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Il caso Pisciotta e il caso Camerota. Il geologo: “Viabilità, il mondo post e pre Pisciotta. Cala del Cefalo? Queste spiagge andrebbero chiuse”

di Maria Antonia Coppola

A Pisciotta è iniziata la demolizione delle case fatiscenti. Dopo l’allarme e una lunga battaglia di sollecitazione del sindaco Cesare Festa, l’interesse della Provincia si è palesato avviando il rito dell’abbattimento. Un primo passo è stato compiuto per il paese di Pisciotta, ne restano altri, che riguardano ancora quel territorio, e che sono legati allo scabroso tema della viabilità, implicando quel lungo pericoloso tratto di strada che collega Pisciotta ad Ascea. Un altro tema scabroso, a Camerota, è quello di Cala del Cefalo, un luogo prezioso dove l’andamento lento delle autorità preposte alla sua salvaguardia rischia di decretarne presto la fine. Il giornaledelcilento.it, che puntualmente ha seguito per i suoi lettori i vari eventi dell’erosione costiera, del problema spiagge, delle frane e degli smottamenti, si è rivolto ad un esperto per avvalersi di una precisa spiegazione su quanto sta accadendo in questa zona.

Il geologo cilentano, Roberto Lanzara, da sempre scrupoloso studioso del nostro territorio, ecco cosa ci dice.

Si è dato avvio all’abbattimento delle case pericolanti di Pisciotta, cosa ne pensa?
Sono state fatte case residuali in un posto in cui non dovevano essere costruite. Per carenze di tipo normativo e progettuale. I vecchi piani regolatori facevano a meno degli studi geologici, si rifacevano al rischio idrogeologico, al richiamo della legge del ’54,  che però non dava regole per il centro abitato. L’abbattimento delle case è un problema che, come dire, cura un malato di cancro per le artrosi posturali che può avere. Si cura il problema minore e si dimentica il problema maggiore. Cioè bisogna capire che prima o poi il sistema andrà in crisi.

Ci fa capire il rischio di Pisciotta qual è?
Il rischio del paese è minimale, il grosso problema sono le vie infrastrutturali, il problema è la frana antica, la frana storica di Pisciotta, che rappresenta l’elemento di minaccia principale, perché prima o poi isolerà non solo Pisciotta, ma isolerà l’Italia intera, dividendo l’Italia meridionale, nel mondo post e pre Pisciotta,  a Nord di Pisciotta e a Sud di Pisciotta. Quindi se volete passare alla storia lasciate le cose così come stanno. Quel tipo di frana influenza pure la ferrovia, siccome è un fenomeno molto grosso, di magnitudine molto ampia, non è che si ferma con tecniche a scala umana, cioè quello è un fenomeno che tenderà sempre a progredire nel tempo e sul quale è impossibile intervenire con logiche di risparmio economico e con i soldi attualmente disponibili in Italia per il rischio idrogeologico.

Le soluzioni quali possono essere?
Le soluzioni sono quelle di trovare una sintesi per creare una viabilità di recupero, vale a dire creare una viabilità secondaria che permetta a Pisciotta di non restare isolato come centro abitato, da un lato, ma soprattutto un intervento forte sul tracciato ferroviario. Che è l’elemento di maggior valore da un punto di vista socio-economico che i pisciottani hanno.

Se la frana  divide definitivamente quel tratto, come si fa?
La frana, praticamente sta scalettando. Le due gallerie, una sta a quindici metri più o meno dall’altra, la frana se le sta portando verso il mare.
Quindi, il vero problema è aprire questo contenzioso:che fare di quella ferrovia? L’emergenza non è l’abitato delle case fatte in zona dove non dovevano essere costruite per una mancanza di rispetto dei  piani urbanistici territoriali.
L’elemento fondante è questo, Pisciotta è un’intersezione di più problemi. Non solo il problema dell’abitabilità, che è limitato ad una zona specifica, ma la viabilità dei pisciottani e la viabilità ferroviaria degli italiani. O fate emergere questa cosa, come grossa minaccia, e allora si va su un tavolo delle decisioni nazionali, come dire che abbiamo un problema enorme qui, che influisce su tutta l’Italia, allora Pisciotta può trovare anche le risorse per proporre una viabilità moderna, altrimenti si resta nei piccoli interventi da 100mila euro. Parlando della frana grossa, la famosa frana sottomarina, questi sono interventi che valgono decine di milioni di euro. Della frana sottomarina tutti ne stanno discutendo, ma intanto quella si muove, ha uno spostamento di tre centimetri l’anno, e non si ferma.

Questa frana, quale area interessa?
Interessa l’area a monte fino a piede intorno ai 400 metri di profondità. La parte di versante cadrà. La parte a monte è tranquilla.

Quindi il paese Pisciotta è salvo.
Diciamo di si. Voi avete la possibilità di porre sul piatto della discussione il problema della viabilità ferroviaria, facendo di Pisciotta un laboratorio per i centri abitati instabili, almeno della parte meridionale, diventando un luogo di discussione sulle tecniche. Voglio dire, oltre che ad abbattere, che è una cosa semplicemente amministrativa, c’è bisogno di capire che da queste sciagure può sorgere un fenomeno propositivo. Pisciotta, secondo me, è in grado di proporre una discussione in ambito internazionale di come si può intervenire sui centri abitati instabili, in questo caso di dominio marino.
Abbattere non risolve il problema, si toglie la casa, ma la frana rimane.

