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Rifiuti di stato sotto il mare, il rischio del silenzio è dietro l’angolo

di Redazione

 

Rifiuti di stato sotto il mare         di Andrea Palladino                       

Il relitto di Cetraro, lentamente, sta ritornando nel buio dei fondali. I 500 metri di profondità che lo hanno nascosto per diciassette anni si allungano, diventano inaccessibili. Il rischio del silenzio è dietro l’angolo. Eppure è lì. Eppure nessuno ha smentito la storia delle navi dei veleni. Anzi, man mano che gli archivi risalgono in superficie la lista delle conferme si allunga, si rinsalda.
La prima notizia è pessima: i rifiuti pericolosi al largo di Cetraro ci sono. Due aree vicine alla zona del ritrovamento del relitto dello scorso 12 settembre – una un po’ più a nord, l’altra più a est, vicina alla costa – sono contaminate da metalli pesanti: arsenico, cobalto, alluminio e cromo. Tutte sostanze che non possono provenire dalla costa, dove non esistono industrie. Tutte sostanze, quindi, che qualcuno ha gettato in mare.
Non si tratta di studi del governo arrivati in questo mese di attesa. L’individuazione dei residui è del 2006 ed è riportata in una ordinanza della Capitaneria di Porto di Cetraro, la 03/2007. Il documento indica due quadrilateri, vietando la pesca a strascico nelle zone contaminate. La Marina militare, dunque, sapeva dell’esistenza di rifiuti tossici al largo di Cetraro da almeno tre anni. Peccato che quando il procuratore di Paola chiese aiuto per individuare il relitto la risposta fu evasiva: non abbiamo navi da inviare.


E il consulente della Mitrokhin?
C’è poi una seconda notizia, passata inosservata, riportata solo dai quotidiani della Calabria. Sulle navi a perdere è intervenuta una fonte autorevole, l’ammiraglio Bruno Branciforte, da poco a capo dell’Aise – i servizi segreti militari – convocato dal Copasir, il comitato parlamentare per il controllo dei servizi segreti. Secondo quanto riportato dal quotidiano Calabria ora, l’ammiraglio ha confermato l’esistenza di almeno 55 navi utilizzate – in vario modo – per il trasporto illegale di rifiuti. La questione doveva poi essere approfondita in un’altra audizione dedicata, ma di rinvio in rinvio non se ne è saputo più nulla. Eppure le domande da fare a Branciforte non mancano: perché fin dal 1995 si parla di interventi più o meno velati dei servizi segreti nella questione senza, però, avere mai una risposta chiara? E che ruolo hanno avuto personaggi come Scaramella – il mitico consulente della commissione Mitrokhin – o come Aldo Anghessa, apparsi varie volte nelle inchieste degli anni Novanta sulle navi?


Tutto tace
Il silenzio, intanto, è sceso anche sull’inchiesta giudiziaria. A metà settembre il procuratore di Paola Bruno Giordano ha dovuto passare tutte le carte alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il pentito Francesco Fonti, con le sue dichiarazioni alla stampa, ha accusato direttamente la ‘ndrangheta di tre affondamenti, tra i quali quello del relitto al largo di Cetraro. Fonti è andato, però, oltre, individuando i possibili mandanti ai più alti livelli in diverse interviste. Ed è quindi sconcertante che ancora non abbia deposto davanti ai magistrati, mentre il programma di protezione – che era stato sospeso negli anni scorsi – non è stato ancora riattivato. E come spesso accade in Calabria, i fatti vengono avvolti da una sorta di opacità, che impedisce di capire cosa stia accadendo. Tre magistrati di Catanzaro – Lombardo, Borrelli e Pignatone – lo hanno in realtà convocato nei giorni scorsi a Roma, presso la sede della Direzione nazionale antimafia. Quel giorno, però, l’avvocato di Fonti, Claudia Conidi, era impegnata in un altro processo. «Avevo avvisato i magistrati della Dda con un fax – spiega – ma hanno voluto fare lo stesso l’interrogatorio». Francesco Fonti, a quel punto, non ha voluto proseguire. «Si è sentito insicuro, senza un avvocato di fiducia – continua l’avvocato Conidi -, senza ancora un programma di protezione». E l’attesa deposizione è saltata. Il problema è che – secondo il legale del pentito – i magistrati di Catanzaro non avrebbero intenzione di risentirlo, almeno per il momento. «Il procuratore Borrelli – spiega il legale – mi ha detto che lo sentirà solo se ci sarà una necessità processuale». Per ora le parole pesanti di Fonti non verranno, dunque, messe su un verbale. Preoccupato, il pentito ha preso carta e penna e ha scritto ieri alla procura di Salerno, competente per la vigilanza sull’operato dei magistrati calabresi: «Vuole essere sentito – racconta l’avvocato – con tutte le garanzie, che finora non ha avuto».


C’era una volta l’entusiasmo
Lontanissimi sono quindi i giorni di metà settembre, quando l’entusiasmo del procuratore di Paola Bruno Giordano e dell’assessore regionale all’ambiente Silvio Greco annunciava la svolta nella lunga e complessa storia delle navi dei veleni. I veleni – e questo è certo – rimangono lì, nel mare di Cetraro e sulle colline vicino Amantea. Aspettano che qualcuno scriva i nomi che erano stampati sulle etichette dei fusti, gettati in mare nelle navi a perdere.

FONTE: ilmanifesto.it

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