Giornata contro l’omofobia, cos’è cambiato negli ultimi 30 anni

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di Giangaetano Petrillo

Sono passati esattamente 30 anni da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, e dal 2004, per ricordare la storica decisione che ha causato una rivoluzione del pensiero comune contro stereotipi e pregiudizi, si celebra in tutto il mondo l’International Day against Homophobia, Biphobia and Transphobia. Da quel momento, avere una relazione con una persona dello stesso è ufficialmente considerata una variante naturale del comportamento umano, come formalizza la definizione dell’OMS.

Tutto nasce da un grido di dolore, da un grido di allarme dopo una serie di crimini compiuti contro le persone appartenenti alla comunità LGBT, e l’allora capo della polizia, il prefetto Antonio Manganelli, diede vita a questo osservatorio contro i crimini d’odio, ma parlarne allora era qualcosa di difficile, di contro-corrente. Non era facile parlare di queste tematiche e doversi persino confrontare con una terminologia che era difficile anche da tradurre e interpretare, una terminologia che non esisteva. In occasione della Giornata Internazionale contro l’omofobia 2020, l’associazione GayLib Italiapresenta il webinar dal titolo – Cultura, Politica, Dirittouniti contro l’omotransfobia.

L’evento è stata l’occasione per celebrare il decimo anniversario della fondazione di OSCAD, evento dedicato alla memoria del compianto del Capo della Polizia, Prefetto Antonio Manganelli «per l’impegno in prima persona contro le discriminazioni a fianco delle associazioni per i diritti civili lgbt», il ricordo del segretario di GayLib Italia Daniele Priori, ad apertura del webnair. Oggi l’OSCAD, l’osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, è una best-practice a livello europeo, per l’attività di rete, attività formative e monitoraggio dei dati. Insulti, ingiurie e minacce, non solo in privato, dalla propria famiglia, ma anche nei luoghi pubblici, soprattutto a scuola, al lavoro, nei locali, nelle strade da parte di branchi di haters. E ultimamente sempre più frequentemente sui social, dove un substrato d’odio e violenza sta distruggendo la vita di molti utenti, spesso condannandoli all’estrema conseguenza del suicidio. Unica causa, l’omofobia.

È questo il clima di odio diffuso in Italia nel 2020. La testimonianza è quella di chi ha partecipato all’indagine Hate Crimes No More Italy condotta dal Centro Risorse LGBTI, che ha accolto dati sulla violenza continua, trasversale, spesso sotterranea e manipolatoria vissuta dalle persone Lgbt. Il problema è fermare questo odio ingiusto, perché tre vittime su quattro non denunciano le aggressioni per paura o per mancanza di fiducia nelle istituzioni. Urge una legge contro l’omobilesbotransfobia, oltre a un coordinamento di iniziative e azioni che operino su più livelli a partire dalla scuola, dai luoghi di lavoro, ma anche all’interno delle forze dell’ordine e con i media.

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«Le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana che trovano, invece, specifica tutela nella nostra Costituzione e nell’ordinamento internazionale». Questo il messaggio del Capo dello Stato, il presidente Sergio Mattarella, che conclude dicendo «Operare per una società libera e matura, basata sul rispetto dei diritti e sulla valorizzazione delle persone, significa non permettere che la propria identità o l’orientamento sessuale siano motivo di aggressione, stigmatizzazione, trattamenti pregiudizievoli, derisioni nonché di discriminazioni nel lavoro e nella vita sociale».

Molto spesso quando si affronta il tema delle leggi contro l’omobitransfobia per molti, per lo più detrattori, sembra aprirsi uno scontro tra opposti diritti. Principalmente si denuncia il mancato rispetto del diritto alla libertà di manifestazione del pensiero, e dunque si sostiene che si vada a ledere un bene protetto dalla Costituzione per proteggere qualche altra cosa che non è prevista dalla stessa Costituzione. Intendiamoci, perché è bene chiarirlo, non esiste una classifica dei diritti fondamentali, anche se alcuni possono sembrarci più importanti. La regola comune che norma i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, deve essere sempre il bilanciamento. Infatti i diritti sono tutti sullo stesso piano e quando in determinati situazioni sembrano che confliggano fra loro, e che non riescono ad essere soddisfatti contemporaneamente, bisogna considerare quale debba prevalere e come possa essere esercitato. Giudizio che spetta alla Corte Costituzionale, non certamente lasciato al libero arbitrio e giudizio di un qualche cittadino.

I diritti vanno bilanciati, e questa è una metafora illuminante di equilibrio e di contemperamento. Non c’è un diritto che possa primeggiare e prevalere anche se ci sembra di avere a che fare con un diritto cardine rispetto ad altri diritti. Quello che succede quando si apre la discussione sulla legge contro i reati omobitransfobici, è un bilanciamento tra diversi diritti. Innanzitutto la liberta di manifestazione del proprio pensiero, e due diritti fondamentali, quello che tutela la dignità umana, valore supremo, e quello all’eguaglianza, altro diritto caratterizzante e fondante per una società umanista e democratica. Bisogna allora bilanciare questi diritti e considerare quale sia più importante tutelare. Sanzionare una paura, un sentimento che si manifesta nella sfera pubblica e privata in maniere diverse, è un reato tra l’altro già evidenziato dalla Legge Mancino del 1993 fino alla sistemazione del 2018, con due articoli che sanzionano la propaganda di idee basate sulla superiorità e sull’odio raziale. Queste idee sono manifestazione del pensiero, ma istigano a commettere reati che violano l’eguaglianza dei cittadini, che ricordiamo viene garantita senza alcuna distinzione, e la loro dignità.

Dunque, se condanniamo delle idee che ledono gli stessi diritti lesi da chi compie atti omobitransfobici, perché non possiamo ritenere giusta una legge che punisce chi di questi reati viene a macchiarsi? Purtroppo viviamo in un paese in cui negli ultimi anni i crimini di odio sono aumentati. Un paese dall’odio facile, come successo con Silvia Romano. L’odio si dovrebbe combattere con la cultura, con il riconoscimento della diversità, dovremmo essere educati alla diversità. Educati all’identità di genere e alla educazione sessuale. Un paese democratico come il nostro, costruito sull’interazione e sul bilanciamento, lo stigma di un determinato linguaggio, non dovrebbe provenire dal codice penale, ma dall’educazione della nostra società. Dalla formazione e dalla cultura, che sono essenziali per arginare e combattere questo fenomeno violento. Speriamo in tempi migliori, in cui sarà la nostra educazione civile a garantire ciò che ancora per legge non ci viene tutelato. Ad Maiora.

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