Meeting del mare, Silvia Romano e fase 2 per la chiesa: l’intervista a Don Gianni

Infante viaggi

di Giangaetano Petrillo

L’avevamo contattato a inizio pandemia, quando ancora erano l’incertezza e la paura a dominare il dibattito pubblico. Oggi invece gli indizi e i dati dei contagi sembrano annunciare un periodo migliore, ma dalle parole di Don Gianni capiamo quanto bisogna essere responsabili per convivere con il virus fino a quando avremo un antivirale. L’abbiamo contattato perché questo era il “Sabato del Villaggio” per il Meeting del Mare, evento di cui è ideatore e organizzatore. «Non me ne parlare. Mi manca come se fosse aria per il fiato». E soprattutto per commentare lo spazio che abbiamo inteso aprire al fenomeno dell’emersione del lavoro in nero e del caporalato. «Finché penseremo che è inopportuno, impopolare e sconveniente per la nostra immagine o il consenso che tanto inseguiamo, continueremo a precipitare nel vortice di un populismo fatto di slogan fasulli e pericolosi, senza futuro e senza speranza».

Don Gianni, innanzitutto, dall’ultima volta che l’abbiamo contattata, si sente più sollevato? Possiamo dire che il peggio è passato o ancora dobbiamo essere vigili?
L’ultima volta eravamo in piena pandemia e regnava l’incertezza più assoluta. Oggi viviamo in un clima segnato da indizi molto incoraggianti. Non c’è un antivirale ma la malattia pare possa essere contrastata in molti modi. I tanti morti ci caricano di un pesante dolore collettivo ma ci sono tanti guariti e sono stati tantissimi i sacrifici dei sanitari e degli operatori dell’emergenza. In buona parte abbiamo dimostrato di essere un popolo responsabile e sensibile. Oggi il senso di responsabilità dei singoli per la salute pubblica sarà la vera garanzia delle opportunità future. L’attenzione deve restare più alta che mai

Come per il resto del paese anche per la Chiesa comincia la fase-2. Seppur distanziati, molti fedeli ritorneranno in Chiesa per le celebrazioni.
Si, tra pochi giorni riprenderanno le celebrazioni con presenza di popolo. Sarà un grande esperimento. Molti attendevano con ansia questo momento, alcuni lo hanno rivendicato anche in modo arrogante e pretestuoso. I vescovi sono stati molto attenti alle linee del governo. Noi seguiremo questa impronta e, per evitare troppi disagi, favoriremo le celebrazioni all’aperto. Certo gli anziani e altri soggetti a rischio farebbero bene ad evitare eventi di eccessivo assembramento. Il paese deve ripartire e deve ripartire anche la vita di fede, che è partecipazione, comunità. Lo faremo con grande cautela.

Nel messaggio che la Conferenza Episcopale Campana ha inviato a voi sacerdoti, vi si chiede di offrire ai fedeli “una lettura sapienziale di quanto sta avvenendo”. Qual è la sua?
All’inizio di questa pandemia è esploso un potente anelito di trasformazione. Tutti ci aspettavamo che cambiasse qualcosa. Anche dentro di noi. In realtà era solo paura di essere impreparati al peggio. Trovo che non sia cambiato nulla. Eccetto la condizione economica di una parte di noi. Viviamo in un mondo che non si lascia trasformare dagli eventi. Nemmeno dai più tragici e funesti. Forse perché non siamo più controllati da energie interiori, ma da sistemi di potere altro. Probabilmente dai mostri della tecnica.

  • Vea ricambi Bellizzi

Lei oltre ad essere un sacerdote è anche l’organizzatore del Meeting del Mare, e questi erano i giorni dell’attesa. Il Sabato del Villaggio per il Meeting.
Non me ne parlare. Mi manca come se fosse aria per il fiato. La grande e meravigliosa fatica del concepimento, della preparazione. Le mille telefonate dei giovani artisti che imploravano un posto sul palco. L’organizzazione dell’accoglienza. Entusiasmo allo stato puro. Aspettiamo che si riaccenda.

Quest’evento oltre alla musica e all’arte, celebra l’incontro di suoni, volti, provenienze diverse. C’è un messaggio evangelico anche dietro l’evento del Meeting del Mare?
Il tema di questa edizione era Diversità, anzi è. Il Vangelo è stato il primo discorso sulla dignità dell’uomo, il primo trattato di diritti umani, il primo documento sul primato dell’amore e della libertà su ogni altra cosa. Un rovesciamento di valori, nel nome della difesa dei più deboli. L’annuncio della redenzione attraverso un sacrificio, rivolto a tutti, senza distinzione alcuna. Il meeting da sempre, in ogni sua fibra, è ispirato alla civiltà del Vangelo. Spesso non è così per certe organizzazioni di ispirazione cattolica.

Il contrario di incontro e lo scontro. Lo stesso che abbiamo visto accendersi quando è rientrata in Italia Silvia Romano, una ragazza di appena 25 anni. Le si attribuisce la colpa di non odiare i suoi carnefici, ma di averne abbracciato persino la fede. C’è chi è giunto a definirla terrorista. È allarmante questo clima d’odio.
La nostra Costituzione prevede il divieto assoluto di certi simboli e contenuti riferiti ad una cultura storica dell’odio. Questo perché la collettività deve essere continuamente educata a imprigionare gli istinti fratricidi, nel nome della pace sociale. L’avvento e l’ascesa di certi partiti di destra, marcatamente xenofobi, ha segnato in maniera violenta e preoccupante la liberazione e la legittimazione del magma emotivo che alimenta gli istinti peggiori delle nostre comunità. Anzi ne cavalca l’impeto. L’episodio di Silvia Romano è solo l’ultimo di una serie incontrollata di azioni delittuose contro la dignità della persona umana. I capi accendono la miccia e la platea reagisce, con tutta la volgarità che riempie il nostro stomaco affamato di vendette. Mai come in quest’ora confusa, c’è bisogno di far parlare la Costituzione, per arginare derive reazionarie che apertamente aggrediscono i vertici dello Stato e i garanti dei diritti. Mi preoccupa moltissimo il fascino e la suggestione che questo veleno esercita sui più giovani e su alcune categorie di cittadini, che hanno delicati compiti di tutela delle leggi. Mi sconcerta poi il fatto che le frange più estreme e agguerrite dell’intolleranza siano di matrice cattolica. Si tratta di lugubri travestimenti. Anime frustrate, camuffate da credenti.

Proprio su queste pagine abbiamo ospitato Yvan Sagnet, giovane camerunense promotore della rivolta contro il caporalato a Nardò in Puglia. Sagnet ci invitava, riprendendo le parole di Papa Francesco, a riconsiderare la dignità dell’uomo. Come possiamo dare il giusto valore a queste voci che sembrano essere isolate e solitarie? D’altronde il fenomeno del caporalato riguarda tutti.
Yvan è una voce splendida, in un oceano di silenzi e ipocrisia. Solo pochi giorni fa, la commozione di un ministro per aver toccato un interessante traguardo sociale, ha disturbato molta gente, con miserabili argomentazioni. Yvan è troppo solo. Hai ragione. Nel nostro paese c’è urgente bisogno di ritrovarci, chiesa, istituzioni, scuola, liberi cittadini, attorno a fermenti di vita e di progresso come la voce di Yvan. Finché penseremo che è inopportuno, impopolare e sconveniente per la nostra immagine o il consenso che tanto inseguiamo, continueremo a precipitare nel vortice di un populismo fatto di slogan fasulli e pericolosi, senza futuro e senza speranza.

©Riproduzione riservata

assicurazioni assitur