Escluso dalla gita perché disabile, la rabbia di una mamma: «E’ un suo diritto»

Infante viaggi

«Mio figlio non è andato in gita scolastica perché è disabile e nessuno potrebbe occuparsi di lui. La scuola dovrebbe essere il luogo migliore per favorire l’integrazione tra i ragazzi». E’ la storia di Marialuisa e di suo figlio, un bambino di 8 anni affetto da Atassia teleangectasia, che frequenta la scuola primaria di Villammare, frazione di Vibonati. La scorsa settimana la sua classe è andata in gita scolastica a Morigerati e Casaletto Spartano, alle famose Oasi del Bussento, ma lui non ha partecipato. 

«Dalla scuola mi hanno inviato l’avviso per la gita ma il mio bambino non può andarci, a cosa serve inviarlo? – dice la mamma al giornaledelcilento.it – Ci sono tanti posti da visitare, senza barriere architettoniche». L’istituto non ha garantito un assistente che potesse aiutarlo nel tragitto e non ha pensato ad un itinerario più accessibile a un disabile. «E’ un passo indietro in termini di autonomia e integrazione. – continua – Si parla tanto di integrazione ma mio figlio è rimasto in silenzio tutto il tempo a casa quando ha capito che i bambini erano andati in gita. E’ un dispiacere che si somma a un dolore». 

Eppure il sistema normativo in materia di gite scolastiche è chiaro, e ribadisce il diritto degli alunni con disabilità di partecipare a viaggi d’istruzione e visite guidate, sulla base dell’uguaglianza con gli altri alunni. Lo ha reso noto anche di recente la Ledha, la Lega per i diritti delle persone con disabilità. E lo specifica la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. «Le gite, come specificato nella nota n. 645 del 11 aprile 2002 del Ministero dell’Istruzione rappresentano un’opportunità fondamentale per la promozione dello sviluppo relazionale e formativo di ciascun alunno e per l’attuazione del processo di integrazione scolastica dello studente con disabilità, nel pieno esercizio del diritto allo studio», spiegano anche gli avvocati del servizio legale Ledha.  

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 L’unica possibilità eventualmente per il bambino sarebbe stata quella di farsi accompagnare dalla mamma stessa, con la spesa aggiuntiva del genitore. Una possibilità anche difficile da sostenere per la famiglia di Marialuisa. Lei fa la mamma a tempo pieno, è il papà che guadagna qualcosa, ma in casa sono in cinque: oltre ai genitori e al piccolo ci sono due sorelline, di 10 anni e 6 mesi. Napoletani di origini, hanno deciso di trasferirsi a Villammare su consiglio dei medici, per il bambino: «L’aria buona, vicino al mare, gli farà bene». Con tutte le difficoltà che ne derivano: «Mio marito si dà da fare con tanti lavoretti manuali ma purtroppo non basta quello che abbiamo per mantenere la famiglia», spiega Marialuisa che affida alla sensibilità dei lettori anche l’appello per un lavoro più stabile per il papà dei suoi bimbi.

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