L’educazione sessuale. Ovvero: “Uommene e femmene esce u riavolo!”

Seconda storia di vita cilentana, il sesso come era visto in quegli anni.
Questo articolo non avrebbe mai potuto vedere la luce al tempo in cui accadevano gli avvenimenti che intende raccontare. Erano anni in cui il sesso era più che un tabù nella Marina bacchettona di allora e proporre un tema così intimo sarebbe stato quanto meno ardito. Come si risolveva il problema? Eludendolo, sottacendolo, facendo finta che non esistesse. Non ne parlava nessuno, top secret, men che meno i genitori che, d’accordo con i preti e con gli insegnanti di religione, ci avevano confezionato la più totale cecità sull’argomento o quantomeno una gigantesca miopia. Per diradare le nebbie si era costretti ad un corso accelerato con i compagni più grandi, non sempre all’altezza, che spesso davano anche notizie distorte .
Era il peccato per eccellenza, quello vietato dal sesto comandamento che gli anziani non riuscivano nemmeno a pronunciare correttamente. La versione più diffusa fra loro era la seguente: “Non promicare”. Troppo oscuro per loro il termine “fornicare” che, pensate, ha la radice latina “fornix” che sta ad indicare un sotterraneo a volta, usuale luogo di prostituzione e meretricio. Chissà se nelle tavole che il Signore consegnò a Mosè sul Sinai c’era proprio scolpito il verbo fornicare. In ogni caso sapevano bene cosa significasse e ne avevano terrore tanto che, come dice il sottotitolo di questo scritto, da loro stessi coniato, consideravano diabolico il rapporto uomo-donna.
Per i ragazzi e i giovani, alle prese con i crescenti impulsi lanciati dal testosterone, la donna era un miraggio. “Il problema più importante per noi, è di avere una ragazza di sera”. E’ il testo di una bella canzone di Celentano del 1964 che sintetizza molto bene le loro inquietudini. Per rubarne una visione erano costretti a soluzioni alternative e l’estate si dimostrava una loro complice ed alleata compiacente. In quegli inizi anni 60 a Lentiscelle c’era il “Club Mediterranèe” esempio primordiale di turismo all’aperto che, secondo lo spirito dei suoi fondatori, si proponeva di dare ai propri clienti uno scopo ed un luogo di felicità liberandoli da qualsiasi vincolo. La spiaggia allora era bella, selvaggia, ancora ricca, nella parte superiore, di macchia mediterranea che la rendeva affascinante e misteriosa. Giovani ed adolescenti organizzavano piccole spedizioni verso quel luogo di “perdizione” per poter accedere finalmente alla materializzazione di un sogno. Si appostavano dietro i cespugli, come in una simbolica trincea, e attendevano frementi l’accesso in spiaggia delle sirene. Pian piano, in una crescente atmosfera di malia incantatrice, iniziavano a comparire le francesine in bikini, non so quanto succinti, ma sicuramente generosi…Oh! quanto generosi! A rendere più attraente lo spettacolo ci pensava qualcuna, forse un po’ più giovane, che si presentava con funamboliche ed atletiche giravolte sulla candida sabbia che rendevano ancora più accattivante lo scenario. Pian piano la tensione saliva, la gola si seccava, e gli occhi si aguzzavano sempre più.
Tornati a casa nel buio della stanzetta o del bagno risolvevano le loro pulsioni con un rapido e liberatorio “fai da te” impiegando un minimo di fantasia che coinvolgeva la donna sulla quale … come dire… si lavorava. Credo che Brigitte Bardot in quel periodo abbia avuto fischi continui alle orecchie…
Naturalmente tutto questo era poi oggetto di confessione, momento sempre molto complicato . Negli istanti che precedevano il sacramento della riconciliazione, cosiddetto momento “dell’esame di coscienza”, ci si industriava per prepararci a raccontare le nostra colpe al confessore di turno nella sequenza e nei modi più soft. Per fortuna spesso il problema lo risolvevano stesso loro , i confessori. A parte il fatto che sbrigavano tutta la faccenda fuori dal confessionale, in un intimidatorio “tu per tu” nella sacrestia o in un altarino laterale,solitamente andavano subito al dunque:
“Hai commesso atti impuri?”.
“Sì”
“Da solo o accompagnato?”.
“Da solo”.
“Lo vedi Gesù là sulla croce e quella sua ferita al costato? Ogni volta che lo fai tu gliela riapri gran fetentone! Ora per penitenza reciterai tanti Pater, Ave e Gloria per quante volte hai commesso il peccato!”.
Ai banchi di “espiazione” poi si cercava uno sconto di pena direttamente al Signore chiedendo timidamente di poter recitare la penitenza, diciamo così, “in abbonamento” ( 5 Pater,Ave e Gloria), onde evitare una complicata conta e tempi troppo lunghi di contrizione.
