La storia del Covid-19, cosa c’è da sapere

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di Giangaetano Petrillo

Il 9 gennaio 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato che le autorità sanitarie cinesi hanno individuato un nuovo ceppo di coronavirus mai identificato prima nell’uomo, provvisoriamente chiamato 2019-nCoV e classificato in seguito ufficialmente con il nome di SARS-CoV-2. Il virus è associato a un focolaio di casi di polmonite registrati a partire dal 31 dicembre 2019 nella città di Wuhan, nella Cina centrale. L’11 febbraio, l’OMS ha annunciato che la malattia respiratoria causata dal nuovo coronavirus è stata chiamata COVID-19. Il 30 gennaio, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha confermato i primi due casi di infezione da COVID-19 in Italia

In un articolo apparso giorni fa sul The Washington Post, il graphics reporter Harry Stevens ha proposto una simulazione della diffusione dei contagi, per cercare di prevederne l’andamento. Non è una profezia, ma soltanto calcoli matematici che, affermano gli studiosi, possono rallentare la diffusione del contagio esclusivamente solo se le persone mettono in pratica il “distanziamento sociale”, di cui sentiamo parlare in queste ultime settimane, evitando gli spazi pubblici e limitando generalmente i loro spostamenti. Gli stessi studiosi, invece, sostengono che senza l’implementazione di misure per rallentare la diffusione, il covid-19 continuerà a diffondersi esponenzialmente per mesi. Sono tre le ipotesi elaborate che riguardano la potenziale curva d’andamento e di diffusione del contagio. Nella prima tesi, che ipotizza il contagio su un intero paese di 200 abitanti, si nota come la pendenza della curva che rappresenta il numero dei contagiati aumenti rapidamente mentre la malattia si diffonde, per poi scendere man mano che le persone guariscono. Questo può verificarsi su una popolazione in cui il virus potrebbe diffondersi rapidamente, senza decretare restrizioni o limitazioni individuali. Dunque come ipotizzato dallo stesso premier britannico Boris Johnson, raggiungere rapidamente il picco della diffusione per conquistare un’immunità di gregge che avrebbe consentito una rapida guarigione. Parlando del covid-19, comprendendone l’alta letalità, non  preferiremmo che rallentasse il contagio del virus prima che infetti la maggior parte della popolazione globale. Per rallentarne la diffusione, dunque, nella seconda tesi si prende in considerazione la possibilità di creare una quarantena forzata, come quella, per capirci, che il governo cinese ha imposto nella provincia dell’Hubei, il focolaio di partenza del covid-19. Come ipotizzato dagli esperti, e come verificatosi nella realtà, si è dimostrato impossibile isolare completamente la popolazione malata dai sani, tanto che l’OMS è arrivata a dichiarare la pandemia, essendo il virus ormai diffusosi nella maggioranza dei paesi. Sempre in questo stesso articolo a cui stiamo facendo riferimento, infatti, viene riportata una dichiarazione rilasciata in  Gennaio da Leana Wen, ex commissario per la salute della città di Baltimora, dove spiegava come una quarantena forzata sia praticamente irrealizzabile, sostenendo come “Molte persone lavorano in città e vivono nella provincia, e viceversa. Separiamo le persona dalle loro famiglie? Come blocchiamo tutte le strade? Come trasportiamo i rifornimenti ai residenti?”. In realtà oltre alle sue dichiarazioni abbiamo visto come tutto ciò sia più che solamente ipotizzabile. Soprattutto nel nostro paese abbiamo visto quanti, in quel doloroso week-end, si sono riversati al sud volendosi ricongiungere proprio con le loro famiglie. D’altronde come dargli torto, seppur potremmo giudicare il loro comportamento irresponsabile e superficiale. Fortunatamente ci sono altri modi per cercare di rallentare la diffusione di un’epidemia. Per prima cosa, le autorità hanno incoraggiato le persone a evitare assembramenti pubblici, a stare più spesso a casa e a mantenere le distanze dagli altri. Se le persone fanno meno spostamenti e interagiscono meno tra di loro, il virus ha meno opportunità di diffondersi. Alcune persone comunque continuano a spostarsi, a causa del loro lavoro, come per la filiera alimentare e dei servizi pubblici essenziale che vanno comunque garantiti, o di altre