Il tempio di Nettuno, un gioiello «ancora da indagare»

di Giangaetano Petrillo – foto Pio Peruzzini

Pur essendo la zona sicuramente abitata fin dal paleolitico, la storia di questo territorio è prevalentemente legata alla colonizzazione greca, avvenuta intorno alla fine del VII secolo a.C., quando i Sibariti costruirono un santuario dedicato a Hera Argiva sulla riva sinistra del fiume Sele e fondarono nella piana una città dedicata al dio Poseidon, chiamandola appunto Poseidonia.

La colonia greca nel corso degli anni e dei secoli raggiunse una grande importanza e opulenza, tanto che vennero costruiti quei magnifici templi dorici che nella nostra epoca hanno attirato e attirano milioni di visitatori, e fu circondata da una possente cinta muraria, ancora oggi ben visibile, che si estendeva per ben cinque chilometri. Successivamente alla fondazione sibarita della città si susseguirono nel corso dei secoli altre dominazioni, quali quella dei Lucani prima e dei Romani poi. In questo articolo intendiamo soffermarci sul primo periodo della città, esattamente quello greco. E in particolare su una delle tante bellezze presenti all’interno dell’area archeologica, il tempio di Nettuno. O, più correttamente, il cosiddetto tempio di Nettuno. E vediamo nel corso dell’articolo il perché di questa precisazione. Innanzitutto il nome.

Nettuno è la corrispettiva divinità latina del dio greco Poseidon, protettrice dei mari e della acque emerse. Paestum, oltre al mare e al fiume che la cingeva, presentava diverse sorgenti, tanto da rendere molto fertili i terreni circostanti l’antico abitato greco. Questo in parte, se non del tutto, può spiegare il perché del nome Poseidonia. Ci soffermiamo sul tempio di Nettuno perché Il tempio è uno dei più famosi monumenti del mondo classico, ma come avvolte accade con questi monumenti emblematici, si pensa siano stati più e più volte studiati, quando in verità non è così.

«Ci sono ancora tante domande aperte, e nuovi scavi che stiamo facendo in questo momento, cercano di contribuire nel dare qualche risposta», è quanto sottolinea il direttore del Parco Archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel. Il tempio detto di Nettuno, che risale dall’evidenze stilistiche attorno al 460 a.C., ancora oggi pone diverse domande.  E le domande che ci si pongono, oltre alla questione relativa a quale divinità fosse dedicato il tempio – perché anche questo ancora non sappiamo – sono legate soprattutto alla storia del monumento.

«Noi vediamo un tempio – specifica il direttore Zuchtriegel – , però stiamo scoprendo sempre di più che in realtà qui dentro si nascondono più templi. Se volgiamo c’è un primo progetto e poi ci sono ripensamenti, ci sono cambiamenti del progetto, e quello che vediamo noi oggi, il grande tempio di Nettuno, sta alla fine di un lungo processo di vari decenni probabilmente di vari idee, riprogrammazioni, di ripensamenti». È quest’affascinante storia del cantiere che si cerca di recuperare con gli scavi, ma anche attraverso studi dell’architettura stessa.

Un primo indizio di questa lunga storia del cantiere del tempio di Nettuno l’abbiamo nel podio, i tre enormi gradini sui quali si posano le colonne che circondano la cella interna. «Questa è una recente scoperta di Peter Mertens – dice il direttore durante una delle video-lezioni che tiene durante le fasi di lockdown -. Nessuno l’aveva mai visto, ma se notate bene c’è un cambiamento proprio nei blocchi».

Nel livello superiore, quello ultimo su cui poggiano direttamente le colonne, vediamo di solito un grande blocco più o meno quadrato ai piedi della colonna, e poi una lastra intermedia, e così via. Al di sotto c’è un ritmo totalmente diverso. Si notano lunghi blocchi che determinano un ritmo totalmente diverso da quello del livello superiore, legato al primo progetto, come ha dimostrato Mertens, «che prevedeva – sottolinea Gabriel Zuchtriegel – che sopra le giunture tra una lastra e l’altra del livello superiore, dovessero essere posizionate le colonne, che erano otto colonne per diciannove sul lato lungo del tempio» Questa ipotesi, ovviamente da verificare, si lega probabilmente ad un primo progetto molto più simile ai templi della fase precedente, per esempio il tempio di Atena, e che aveva ovviamente poi una forma totalmente diversa.

