800. Imbarcazione, anch’essa custodita per un periodo a Camerota, e poi restituita, dopo un restauro, al museo della Scienza e della Tecnica di Milano, da dove, alla fine negli anni 90 fu presa in consegna. Di Jorge Troccoli, in molti, genericamente, sanno che è stato arrestato in Italia con gravi accuse di torture e omicidi, che è ricercato nel suo Paese per essere processato, che l’Uruguay ha fatto richiesta di estradizione per processarlo, e si sa anche che ha affrontato un processo a Roma dal quale è stato assolto in primo grado. Di recente molti hanno creduto che fosse stato spedito in Uruguay perché le cronache nazionali hanno parlato di un nuovo accordo di estradizione tra i due paesi che significa un lasciapassare per la consegna del torturatore Troccoli. Ma le cose non stanno così. Proviamo a fare ordine.

E’ del gennaio 2017, la sentenza di assoluzione, in primo grado di giudizio, in corte d’Assise, per ‘il ciccione‘ (così è stato ricordato da una vittima che testimoniò contro di lui) presentato dall’accusa come tra i più abili torturatori del Plan Condor, accuse che per i giudici non sono sufficientemente provate in giudizio, assolvendolo per «non avere commesso il fatto. Per insufficienza di prove nel quadro accusatorio», è quanto spiegato dal suo avvocato Francesco Guzzo. Contrariamente agli 8 condannati all’ergastolo. «Prevalentemente autorità militari e di Governo, quindi con potere decisionale», continua il legale. Questo perché la difesa di Troccoli è stata tutta basata sulla ‘subalternità’. Vale a dire che i fatti contestati sul Plan Condor a Jorge Troccoli, secondo la difesa, sono tutti relativi a un periodo nel quale Jorge Troccoli, prima tenente, poi capitano, non aveva un potere militare tale da poter decidere, ma solo eseguire. Significa che nella sua condizione di esecutore di ordini militari ci sono 10 mila militari della Marina che potrebbero essere processati per le stesse ragioni, se lo si considerasse colpevole. Questo è in sintesi l’impianto difensivo che secondo i legali rappresenta il perno dell’intero processo, che l’ha visto assolto. A cui però la procura si è già opposta e sono state anche celebrate udienze, in fase di Appello, sempre a Roma.

Nel frattempo qualcosa di interessante è accaduto rispetto alla questione dell’estradizione. Vale a dire che dopo tutto il pasticcio che si è consumato attorno all’estradizione di Troccoli, le due diplomazie hanno voluto mettere ordine alle loro relazioni e hanno siglato un nuovo accordo. E’ stato ottenuto in occasione di una visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Uruguay, interpretata e titolata, sia dai giornali italiani che da quelli latini, come il primo passo per procedere alla consegna di Jorge Troccoli alle autorità uruguaiane. Non è documentato che Mattarella sia sia adoperato direttamente al caso. E’ difficile tuttavia non ipotizzarlo in assoluto. Non fosse per il peso mediatico che il caso Troccoli ha avuto in quell’occasione, fino al punto di quasi oscurare gli altri contenuti della visita. Tuttavia con lui, a siglare quell’accordo, c’era il ministro del Governo Renzi, Angelino Alfano, in qualità di ministro degli Esteri. Ma è lo stesso Alfano che a suo tempo, durante il Governo Berlusconi, in qualità però di ministro della Difesa, dovette rispedire indietro agli uruguaiani, la richiesta di estradizione, per mancanza di un ‘patto’ tra i due paesi. Alle cronache non è sfuggita la concomitanza dello stesso uomo nel doppio incarico in tempi diversi. E quindi il sospetto che abbia potuto restituire ai sudamericani lo strumento per rendere possibile quanto non risolto in passato.

