Popolo di Camerota: più sudditi che cittadini?

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Inauguriamo questo nuovo spazio editoriale che da oggi diventerà un appuntamento settimanale. E’ un angolo di opinione che, nel gergo giornalistico, per chi non lo sapesse, si chiama appunto l’editoriale. In un parco di Londra, embrione del giornalismo anglosassone che ancora oggi rappresenta un fortino della democrazia, modello esemplare per i paesi del mondo che con interesse guardano alla nascita di una libera opinione pubblica di una democrazia partecipata, dicevamo: in un parco di Londra, da secoli esistono pochi metri quadrati di spazio nei quali ognuno può andare per urlare i propri convincimenti, siano essi di natura sociale, politica, religiosa o di altro tipo. E’ un piccolo palcoscenico che da centinaia di anni garantisce la libera espressione del propri pensiero senza alcuna sorta di censura. Dai cittadini inglesi questo nostro popolo avrebbe molto da imparare rispetto alla consapevolezza del privilegio di essere cittadini piuttosto che sudditi. E pure gli inglesi, a differenza di noi una regina ce l’hanno, purtuttavita sono riusciti ad emanciparsi da una sindrome della sudditanza, abbracciando e diffondendo l’opportunità del vivere democratico. Da noi invece non sono bastati più di 60 anni di libertà dal re, per farci assumere, a pieno titolo il dovere di essere cittadini prima ancora del diritto di esercitare il principio della cittadinanza. Se il popolo camerotano, se voi che state leggendo questo editoriale, foste più cittadini che sudditi, vi impegnereste su più fronti affinché ciò trovi completo compimento. Ad esempio di fronte alla tanto decantata e pretesa garanzia della privacy, o della privatezza, legittimamente rivendicata da più parti, ma troppo opportunamente inneggiata anche quando è inappropriata, opporreste un diritto ben più vasto e ben più robusto che è quello alla trasparenza. Da queste parti si nota un accanimento quasi morboso verso la privacy che sembra attraversare la sfera pubblica oltre a quella privata, mentre nessuno sembra accanirsi rispetto al diritto del cittadino e al dovere del politico di garantire la trasparenza. E pure la nostra Costituzione, da decenni ha garantito il diritto dovere di cronaca che poi si declina nel diritto dovere di informare e di essere informati. Su questo passaggio è opportuno aprire una parentesi. Mentre al cittadino è garantito il diritto ad essere informato, mettendogli a disposizione tutti gli strumenti attraverso i quali questo diritto possa trovare pieno compimento per un obiettivo che travalica il dato privato e personale, al cronista è attribuito il dovere di informare. Non dovesse ottemperare a questo preciso suo compito incorrerebbe in una omissione che è civile ancorché deontologica. Attenzione però perché è talmente importante il dovere di informare i cittadini, ovvero i reali padroni della cosa o della casa pubblica, che al giornalista è consentito anche di mantenere riservate le proprie fonti in cambio della garanzia che offre a tutti i cittadini di informarli rispetto alle cose che li interessano, perché pubbliche. Ancora un attimo di attenzione perché il dovere di informare non è riservato al cronista ma anche al politico. E’ suo il compito principale di informare i cittadini su tutto quanto è di natura pubblica senza punti oscuri, senza omissioni o sotterfugi. E, se ciò non dovesse avvenire, una comunità di cittadini e non di sudditi, dovrebbe incalzare, stimolare anche a muso duro, i politici affinché ciò si possa compiere. Insomma il politico è (come avviene regolarmente nei paesi anglosassoni) al servizio del cittadino e da questo controllato, non viceversa. E’ il cittadino che deve “condurre al guinzaglio” il politico ricordandogli che deve compiere fino in fondo il proprio dovere altrimenti viene mandato a casa. Infatti il cittadino esercita “liberamente” il proprio diritto di voto giudicando positivamente o negativamente l’operato di colui a cui è stato affidato, solo provvisoriamente, il ruolo di gestire i suoi diritti e di amministrare le sue risorse. Il comportamento di chi, in una piccola comunità, come è appunto quella di un Comune, è intento a tifare, a parteggiare per l’uno o per l’altro schieramento, senza guardare in termini di efficacia e senza controllare gli amministratori, nel giudizio del proprio operato, non può trovare nessuna altra giustificazione se non nella non consapevolezza piena di essere a tutti gli effetti un cittadino o, in subordine, nel fatto che simili comportamenti sono stimolati da opportunismi di sorta che derivano da promesse o minacce. Comportamenti che poi si trasformano in clientelismo, nepotismo se non malaffare e complicità. E’ di questi giorni la notizia