necessità, o forse si rifiutano semplicemente di prestare attenzione agli avvertimenti sulla salute pubblica. Queste persone non solo avranno una maggiore probabilità di ammalarsi, ma aiuteranno anche la diffusione stessa del virus. Dunque un maggiore distanziamento sociale mantiene ancora più persone in salute e le persone possono essere allontanate dai luoghi pubblici rimuovendone le attrattive. Si può controllare il desiderio di recarsi in spazi pubblici chiudendo gli stessi spazi pubblici. È quanto, in realtà, accaduto in Italia dal primo decreto dell’8 Marzo, da cui si è iniziato a chiudere diversi luoghi di ritrovo e spazi pubblici, l’ultimo infatti e del 21 Marzo che prevede la chiusura di parchi pubblici e il divieto di assembramenti per attività sportive outdoor. Per simulare un distanziamento sociale ancora maggiore, l’articolo del reporter Stevens a cui stiamo facendo riferimento, prevede nella terza ipotesi una quarantena che consente ad una sola persona su otto di potersi spostare. Il grafico prodotto da quest’ultima ipotesi prevede una progressione della diffusione lenta e graduale, che contiene di molto il contagio. Quindi, per quanto più tempo riusciamo a rispettare i divieti e gli obblighi di restrizione imposteci dal nostro governo, tanto più riusciamo a contenere il contagio del virus. Un distanziamento sociale diffuso, come quello che stiamo verificando in Italia, di solito funziona meglio di tutti, dalla simulazione proposto dal The Washington Post. Dobbiamo capire che il covid-19 si sta diffondendo attraverso le nostre reti umane, nei nostri Paesi, nelle nostre città, nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre famiglie. E il comportamento di una singola persona può causare effetti a catena che influenzeranno anche persone lontane. Probabilmente quanto successo all’uomo di 33 anni di Monaco, in Germania, potrebbe essere il primo europeo ad aver contratto l’infezione del nuovo coronavirus e ad averla trasmessa. Come comunicato da una lettera di medici tedeschi pubblicata sul New England Journal of Medicine del 5 marzo, l’uomo ha manifestato sintomi respiratori e febbre alta il 24 gennaio. I sintomi sono migliorati e il 27 gennaio è tornato al lavoro. Il 20 e il 21 gennaio aveva partecipato a un meeting in cui era presente una collega di Shanghai, che è rimasta in Germania dal 19 al 22 gennaio senza accusare alcun disturbo. Secondo una mappa genetica pubblicata sul sito Netxstrain, che ricostruisce una sorta di albero genealogico del virus, il focolaio tedesco potrebbe avere alimentato silenziosamente la catena di contagi al punto da essere collegato a molti casi in Europa e in Italia. Analizzando il percorso e le mutazioni genetiche del coronavirus, gli studiosi hanno rilevato che è entrato in Europa più volte. Dal primo febbraio circa un quarto delle nuove infezioni in Messico, Finlandia, Scozia e Italia, come i primi casi in Brasile, appaiono geneticamente simili al focolaio di Monaco. Il paziente 1 di Monaco aveva mostrato i primi sintomi il 24 gennaio, dopo aver incontrato una collega proveniente da Shangai, poi risultata positiva. Nei quattro giorni seguenti sono risultati positivi anche molti dipendenti della stessa azienda tedesca. Il caso era diventato celebre a fine gennaio come esempio della capacità del coronavirus di trasmettersi anche in assenza di sintomi. Sebbene la sede dell’azienda fosse stata chiusa dopo la comparsa dei primi casi, i ricercatori ritengono che il focolaio di Monaco possa essere collegato a una buona parte dell’epidemia in Europa, compresa l’Italia. La donna ha però cominciato a stare male durante il volo di ritorno in Cina, dove è stata trovata positiva al virus 2019-nCov il 26 gennaio. Il 27 ha informato i partner tedeschi delle propria positività e in Germania sono iniziati i test sui colleghi che l’avevano incontrata, fra cui l’uomo di 33 anni, che è stato trovato positivo al virus sebbene ormai asintomatico. Il 28 gennaio sono stati trovati positivi altri tre impiegati della stessa compagnia, che avevano avuto contatti con l’uomo quando era asintomatico. Quanto abbiamo riportato, ripreso da una ricostruzione pubblicata da La Repubblica il 5 Marzo, è utile per intuire quanto abbiamo detto, e cioè come “il comportamento di una singola persona può causare effetti a catena”.