«Perché se c’erano più colonne su una stessa lunghezza rispetto alle 6 colonne che vediamo oggi, vuol dire che le colonne sarebbero state più piccole rispetto alle attuali, e tutto il tempio era un po’ più basso e aveva un’altra proporzione complessiva». Questo dimostra quanto gli scavi e le ispezioni archeologiche siano fondamentali nella comprensione e nello studio non solo di un monumento, ma della stessa società che prima lo progettò e successivamente lo creò. Lo scavo, che promette di diventare sempre più interessante, ci mostra i tre gradini del podio al di sotto dei quali doveva esserci il livello di calpestio antico.

«Tutto quello che vediamo al di sotto del livello di calpestio  – prosegue il direttore del Parco – era la fondazione, e vediamo che sono fino a sette livelli di blocchi che non si vedevano perché erano sotto terra. Quello che però stiamo vedendo in questa fase è che non era sempre così e che insieme al tempio è cambiata anche un po’ la topografia di questo posto». In antico, prima cioè della fondazione del tempio,  doveva esserci un piano di calpestio differente rispetto a quello attuale, che forse coincideva con lo strato giallo messo in evidenzia dallo scavo. Ad un certo punto si decise di costruire il tempio e dunque si procedette allo scavo di quella che chiamiamo una trincea di fondazione.



«All’interno della trincea abbiamo i blocchi della fondazione che, però, emergono dalla trincea di fondazione, fino a sette, e al di sopra si pongono i tre gradini d’accesso al tempio, sui quali vanno ad innalzarsi le colonne che oggi ammiriamo». Ma così non era terminato, perché bisognava portare a livello il piano di calpestio, e  questo spiegherebbe perché tutt’intorno sia al tempio di Nettuno sia alla cosiddetta Basilica,  notiamo quella che sembra una piccola salita che crea una specie di collinetta su cui sorgono i templi. «Quindi  – spiega Gabriel Zuchtriegel – per colmare questo dislivello viene portato del materiale, pietre, un po’ di ceramica che adesso scavando troviamo nello strato». Studiando questi materiali che rinveniamo, prevalentemente resti di cocci ceramici – dovremmo avere un’indicazione cronologica su quando, in che momento, è avvenuta questa azione che ci da un terminus post quem, per la fondazione e per il tempio stesso. «Osservando lo stile del tempio siamo intorno alla metà del V secolo a.C. fase classica, ora andiamo a vedere cosa ci dicono questi materiali, perché se è probabile che ci sia una lunga fase di cantieri, di progetti, di ripensamenti, questi materiali dovrebbero raccontarci qualcosa di questa storia». E sono soprattutto le colonne, i capitelli, la forma dei capitelli, e quindi la parte superiore delle colonne, che ci indicano la datazione, paragonandoli ad altri templi e come abbiamo detto prima, all’inizio di quest’articolo, riusciamo a farla risalire al pieno periodo classico, presumibilmente intorno al 460 a.C. I materiali che provengono dallo scavo sono soprattutto ceramiche, ossa e altri materiali. Si notano frammenti di un Lekhytos, di quello che doveva essere un vaso chiuso di produzione corinzia, dal colore dell’argilla tendente al giallo, e anche la decorazione.

«È un vaso abbastanza antico – dice il direttore –  che ci porta nel VI secolo». Ma è sempre l’oggetto più recente che data uno scavo. «Perché – spiega Zuchtriegel –  dovete immaginare lo strato come un sacco chiuso in un certo momento nel passato. E l’ultimo pezzo che metto nel sacco mi dice quando è stato chiuso». In questo caso lo studio è ancora in corso, ma un coccio di coppa con due anse che si usava per bere, probabilmente una Kothyle o una Kylix, coppa di tipo ionico, ci porta verso la fine del VI secolo e gli inizi del V secolo a.C. «Ma siamo ancora qualche decennio prima del momento in cui sono stati realizzati i capitelli del tempio». Quindi, in conclusione, questi materiali sono importanti non solo perché sono belli esteticamente, ma soprattutto per la storia che ci raccontano del cantiere. Che inizia probabilmente, stando ai dati trovati finora, nella fase tardo arcaica, la stessa fase in cui viene costruito il tempio di Hera presso la foce del Sele, il tempio di Atena, la tomba del Tuffatore, e si sviluppa con ripensamenti nei decenni successivi, secondo le teorie di Mertens, arrivando poi alla magnifica struttura che tutt’oggi noi possiamo ammirare. Se una cosa l’archeologia può insegnare anche ai non addetti ai lavori, è quanto un minimo particolare, persino un semplice coccio d’argilla decorato, possa determinare la ricostruzione storica di una monumentale opera d’arte.

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