dell’apparizione di alcuni manifesti satirici sui politici locali. Un popolo di cittadini saprebbe chiedersi e trovare una risposta innanzitutto sul perché alcune espressioni di giudizio debbano conoscere strade clandestine per potere essere espresse. In secondo luogo comprenderebbe che coloro che hanno scelto di occuparsi della cosa pubblica non possono poi lagnarsi del fatto che siano raggiunti da accuse o giudizi poco graditi. Come a dire: chi vuole scendere nell’arena dei leoni per il privilegio di essere osannato dagli spettatori, poi non può lagnarsi del fatto che i leoni ruggiscono. Quindi comprenderebbe anche i ruolo della satira che ha da sempre occupato la scena politica, basterebbe citare le vignette di Forattini che, per anni, ha messo in ridicolo Bettino Craxi, allora leader del Psi, messo a nudo, impiccato ed in numerosissime posizioni sgradite, accogliendola come una delle tante e diversificate modalità di espressione del proprio disappunto, a carattere ironicamente graffiante (basti vedere anche le sentenze che hanno assolto numerosi creativi accusati di diffamazione da politici). Soltanto infine si porrebbe il problema di conoscere qual è la linea di confine tra naturale giudizio di critica e offesa personale, consapevole però che per i personaggi pubblici la sfera personale ha un campo d’azione ben limitato rispetto al fatto di dare conto del proprio operato, ma anche delle proprie abitudini, del proprio carattere, delle proprie capacità dialettiche, del proprio costume e di tanto altro ancora ai cittadini. Se dopo aver compiuto tutte queste analisi una comunità di cittadini  comprende che il diritto alla critica, in alcune vignette è stato soppiantato dalla volontà i calunnia, solo in quei casi specifici viene demandata agli organi competenti la possibilità di indagare per individuare i responsabili. Una comunità di cittadini appunto si fiderà del lavoro degli inquirenti senza intraprendere, autonomamente, azioni ritorsive o investigative che tendano a fare chiarezza sull’accaduto. Se così fosse saremmo nel far west. Ed in effetti qualcosa di simile starebbe accadendo. Il giorno dopo le vignette tutti hanno gridato allo scandalo, compresa l’opposizione di questo Comune, il senso del pudore ha raggiunto livelli talmente alti che la colonnina di mercurio stava per esplodere. A questo si è accompagnato un clima di omertà che concede al massimo qualche battuta di cattivo spirito, in un gioco di accuse incrociate, verso i possibili autori di un “delitto storico”, in una sorta di caccia al tesoro che ha visto come  bersagli i soliti noti, per il semplice fatto di essere trasparenti oppositori di questo o di quell’altro personaggio politico. Come se non bastasse è di ieri mattina la notizia che alcuni rappresentanti del Partito democratico locale avrebbero avanzato l’ipotesi di offrire una taglia a chi informa sugli autori di questo gesto “sovversivo”, un atteggiamento a dir poco medioevale, se non di matrice integralista che, oltre a non produrre nessun effetto, non vale che ad acuire il clima di tensione che si vive in questo territorio oltre a dimostrare una totale sfiducia verso chi dovrebbe indagare ed è molto più garantista (ovvero l’autorità militare) proprio perché non spinta da desideri di vendetta o di partigianeria politica. A rafforzare l’idea di chi scrive sul fatto che questo popolo preferisce essere più suddito che cittadino ci sono tanti altri episodi che orora ricordiamo: viene in mente il clima di stupore verso alcuni titoli (anche rispettosi) che appaiono di tanto in tanto su questo giornale e che rendono l’idea del clima di paura che perversa. Come dire: spunti di riflessione per i cittadini diventano motivo di sbigottimento per il carattere graffiante che alcune notizie esprimono, non per i contenuti che sottendono quanto per la forma che manifestano che appare come irriverente vero l’autorità, fino al punto di far passare sotto tono il contenuto e sopratono la polemica, così da fare sfumare la responsabilità di chi viene sorpreso a compiere qualcosa di spiacevole per una comunità. E’ come accusare chi denuncia un ladro invece di incazzarsi per il fatto che quello ha realmente compiuto un furto. Altri flash rimandano ad altri comportamenti da sudditi. Come il dilagare di anonimi sui blog di discussione e su facebook. Il ricorso all’anonimato è paragonabile al ricorso a giornali e fogli clandestini in periodo di regime o di guerra. Chi è più attempato ne avrà memoria, magari ricordando chi in questo paese era costretto ad ascoltare clandestinamente radio Londra quando gli alleati, già sbarcati in Sicilia, stavano per risalire la Penisola, mentre qui ancora c’erano i tedeschi. Un altro elemento che può aiutare a comprendere il fenomeno ormai duraturo