Elisa Lecce, la calciatrice cilentana che ha vestito la maglia della Nazionale

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Elisa Lecce, la calciatrice cilentana che ha vestito la maglia della Nazionale

di Giangaetano Petrillo

Elisa Lecce, atleta cilentana classe 1993, è originaria di Torre Orsaia. Attualmente milita nelle fila della Riozzese, team di calcio femminile che milita in Serie B, ma ha indossato le maglie del Napoli, della Lazio e dell’Inter. Prima del team lombardo Elisa si è tolta la soddisfazione di vestire la maglia azzurra della Nazionale. Oltre alle partite con l’Under 17, Elisa ha disputato gli Europei del 2011, con l’Under 19, e i Mondiali del 2012 in Giappone, con l’Under 20. Della Nazionale ha un ricordo che ancora la emoziona, «Tu pensa che durante l’inno i nostri pantaloncini si muovevano, e non per il vento, perché era una giornata soleggiata, ma perché ci tremavano le gambe». Abbiamo raggiunto Elisa Lecce, in una breve intervista, per rivivere brevemente la sua carriera.

Elisa puoi raccontarci come ti sei avvicinata al mondo del calcio femminile, e soprattutto averlo fatto in un territorio in cui il calcio femminile è una realtà abbastanza marginale.
Ho iniziato a giocare a tre anni alla scuola calcio di Torre Orsaia, dove accompagnavamo mio fratello con i miei genitori. L’anno successivo, a 4 anni, i miei mi iscrissero insieme a mio fratello. Credo, in verità, che il calcio sia una cosa di famiglia, perché oltre a mio padre che faceva l’allenatore, avevao uno zio che da giovane era stato chiamato nelle giovanili dell’Inter.

Hai vestito maglie importanti, come quella del Napoli, della Lazio e poi il grande debutto nella massima serie con l’Inter. Ti saresti aspettata questo tipo di carriera e, soprattutto, qual è l’esperienza che ricordi con maggior piacere?
Sicuramenteil Napoli. Io sono cresciuta a Napoli e con quella maglia vinto la serie A2, e l’anno seguente, quando dovevamo salire in serie A, scelsi di trasferirmi a Milano. Nonostante i risultati raggiunti, quello per me è stato un ambiente positivo, c’era un ottimo feeling con le compagne di squadre. Poi mi ha permesso di andare in nazionale.

Hai incontrato delle difficoltà lungo il tuo percorso? Se sì, ti va di condividerle con noi?
Difficoltà non direi, più che altro è stato faticoso conciliare lo sport e lo studio. Mi sono diplomata al Liceo Classico di Sapri, ero praticamente sempre via, mancando spesso per le convocazioni della Nazionale. Purtroppo questa cosa me la facevano sempre pesare, e infatti al 4^ anno fui costretta a saltare la convocazione con l’Under19 perché avevo superato il massimo di assenze. Un altro episodio che ricordo tristemente è stato quando, disputando gli Europei ad Assisi, l’insegnante di educazione fisica e i miei compagni di classe avevano chiesto alla dirigente di organizzare il viaggio d’istruzione per quell’anno proprio lì, ad Assisi per assistere al torneo. Purtroppo la dirigente non acconsentì, come si rifiutò di far mettere lo schermo a scuola per seguire le partite. Dopo l’esame di maturità mi chiese la maglietta da poter appendere nell’istituto. Mi rifiutati. Avrebbe avuto senso se l’istituto, e lei, mi avessero sostenuto nel mio percorso. Avrebbe avuto senso se io avessi dei ricordi positivi di quegli anni. Purtroppo non è cosi, ho dei ricordi non lieti perché fu realmente difficile riuscire a organizzare il tutto per me in quegli anni.

Sei arrivata ad indossare anche la maglia della nazionale. Credo sia stata un’emozione indescrivibile. Puoi provare comunque a descrivercela?
La prima partita con l’under 17 è stata a Marina di Pisa contro la Scozia. L’emozione era molta. Tu pensa che durante l’inno i nostri pantaloncini si muovevano, non per il vento, ma perché ci tremavano le gambe. Quella è stata la partita del debutto. Quando realizzi che fino al giorno prima vedevamo la nazionale cantare l’inno mentre ora eravamo noi ad indossare quella maglia. L’emozione è stata forte e non ti ci abitui all’inno. La partita più bella negli europei del 2011, anche se poi perdemmo, è stata contro la Norvegia, quando realizzai il goal dell’1-1. Comunque in quegli europei ci qualificammo per il mondiale del 2012. Di quel mondiale mi ricordo che venivamo trattate come dei calciatori, quando prima non era così. Ci portavano le borse e trovavamo tutto sistemato.