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Questo è quanto di più importante e necessario dobbiamo capire, e comprendere quanto il nostro comportamento sia determinante nel decidere le sorti del nostro Paese, delle nostre famiglie e delle nostre economie. Ma a questo punto possiamo anche prendere in considerazione altri aspetti comunque rilevanti che sono emersi in queste settimane. Utili a contribuire all’attenta analisi e riflessione che i tempi ci chiamano a fare. Premettiamo, innanzitutto, che il tutto non si riduca ad una vana e inefficace discussione politica o, ancor peggio, ideologica, tanto da contrapporre esclusivamente due fronti. Qui bisogna capire che il fronte è uno, ed è il nostro futuro. Il futuro delle nostre generazioni e di quelle che sopravvivranno alle falci ceche di questa pandemia; il futuro della nostra società, di quella che saremmo chiamati tutti, indistintamente dalla posizione sociale che ricopriamo e dalle rispettive responsabilità, a ricostruire; il futuro delle nostre comunità di cui continueremo a far parte e nonostante tutto dovremo riprendere quei rapporti e quelle relazioni che nel corso dei secoli si sono solidificate; il futuro delle nostre economie, dagli investimenti alle decisioni più importanti e discriminanti rispetto al passato su come usare e su cosa investire, sia per rilanciare un’economia che comunque risentirà di questo rallentamento, sia per prevedere altri inequivocabili contagi senza più dover ricorrere a soluzioni di emergenza occasionali. Partendo da queste considerazioni, possiamo cominciare a cercare di capire cosa quest’emergenza possa insegnarci, e quali di questi insegnamenti possiamo condividere con la comunità alla quale apparteniamo. L’emergenza coronavirus ha cambiato drasticamente le nostre abitudini. Questo si riflette innanzitutto nell’ambiente che ci circonda. L’inverno trascorso è stato, degli ultimi, quello maggiormente caratterizzato da forti alluvioni che hanno provocato l’innalzamento di alcuni livelli del mare, aggredendo molte nostre citta. Venezia è stata una delle città ad essere stata più colpita da frequenti e spaventosi innalzamenti del livello del mare che hanno fortemente minacciato la città, i suoi abitanti, le sue bellezze artistiche e l’economia dell’intera comunità. Ma tra le varie notizie legate al Coronavirus, che sta tenendo bloccati in casa tutti gli italiani, ce ne sono alcune anche “positive”: le acque del canale di Venezia, che generalmente si presentano torbide, in questi giorni appaiono limpide e trasparenti, tanto da permettere di scorgere persino i pesci e il fondale. Quei fenomeni atmosferici violenti e imprevisti, provocati soprattutto dai processi del cambiamento climatico denunciato ormai da decenni, sembrano trovare un equilibrio di forma da quest’emergenza, poiché sicuramente l’assenza di traffico che smuove i sedimenti è la causa di questo miracolo da mare tropicale. Gli scarichi ridotti e il ricambio idrico delle maree invece giovano alla qualità delle acque. Identico discorso sembra ripetersi per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico, evidente soprattutto sulla zona padana della nostra penisola. Osservando i dati degli ultimi giorni non si può non notare infatti che la netta riduzione dello smog in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, ma anche a Roma e nelle altre aree tradizionalmente più inquinate per ragioni orografiche e industriali, si è ulteriormente accelerata. La diminuzione delle emissioni di diossido di azoto sopra la Pianura Padana nell’Italia settentrionale è particolarmente evidente e la riduzione di emissioni che possiamo osservare coincida con la serrata in Italia che determina meno traffico e meno attività industriali. Sembreranno dei dati relativamente importanti data l’emergenza che stiamo affrontando, ma non dimentichiamoci le conseguenze dello smog. Ogni anno circa 3 milioni di persone in tutto il mondo muoiono prematuramente a causa dell’inquinamento dell’aria. Lo dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che punta il dito contro i rischi derivanti dall’accumulo di polveri sottili. Secondo l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), ogni anno in Italia muoiono per questa ragione circa 34 mila persone, vale a dire 100 al giorno. Polmoni, cuore e cervello sono gli organi più colpiti, ma ne risentono anche le ossa. Così l’emergenza coronavirus ha fatto crollare lo smog nelle nostre città, provocando contestualmente un malessere per gli uomini e un benessere per l’ambiente, che è ritornato momentaneamente a respirare. Non meravigliamoci dunque di questi dati, ma approfittiamo del tempo a nostra disposizione per considerare questi dati, e valutare i nostri comportamenti, le nostre abitudini. Perché, come per l’emergenza sanitaria, anche per l’inquinamento climatico “il comportamento di una singola persona può causare effetti a catena”.