Allora il tema prioritario di tutta questa vicenda non è l’abbattimento delle case ma…
…La discussione  del piano sugli interventi dei centri abitati. Anche di alto pregio ambientale in questo caso, perché è una costa esposta in una certa maniera che ha una valenza dal punto di vista del paesaggio, ha una sua identità omogenea, Pisciotta è individuabile all’interno dei paesaggi del parco nazionale del Cilento, insomma ha una sua caratteristica innegabile.

Il territorio cilentano, in percentuale, che rischio ha di frane?
Ha un rischio ‘areale’, molto diffuso. Tutti i comuni dell’area cilentana sono toccati in maniera diretta da fenomeni di frana che colpisce principalmente la viabilità.

Dipende dal tipo di terreno?
Dipende dalle caratteristiche fisiografiche e geologiche del territorio che è un territorio particolare, che ha una serie di componenti, sia argillose che di altra origine che danno più o meno la manifestazione diffusa di frana. Interessa la rete viaria, che è una rete vecchia, non ammodernata, e che è molto sensibile da questo punto di vista. Mentre i fenomeni diretti all’interno del centro abitato, anche questi sono diffusi, non allo stesso livello che colpisce la viabilità. Sono eventi particolari, piuttosto pericolosi che in tempo passato hanno causato anche morti. Insomma c’è un fenomeno ampio e il Cilento ne soffre. Quello che tocca di più il lato economico è questo rischio diffuso intersecato sulla viabilità che nel Cilento è toccata per il 90% da questi fenomeni.

La sua competenza arriva a dirci qualcosa anche sull’erosione costiera

Il problema dell’erosione costiera se si individua come fatto di pertinenza che il turista perde la ‘spiaggetta’ su cui poggiarsi e stendersi al sole quando viene in agosto, quella non è erosione costiera. Quello è un fenomeno normale che è legato al fatto che i fiumi variano la portata verso mare e quindi c’è un arretramento di queste spiagge naturali, che ora non sono più ‘naturali’, essendo tutte antropizzate il fenomeno è degradato. Veda l’esempio di Ascea dove hanno usato la scusa dell’alluvione per fare una serie di operazioni che hanno depauperato la vecchia duna storica lungo il litorale. L’erosione costiera cilentana è un’altra cosa. E’ quella che colpisce sostanzialmente le coste alte, le falesie. Che sono particolari e sono individuate anche nell’area protetta all’interno del Parco. Hanno un valore molto elevato. Sono una sede privilegiata della biodiversità marina, il fenomeno di Pisciotta, per esempio, ha una probabilità di rischio molto elevato per l’erosione, perché le nostre coste alte per caratteristiche proprie sono destinate a problemi di questo genere. Tutta la parte che collega Scario alla costa del Mingardo, ha fenomeni di questo tipo. Sono fenomeni naturali. Lo stesso problema si è innestato nell’Arco naturale di Palinuro, dove l’uomo non ha fatto altro che accelerare questo tipo di processi naturali, cioè l’intervento tecnico in questo caso, non ha messo in sicurezza l’Arco naturale, ma ha determinato una crisi nel sistema naturale. Quando hanno ‘grattato’ la parte dell’Arco che era alterata pensando che lo strato sottostante fosse immutabile nel tempo, ne hanno accelerato il danno anche della parte sana. Questo è il tipico problema delle aree cilentane, che chi interviene sul territorio non lo conosce, e fa delle scelte azzardate.

E  Cala del Cefalo?
Lì c’è un altissimo valore naturalistico che è rimasto intatto fino a quando la zona non era accessibile all’uomo. C’è una questione di scelta di utilizzo. Ora c’è una pressione antropica molto forte, queste spiagge andrebbero chiuse. Perennemente. Lì c’è un sistema che ha un valore biogeografico notevole. Importante è stabilire i concetti di intervento, e non vorrei pensare che ormai la mente umana cilentana sia una mente compromessa, che permette alle persone di costruire le case dove non andrebbero costruite per poi essere costretti ad intervenire per abbatterle. E cosa abbatti? La casa, ma ormai l’elemento pericoloso rimane. Mentre si cura l’elemento minore quello maggiore è ancora là che aspetta. Quella è una sentenza che è già stata emessa e arriverà. Anche per la Cala del Cefalo il discorso è quello, bisogna rendersi conto che se si abita in un’area protetta tutto quello che vuoi fare non lo puoi fare più. Con il termine di ‘conservazione’, un territorio così, che va ripristinato perché è in crisi, messo in crisi dall’uomo,però, non si può pensare di utilizzarlo per un’economia che in realtà è diseconomia, perché vendere  lattine, fittare ombrelloni, impedisce di fare un discorso più ampio di turismo di élite, di alto profilo culturale che porta, l’ economia sostanziale. Bisogna smetterla di distruggere un potenziale enorme che abbiamo a livello naturalistico per cedere al turismo low-cost. Qua non funziona, l’abbiamo visto, ci siamo rovinati.

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