Luigi Manconi sulla morte di Mastrogiovanni: «E’ la prova che in Italia la tortura esiste»

Tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sul caso della morte del maestro Franco Mastrogiovanni è importante perché «è un caso esemplare di tortura, che con lui raggiunge vertici di ferocia». A dirlo senza mezzi termini è il senatore del Pd e presidente della Commissione diritti umani, Luigi Manconi, in una intervista rilasciata a ‘Le cronache del garantista‘. 

E poi precisa: «Nel silenzio generale e nell’inconsapevolezza di quasi tutta la classe politica centrale e locale e dell’opinione pubblica, in Italia nel 2014 il letto di contenzione è sicuramente utilizzato con una certa frequenza in diverse strutture. Ritengo che si tratti di uno strumento di tortura – continua Manconi – oltretutto sottratto a qualunque regolamentazione, dal momento che per Franco Mastrogiovanni ha funzionato per 87 ore di seguito. 82 mentre era in vita e altre cinque mentre era già cadavere. Qualche tempo prima, all’ospedale di Cagliari, vi è stato crocifisso l’ambulante Casu, che è morto dopo 5 giorni nel letto contenitivo».

Una vicenda, quella di Mastrogiovanni, che ha fatto finire alla sbarra 18 persone, tra medici e infermieri del reparto psichiatrico del San Luca di Vallo dov’è morto la notte del 4 agosto 2009 dopo essere stato legato polsi e caviglie a un letto. Di tutti gli imputati sono stati condannati in primo grado i sei medici, con pene che vanno da 1 anno e mezzo ai 5 anni di reclusione. Venerdì l’inizio del processo d’appello a Salerno con una prima udienza ‘filtro’ servita più che altro a decidere la calendarizzazione delle prossime udienze, fino alla sentenza entro fine 2015. 

Ora i familiari e le associazioni chiedono alle autorità competenti che la contenzione sia considerata finalmente illegittima, che in ogni reparto psichiatrico siano installati impianti di sorveglianza, che sia garantito ai familiari e alle associazioni l’accesso in ogni momento ai reparti, che i pazienti siano trattati nel rispetto della propria dignità personale conservando i propri abiti civili e gli effetti personali, che i pazienti siano posti nelle condizioni di poter comunicare con l’esterno, sia attraverso i personali telefoni cellulari che con i telefoni di reparto e che sia riconosciuto il diritto del paziente alla propria difesa e immediata opposizione al Tso, anche attraverso l’intervento di familiari, associazioni o legali di fiducia. 

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