Immaginiamo anche per un solo secondo di trovarci a combattere quest’emergenza in un periodo diverso da quello attuale. Forse non si sarebbe espanso così rapidamente, e forse non essendoci città e zone del Paese così densamente popolato, non avremmo avuto una crescita del contagio così esponenziale. Ma tuttavia abbiamo dalle nostre armi e munizioni migliori. Innanzitutto un organo di governo unico che può gestire l’emergenza coralmente, e organismi di governo sovranazionali che, seppur con qualche ritardo e punti di vista inizialmente contrari, sono riusciti ad intervenire sia a livello sanitario che economico. Immaginate ora di vivere senza istituti sanitari nazionali, istituti ed enti di ricerca scientifica che avrebbero potuto individuare innanzitutto il virus, il suo genoma, e che avrebbero potuto intervenire contestualmente sui pazienti, curandone la maggioranza con cure sperimentate precedentemente, e sulla lotta al virus. Avrete potuto sicuramente comprendere l’importanza, l’incisività e la necessità non solo di avere questi enti che forse prima di questa emergenza nemmeno sapevano esistessero, ma soprattutto la necessita che i governi d’ora in poi riprendano ad investire nella ricerca, per riqualificare tutti i presidi ospedalieri presenti nel nostro paese, e a rivalutare la figura di ricercatori, medici, infermieri, personale sanitario e di quanti vengono impiegati per garantire la nostra sicurezza. E senza internet? Vi siete mai posti questa domanda che all’apparenza è così banale, ma che di gran lunga considera un aspetto non di poco conto per le società moderne. Vivere senza internet, senza la tecnologia, senza una connessione wi.fi ora più che mai sembra essere di fondamentale importanza. Tanto quanto avere dell’acqua in casa e cibo per garantirci l’alimentazione. Ogni giorno medici e ricercatori di tutto il mondo possono connettersi e confrontarsi nella ricerca e negli studi per ricercare un vaccino al Covid-19 esclusivamente grazie a una semplice connessione internet. Considerate ora a quanti viene garantito un posto di lavoro grazie alle tante figure professionali ormai impiegabili da remoto, tramite un semplicissimo collegamento ad una rete interne, o quanti dei vostri figlio possono conseguire lauree o continuare gli studi grazie a sessioni straordinarie di didattiche online. O semplicemente quante famiglie possono riabbracciarsi idealmente attraverso un semplice tablet che ti permette non solo di parlarti ma anche di vederti tramite webcam. Quante persone così hanno avuto la possibilità, seppur in ospedale, di poter salutare per un’ultima volta i propri affetti più cari. Dunque, quando domani saremo soliti giudicare negativamente la tecnologia, l’intelligenza artificiale e internet, ricordiamoci di quanto ci è possibile fare grazie a chi ha dedicato la sua vita per inseguire i propri sogni. E  qui, quella frase che ci accompagna dall’inizio, può avere un senso positivo. Perché chi come Steve Jobs ha impiegato la sua vita inseguendo il proprio sogno, “il comportamento di una singola persona ha potuto causare effetti a catena”. Non sappiamo quanto durerà. Poteri divinatori sono attribuibili a oracoli che lungi da noi ricercare in questi momenti. Ci viene chiesto di restare a casa, e nel rispettare questi suggerimenti facciamo tesoro di questa riflessione. Non chiediamoci perché ora o perché a noi. Piuttosto domandiamoci chi avrebbe dovuto garantirci una vita tranquilla e serena, senza sconvolgimenti e emergenza. D’altronde nessuna delle generazioni che ci hanno preceduto ha vissuto interamente in pace. Anzi erano proprio questi momenti di pace e benessere ad essere occasionali e brevi. Chi avrebbe dovuto garantircelo se non noi? Ecco, noi, gli stessi che ancora oggi, difronte ad un emergenza pandemica non riescono a rispettare un semplice comandamento. Rimanere a casa per avere un’altra opportunità. E quando questa ci verrà data, ricordiamoci che “il comportamento di una singola persona può causare effetti a catena”.

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