e cristallizzato nel carattere profondo di questa comunità è il ricorso alla minaccia di querela. Intendiamo: la minaccia di querela non la querela di per sé che, in molti casi, potrebbe essere anche salvifica. La minaccia di querela invece è più sottile. Serve soltanto ad intimorire, a fare abbassare la testa a dichiararti suddito a tutti gli effetti. Una comunità di cittadini invece non dovrebbe temere né la minaccia alla querela né la querela stessa. Prova ne è il fatto che nelle aule di tribunale ci si dovrebbe recare con lo stesso atteggiamento con il quale ci si reca nelle aule di un comune per svolgere delle pratiche o nelle aule dei seggi elettorali per svolgere il proprio diritto di voto. Nei tribunali ci si va semplicemente per svolgere pratiche di giustizia, per stabilire cioè chi ha torto e chi ha ragione ed è talmente alta la garanzia che non si è colpevoli solo perché ci si reca in quei luoghi, che occorrono tre gradi di giudizio prima di stabilire la colpevolezza di un cittadino. Come si dice: presunzione di innocenza fino al terzo grado. Certo c’è l’impiccio, l’incomodo di spostarsi ma, una democrazia compiuta, ha i suoi doveri e per funzionare richiede qualche sforzo e qualche impiccio. Ancora qualche scatto per i più pazienti nella lettura. E veniamo al ruolo del presidente di un consiglio comunale: è semplicemente l’arbitro del gioco. Svolge un ruolo terzo rispetto alla partita che viene giocata tra maggioranza e opposizione. Il suo è un ruolo istituzionale messo lì solo ed esclusivamente a garanzia del fatto che entrambi le “squadre” rispettino le regole del gioco. Non ha e non può avere un carattere di partigianeria. E dovrebbe essere il primo ad alzare i toni quando sulle regole ci sono ritardi od omissioni. Invece succede che nell’aula del consiglio comunale di Camerata addirittura si è assistito a cittadini che, già dal primo giorno di consiglio comunale si sono rivolti al sindaco per chiedere: “Sindaco si può registrare l’audio della seduta?”. Per poi approdare a tappe successive nelle quali ad alcuni giornalisti è stato persino chiesto di spegnere i registratori, oppure il presidente del consiglio ha chiesto ai politici presenti una sorta di autorizzazione per procedere alle registrazioni. Fatto questo molto grave per una comunità di cittadini, non per una comunità di sudditi. E’ molto più probabile che un sindaco debba chiedere ai cittadini di potersi sedere lì (paradossalmente) che non  un presidente del consiglio debba chiedere ai politici la possibilità di registrare. Non esiste infatti un luogo più pubblico di un consiglio comunale, o provinciale, o regionale,  o nazionale quale è il parlamento, nel quale il diritto dovere di cronaca possa essere espresso senza, limiti, condizionamenti o pareri. Tradotto: nessuno tra i personaggi citati può chiedere pareri o autorizzazioni poiché palesemente illegittime. I momenti nei quali si devono chiudere (non accendere perché l’accensione è scontata) gli strumenti di registrazioni in questi luoghi pubblici sono dettati dalla legge e sono rari e specifici,  orientati altresì a preservare la privacy di alcuni cittadini privati ma non quella dei politici che, a maggior ragione se si trovano nel consiglio comunale, non hanno riservatezza da farsi garantire ma solo il dovere di sottoporsi al giudizio dei cittadini, attraverso la totale trasparenza di quello che dicono e di quello che decidono, trasparenza che viene garantita da chi ha il dovere di riportare la cronaca dei fatti. Ma il dovere di trasparenza che deve anche essere garantito dal presidente del consiglio comunale, va esercitato anche quando l’opposizione è tenuta a compiere il suo ruolo e quindi deve avere la possibilità di accedere agli atti, senza ritardi, senza scuse di sorta. Tali limiti, tali difficoltà sono a danno di una comunità intera, a prescindere dall’appartenenza ideologica di ognuno, e la mancata presa di posizione, la mancata indignazione da parte del popolo lo fa somigliare ad una comunità di sudditi piuttosto che di cittadini. In conclusione una critica va riservata anche alla tradizione, perché non sempre questa giova ad una comunità. La tradizione spesso crea dei disastri, più volte invece è motivo di caratterizzazione, di specificità di identità per una comunità di persone. C’è un detto che in molti conoscono da queste parti e che fa pressappoco così: “Cu nu  no ti spicci, cu nu si t’impicci. In un altrove non troppo lontano da qui, questo detto viene trasformato così: “Non vedo, non sento, non parlo”, nel linguaggio corrente questi concetti possono essere sintetizzati con la parola omertà. Una comunità di cittadini non si vanta di simili abitudini. Ma non una comunità di sudditi.

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