Molto più tormentata la vita intima delle donne sposate. Educata per scoli con un’etica che costringe il sesso nella dimensione puramente procreativa, la donna l’ha vissuto sempre con un senso di colpa, di terrore, e diventava quindi impossibile per lei vivere quell’esperienza come ricerca di sé e dell’altro. “E’ a cosa cchiù schifosa ca se pò ‘ffà”. E’ quanto per caso, ma veramente per puro caso , mi capitò di sentire da una donna che parlava con un’amica. Non sapremo mai se ne fosse veramente convinta o se cercasse di convincersene nel momento stesso in cui lo affermava.
Grande poi era il loro imbarazzo quando andavano a confessarsi.Il confessionale era per loro una sorta di processo di Norimberga e la confessione un pantano fangoso di domande impertinenti che il prete si riteneva legittimato a dover fare perché per dare l’assoluzione doveva conoscere la specie, il numero e le circostanze dei peccati commessi dalla penitente. Esse quindi si trovavano a un bivio: o rispondere e rivelare i lati più nascosti della propria intimità, o rifiutarsi e venire così private dell’assoluzione sacerdotale con la certezza di andare all’inferno in caso di morte! Solitamente optavano per la prima decisione e aprivano il loro cuore al confessore che, è innegabile, e forse morbosamente, andava al di là del necessario.
Le vedevi sedute ai banchi della chiesa in prossimità del confessionale nella navata san Domenico. Il velo per l’occasione copriva il loro capo più abbondantemente del solito, quasi a nascondere la loro intuibile tensione.Percorrevano il breve tragitto dal banco al confessionale dissimulando l’apprensione e ostentando tranquillità. La confessione durava dai 15 ai 20 minuti, dipendeva dalla “curiosità” del confessore e dalla “reticenza” della penitente. Alla fine tornavano ai banchi visibilmente contrariate anche se tentavano di celare il loro stato d’animo. Erano alquanto impacciate: chi rischiava una storta alla caviglia e chi addirittura di ruzzolare per terra “‘ndruppecanno” nei banchi.
Finché… finché comparve sulla scena, inaspettata, una novella Giovanna D’Arco a rompere quel clima di remissività e arrendevolezza. Fu in una delle tante occasioni organizzate dal parroco con la chiamata del confessore. Le confessioni si stavano svolgendo come sempre nel dovuto rispetto dell’ossequioso silenzio richiesto dal luogo sacro. Solito rituale, solito imbarazzo, solito silenzio rotto questa volta e all’improvviso dalla voce irrispettosa di una penitente che lascia il confessionale chiaramente indispettita.
“Kwzjyzxwkzzjyk!, stu capimbrello, wzhjkywwzzyh…! (Quelle lettere strane che vedete non sono errori di scrittura, ma rispecchiano soltanto in modo oscuro le frasi della donna che “purtroppo” non furono percepite per poter essere fedelmente qui riportate, “U capimbrello”,però, sia ben chiaro, è autentico!).Una sua parente o amica l’accompagnò fuori “‘ngoppa all’asteca ra chiesa” tentando di calmarla e di conoscere l’accaduto, mentre, dentro,lo sconcerto si diffuse rapidamente e la perplessità segnò il viso dei presenti. Tra l’altro bisognava risolvere anche il problema del turno: a chi toccava ora? Ci fu una inusuale serie di convenevoli del tipo: “Tocca a te, tu è venuto prima i mé!”. Oppure “Ma nun te preoccupà, fa’ prima tu, io pozze aspettà”. Nessuna voleva tastare il poso al confessore dopo quell’imprevisto incidente. Ma poi qualcuna finalmente si fece avanti coraggiosamente e fu premiata perché la sua remissione dei peccati durò soltanto cinque minuti. Il confessore, forse almeno per quel giorno, aveva capito l’antifona e riservò poi uguale trattamento a tutte le restanti . Non sappiamo se quella prima ribellione sia da considerarsi storica o il punto di svolta. Certamente fu il primo segno evidente di rigetto di quella continua “invasione di campo” non più tollerabile.
Gli uomini da parte loro dimostravano tutti i propri limiti in materia. La maggior parte di essi era assolutamente inesperta su come “trattare” le donne. Essi le avvicinavano in modo errato giacché pensavano che per le donne valessero gli stessi stimoli psicologici o di altra natura che servivano per gli uomini. Non era colpa loro ma del mistero morboso col quale per secoli era stata ammantata tutta la loro educazione sul tema.