Il calcio femminile è praticato molto nella parte settentrionale d’Italia. Esiste questa grossa differenza, a tuo avviso, rispetto al nostro territorio?
Innanzitutto la differenza tra maschi e femmine esiste, e basta vedere come la serie A maschile può ripartire mentre quella femminile no. La serie B dove gioco io è stata sospesa. La differenza è nei fondi che non vengono investiti nel calcio femminile quanto nel calcio maschile. Non è giusto che le ragazze debbano chiedere dei rimborsi spese e molte società ritardano anche nei pagamenti. Per quanto poi riguarda la differenza tra nord e sud, al nord ci sono strutture. squadre e settori giovanili femminili. Pensa che al sud ci si sorprende ancora se vedono giocare una ragazza. Ma al sud esistono anche realtà positive, promettenti. come il presidente Lello Carlino del Napoli femminile appassionato,  che investe nel calcio femminile. il Napoli femminile è una di quelle realtà che sta crescendo.

Come hai vissuto questo periodo d’emergenza?
Io sono stata a Milano. Non sono stata una di quei ragazzi che hanno deciso, inconsciamente, di far ritorno al sud. Sono sempre bene e non ho mai riscontrato alcun sintomo, ma non potevo mettere a rischio i miei familiari. L’ospedale più vicino per le nostre zone è a Napoli, e a Sapri ancora non si è ben organizzati. All’inizio è stato difficile, per chi come me abita da sola. Io ero a casa dal 24 febbraio, quando qui chiusero diverse attività sportive tra cui la mia. Mi sono dovuta abituare diciamo a tutt’altra vita. Prima uscivo di casa alle 6 di mattino e rientrato alle 11 di sera. Da un giorno all’altro ho dovuto cambiare le mie abitudini. Dopo ho trovato il mio equilibrio, ho ricominciato ad allenarmi e a seguire alcuni miei clienti. Mi sono iscritta anche alla specialistica in scienze motorie, e ho dato alcuni esami.

In un post accusavi quanti avevano deciso, in quel lontano 8 marzo, di rientrare al sud. Non voglio chiederti alcun commento, ma porti una semplice domanda. Quanto è difficile vivere lontano dal paese dove si è anti e si è cresciuti?
Penso che nelle città, come Milano, si vive esclusivamente per lavorare. Non ti accorgi del tempo che passa. Durante l’anno normale non mi accorgo del tempo, della mancanza dei miei affetti, Milano non ti permette di pensare, di fermarti a pensare a chi ti manca. In queste giornate, in cui avevi il tempo per pensare, ho compreso quanto mi manchino i miei familiari, i miei amici, il mio paese. Il periodo in cui soffro di più è quello tra aprile e maggio, perché giù iniziavi ad andare a mare. Sento la mancanza, tante volte vuoi tornare a casa e trovare un piatto pronto, trovare qualcosa di pulito. Ti abitui ma non è mai la stessa cosa.

Che legame hai conservato con il tuo paese d’origine? Fai ritorno spesso a Torre Orsaia?
Scendo sempre a Natale a Pasqua e ad Agosto. Per uno che sta fuori tornare a casa è qualcosa di scontato. Ho le mie amiche, le mie cose. Se non vado al mare da noi dove vuoi che vada. Sto leggendo alcuni dibattiti sulla Grecia che pare ci abbia chiuso l’accesso per le vacanze. Ma che c’andate a fare in Grecia? Abbiamo molte bellezze qui in Italia, come il Cilento. Infine, se non vado a casa dove dovrei andare?

Tu, come molti altri nostri conterranei, per opportunità di lavoro hai dovuto abbandonare questo territorio. Distante da tutto si riesce a comprendere quelle che possono essere le potenzialità di un territorio come quello del Cilento?
Quando mi chiedono di dove sono e dico del Cilento gli si illuminano gli occhi. Noi che veniamo da fuori viviamo le nostre zone soltanto nei periodi di festa, dove c’è sempre gente. Tante persone mi chiedono che ci fai a Milano se tu vieni dal Cilento. Da noi d’inverno cosa fai? Ci si potrebbe organizzare meglio per quanto riguarda le spiagge, come è organizzata la riviera romagnola, nel senso che lì c’è tutto, strutture, collegamenti. Da noi, invece, se non hai la macchina non puoi muoverti. Ma poi penso che se fosse diverso magari si rovinerebbe.

Tra circa 10 giorni riprenderà il campionato. Secondo te è stata la scelta giusta?
No, perché tutti gli sport si sono fermati e non capisco perché la serie A maschile non possa farlo. Questa è l’occasione per dimostrare che è solo business e non è sport. Ma se deve essere così, dico che dovrebbe riprendere anche la serie A femminile.

Purtroppo esiste ancora una cultura patriarcale e machista, spesso promossa anche a livello istituzionale e anche sportivo. Quanto quest’atteggiamento può favorire linguaggi e comportamenti discriminatori, soprattutto verso le donne?
Stiamo parlando sempre del calcio, comunque gli altri sport sono andati di pari passo. Hanno sospeso la pallavolo senza distinzione di sesso. Secondo me quest’idea di sport, esclusivamente legata al calcio, danneggia un po’ la figura femminile.

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