Lentiscosa, la cappella Santa Maria ad Martyres è uno scrigno di rara bellezza

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Raccontare il Cilento, questo vasto territorio racchiuso tra la piana del Sele e i monti del Diano e degli Alburni, non è facile, in quanto le situazioni e gli eventi da ricordare e descrivere sono davvero numerosi e importanti. Si può, tuttavia, invitare i lettori ad una attenta riflessione sui rapporti fra storia e religione. Una caratteristica traccia che può ben rappresentare il paradigma di una terra dalle molte facce e dai molti racconti. Ogni paese, ogni frazione, ogni angolo di questo territorio è ricco di storie, meraviglie che continuano, dopo decine di secoli ad affascinare chi vi abita e chi scopre questi preziosi gioielli di storia artistica e culturale di un Cilento poco conosciuto.

Uno di questi paesi è Lentiscosa, una piccola e interna frazione del Comune di Camerota, famosa meta turistica della costiera cilentana. Lentiscosa, come molti piccoli borghi cilentani, custodisce un’antica tradizione di fede che ci viene raccontata ad ogni passo, svoltando ad ogni angolo, girando attorno ai diversi vicoli e viuzze che, come un itinerario, ci accompagnano tra la storia e le tradizioni di questo borgo. Punto sostanziale di questo intreccio tra storia e fede è il centro storico, con il suo odore inumidito dagli imponenti muri dei palazzi nobiliari che circondano come fosse una quinta scenica la cappella Santa Maria ad Martyres (nella foto in alto), vera attrice protagonista del nostro racconto.

L’interesse nei confronti di quest’opera d’arte così preziosa quanto fragile, è da un lato il recupero di un’identità culturale e civile, allora sostanzialmente unitaria e oggi invece smembrata e disarticolata, e di cui pertanto si è venuto perdendo la coscienza; dall’altro il riconoscimento che le realtà artistiche del Sud Italia, anche quelle più periferiche, hanno un livello di dignità culturale, di vivacità creativa e d’interesse storico-artistico tutt’altro che trascurabile. Il turista che s’incammina per il groviglio di vicoli caratteristici del centro storico di Lentiscosa, s’imbatte, quasi come fosse un miraggio, in un piccolo edificio che quasi si confonde con l’ambiente circostante. Quella piccola porticina in legno segna una linea di demarcazione, come se ci stesse indicando un passaggio verso il passato, una macchina del tempo architettonica che proietta il visitatore verso un passato di oltre 600 anni.

Entrarci, fermarsi all’ingresso in silenzio e lasciarsi accompagnare dal solo sguardo, è un’esperienza che chiunque ami conoscere il proprio passato deve fare. Ci si trova difronte ad un piccolo ambiente decorato da un ciclo di pitture murali di grande interesse. L’unica navata di cui si compone è divisa in due zone da un’arcata, e quest’elemento suggerisce l’idea di un ampliamento successivo all’edificio originario. La parte interna, quella originaria, è interamente avvolta da pitture. Un ciclo unitario che mostra delle immagini sacre di sante e santi alternate tra loro. La parete sinistra è risolta dal gioco ossessivo di alternanza fra Santa Sofia e San Sebastiano. A interrompere il gioco di alternanza dei santi interviene una santa colta nell’atto misericordioso di accogliere sotto il suo  manto quelli che possono essere definiti dei “martiri” da una lacunosa iscrizione. Sulla parete absidale è rappresentato in alto un imponente Redentore che sovrasta San Rocco e San Sebastiano.

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La Madonna col Bambino e Santa Sofia. Sulla parete di destra l’unità della rappresentazione è interrotta da un arco in cui si riconoscono i frammenti di una Madonna col Bambino e seguono San Bartolomeo con una Madonna del Soccorso ed infine una magnifica Trinità. La volta rappresenta un omaggio a Evangelisti e Padri della Chiesa con i simboli dei quattro evangelisti e i volti di San Geronimo, San Gregorio, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino. Questa piccola cappella, caduta come un astro tra le piccole mura del centro storico di Lentiscosa, ha provocato una voragine storica e artistica molto rilevante. S’inserisce nel solco dell’identità culturale basiliana, provocata dalle migrazioni dei monaci basiliani che incominciarono ad insediarsi lungo i nostri territorio a partire dall’ottavo secolo. Quella eredità ci lascia delle meraviglie ancora da scoprire e soprattutto da approfondire, per riannodare i fili del nostro passato e cucire l’abito giusto della nostra identità culturale.

Questi affreschi, oltre all’insegnamento catechetico, testimoniano una ricchezza artistica molto incisiva. Immaginate solo quale poteva essere il contesto, se di contesto possiamo parlare, sociale, economico e urbano di quei secoli. Immaginate quanto precario sia rispetto ad oggi, e nonostante tutto sono riusciti in un’opera così titanica e stupefacente. Cogliamo almeno l’opportunità sociale che questi monumenti c’insegnano e ricordiamoci sempre che tutto questo non lo ereditiamo dai nostri padri, ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli.

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