A differenza delle donne praticavano poco i sacramenti ma non perché fossero dei miscredenti. Purtroppo quel benedetto sesto comandamento era troppo difficile da rispettare e tra l’Inferno e qualche minuto di dolce passione preferivano rischiare la pena eterna… Forse per questo loro atteggiamento fu istituito nel periodo della Quaresima il precetto pasquale riservato ai soli uomini, pratica che non si riscontra facilmente presso altre comunità. Il parroco, preoccupato per le anime dei propri parrocchiani, nella settimana santa inviava ” u prericatore”, in veste di buon Pastore, alla ricerca delle pecorelle smarrite, presso i due o tre bar allora esistenti o al lungomare dove vecchi tubolari e fatiscenti muretti offrivano agli uomini un precario appoggio per le loro soste e conversazioni.
“Vi aspetto stasera per il sacramento della riconciliazione e dell’eucarestia, cari fratelli”.Era l’invito cortese e conciliante rivolto al primo gruppetto di uomini. Frattanto quattro che giocavano a carte nel bar poco più in là commentavano:
” Uvulloco, mo ‘nge fotte pure a nuie!”.
Detto,fatto! “Aspetto anche voi fratelli…”.
Questi inviti bonari facevano sparire d’incanto tutta la loro apparente riottosità e come dei soldati chiamati alla coscrizione obbligatoria pronunciavano docili il loro sì di assenso e si presentavano tutti alla confessione e al successivo rito della santa messa. In cambio di una così numerosa partecipazione, il predicatore distribuiva confessioni rapide ed assolutorie per tutti. C’era però un problema: l’Atto di dolore. Non lo sapeva nessuno! Cosicché con lo sconto di pena veniva quindi applicato anche l’abbuono dell’atto di dolore…Oggi lo definiremmo un vero e proprio trattamento di favore!
Quella sera a Marina tutti dormivano beatamente e nella grazia del Signore: il Paradiso aleggiava celeste su tutti i fedeli “cunfessate e cummunecate”. Purtroppo però solo fino alla successiva trasgressione del comandamento che temiamo sia accaduta abbastanza presto in una delle notti seguenti…
Quel Paradiso che invece sembrava non abbandonare mai le ragazze. La loro educazione era mirata a prepararle a diventare mogli e madri. Persino la scuola media, che nell’anno scolastico 1961/62 diventò obbligatoria per tutti, era orientata in tal senso tanto è vero che tra le materie scolastiche vi era compresa anche l’ “economia domestica”,disciplina che forniva nozioni e conoscenze circa la pulizia della casa, la spesa, la cura dei bambini,cucito e ricamo,cucina, lavaggio e stiratura.
Arrivavano al menarca (primo flusso mestruale) nel buio più totale e la sua comparsa era quasi abitualmente accompagnata da urla di spavento:
“Curre mà,viene subbito!”.
E la mamma, tranquillizzandola, non andava oltre il :”Sù ccose i femmenne!”. Anche allora era avara di informazioni e guai a dare qualche notizia in più.
Erano loro che più spesso di altri hanno sentito ripetere: “Uommene e femmene esce u riavolo!”. A ben guardare questo monito sembra precedere il sesto comandamento, nel senso che alle ragazze veniva categoricamente vietata anche l’occasione di peccare. Di sera non uscivano mai da sole, tranne che per andare alle funzioni religiose. Nel mese di Maggio, recitato il Rosario, ascoltavano il fioretto proposto dal parroco che consisteva, per tutto il giorno dopo, in una delle seguenti rinunce:non dire parole inutili, non incipriarsi, non mangiare cioccolatini, non guardare i cartelloni del cinema e simili. Nessuno osava fermare per strada una ragazza. A meno che non fosse una di “quelle”, ma “quelle” non aspettavano di essere fermate, erano loro che fermavano.
Le rare coppie clandestine si davano appuntamento lungo il viale oscuro e alberato che costeggia il campo sportivo fino al ponte “ra sciumara”. Le ragazze più coraggiose stabilivano amicizie interessate. Uscivano in quattro a braccetto e in prossimità della Madonnina ne lasciavano una e tornavano in tre speranzose che nessuno si accorgesse di quella “strana manovra” . Al successivo “giro” la riprendevano e ricomponevano il quartetto sperando nell’indifferenza generale.. Ma c’era sempre qualche canaglietta che “purtava a spia” ai genitori. Quando l’impudente rientrava a casa l’aspettava un interrogatorio senza esclusioni di colpi da parte di un sinedrio di madri, nonne, zie, fieramente avverse a quel peccato che non erano più in grado di commettere,
“T’è vasata?”.
“No”.
“Ma t’è tuccate?”.
“No, nun me mmancate mai i rispetto”.
“E giuralo allora!”.
” U ggiuro”.
E mentre giurava, sperando di cancellare le conseguenze di quel falso giuramento, portava la mano destra dietro la schiena accavallando il dito medio sull’indice quale simbolico gesto di una croce in miniatura.
Ed a ben pensarci, è quanto farò anch’io ora al termine di questo articolo per tentare di allontanare l’Inferno che minaccioso mi incombe sulla testa per tutto quanto di peccaminoso ho qui questa volta raccontato…