Errori e cadute di stile dei sindaci ai tempi del Coronavirus

Infante viaggi

Di Pasquale Sorrentino

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C’è chi beve in diretta sui social per una catena di Sant’Antonio, chi va in chiesa nonostante il divieto di assembramento, chi usa termini impropri per attaccare o difendersi. Chi parla di “scostumati” chi di “cerebrolesi”. In tanti non parlano mai di numeri e di situazioni in piena emergenza ma solo quando i tamponi sono negativi come se fosse stato un successo personale. C’è chi emette ordinanze fratricidio che fanno male nel modo, nel tempo e nel contenuto. Messaggi sbagliati nelle parole e nelle azioni, dimenticando di essere esempi da seguire prima che ammaestratori di seguaci. Mai insieme, quasi mai nei luoghi che contano, cercatori di voti anche in tempi di paura. C’è chi incolpa il sindaco vicino di aver fatto fuggire l’ “untore”, chi stampa soldi propri per far odiare l’avversario politico di turno, chi posta foto in ogni momento e in ogni dove, chi non perde occasione di sentirsi influencer alla Chiara Ferragni sparando post a casa senza sapere di cosa si stesse parlando.
Per fortuna poi arrivano i social in soccorso ma sarebbe opportuno seguire un soccorso da social, per imparare cosa voglia dire andare in diretta, come muoversi, cosa dire e come dirlo. E invece il like diventa voto, la visualizzazione la piazza da riempire. La comunicazione ha preso il virus. Quello degli amministratori del Vallo di Diano, del Golfo, del Cilento e degli Alburni che perdono una buona occasione non dico per tacere ma per lanciare il messaggio giusto.
Le parole e i gesti sono fondamentali nei confronti di chi governate. Sembra che lo facciate appositamente, ditemi che non è così.

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