E siamo a Montevideo, l’11 maggio del 2017, quando Sergio Mattarella, Angelino Alfano, Tabarè Vazquez, presidente dell’Uruguay e Rodolfo Nin Novova, ministro degli Esteri, mettono a battesimo il novo patto per il trattato di estradizione, nella Torre Ejecutiva, sede del Governo. Se tutti sono d’accordo che è il biglietto di ritorno per ‘il ciccione torturatore’, è proprio Nin Novova, da lì a qualche giorno, a dichiarare, secondo quanto riportato da ‘La Gente d’Italia’, in un articolo di Matteo Forciniti del 22 maggio, che il Caso Troccoli non c’entra nulla con il nuovo accordo di estradizione. Nin Nova ha fatto riferimento al principio del ‘Ne bis in idem’, e cioè l’impossibilità di giudicare due volte sulla stessa questione. «Il caso Troccoli – ha detto Nin Novoa – riguarda solo i tribunali italiani che hanno già emesso la sentenza di primo grado a cui seguirà un appello. Non ha però niente a che vedere con questo trattato. Speriamo che ci sia una sentenza a favore del rispetto dei diritti umani e che i crimini commessi non finiscano in impunità».

L’avvocato di Troccoli, Francesco Guzzo, però ha precisato che il nuovo trattato non contiene il principio del ‘Ne bis in idem’, quanto basta a lasciare sospettare che la questione estradizione è tutt’ora aperta. Ma una questione di opportunità potrebbe momentaneamente tenerla congelata. E ce la spiega lo stesso legale: «Intanto stiamo celebrando un processo nella corte d’Appello di Roma, che deve giudicare se Troccoli è colpevole o innocente, dopo la sentenza di assoluzione di primo grado. Una eventuale richiesta di estradizione interpellerebbe la stessa corte. Visto che il ministro italiano, una volta eventualmente ricevuta, la deve trasmettere alla corte d’Appello competente che è proprio quella di Roma». Come dire che lo stesso tribunale che giudica verrebbe messo nella condizione di rinunciare a giudicare e consegnare il proprio imputato ad altri tribunali esteri. In seconda ipotesi, una eventuale decisione favorevole della Corte d’Appello, potrebbe essere impugnata dallo stesso Troccoli, che dovrebbe formularla alla stessa Corte d’Appello che è territorialmente competente. E in caso di respingimento, procedere fino in Cassazione. Questo nel mentre la stessa Corte è impegnata nel suo giudizio. In sostanza un intreccio, un ginepraio giudiziario che, a parere del legale di difesa Guzzo, non conviene alle autorità uruguaiane.

L’attualità quindi vede Jorge Nestor Troccoli, ancora in Italia, a Battipaglia, e «le autorità nazionali – spiega Guzzo – sono a conoscenza della sua residenza». «Vive tranquillo – viene ancora spiegato – e non è escluso che presenzierà anche in occasione del processo d’Appello, anche se per noi – aggiunge il legale – era importante che ci fosse in primo grado, durante la fase dibattimentale». La sua vita normale, per chi, come chi scrive, ha avuto modo di incontrarlo, in passato, in diverse occasioni, è caratterizzata da frequenti passeggiate in riva al mare, prevalentemente da solo e a volte in compagnia della moglie e del cane. Qualche pizza e normale vita da anziano in casa. Per quanto fosse stato raggiunto già in passato da minacce, per la sua incolumità come per quella dei suo familiari, episodi di questo tipo «non si sono più ripetuti», ha spiegato il legale.

Il futuro invece è una difesa in Appello, «sullo stesso impianto del primo grado – dice ancora Guzzo -». «Ma ci sono argomentazioni che forniremo ai giudici ulteriormente a suo favore. Come quella che è alla base di un processo che si celebra in Italia, ovvero la reale nazionalità delle vittime: italiani, sulla base della cittadinanza che avrebbero acquisito, ius sanguinis, poiché qualcuno dei loro antenati è di origine italiana. Ma non la si può chiedere per procura, dopo la morte. E non può chiederla qualcuno per te, come accaduto da parte dei familiari di tutte queste vittime. Se in Appello saremo ascoltati su questo punto si metterebbe in discussione l’intero impianto di un processo che è assolutamente inutile e infondato».

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