Monte Gelbison, nel Cilento il luogo di culto a due passi dal cielo

Infante viaggi

di Giangaetano Petrillo

Esiste un luogo nell’immenso territorio del Parco del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, in cui chiunque, residente o turista, lentamente può abbassare le proprie palpebre, rallentare il respiro e il proprio battito cardiaco, astrarsi dalla quotidianità pressante e incombente, e, letteralmente, lasciarsi trascinare da un turbinio di emozioni che è persino artificioso poter descrivere.

È il monte Gelbison, uno dei massicci più alti della regione Campania, dove ci si arrampica fino a 1,705 metri per arrivare al maestoso Santuario della Madonna del Monte, un complesso di edifici, quasi una cittadella, stagliata sulla vetta. Chi ha provato a passare una notte in un bivacco, chi ha osservato il cielo in una notte limpida in alta montagna, chi è riuscito ad allontanarsi sufficientemente dalle luci della città e dall’inquinamento luminoso, conosce i sentimenti che provoca la visione di un cielo stellato, e le riflessioni che ne derivano. Pensiamo allora a quali sentimenti doveva provare l’uomo medievale, per il quale tale visione era uno spettacolo quotidiano.

Luogo di culto e pellegrinaggio almeno dal Medioevo, venne strategicamente utilizzato anche dai Saraceni. Gelbison è infatti un nome d’origine araba, che significa Montagna dell’Idolo. Molto probabilmente la cristianizzazione, se non precedente alla breve presenza saracena, fu realizzata dai monaci basiliani intorno al X secolo. Nell’ 1100, con l’arrivo dei Normanni, venne abbandonato e successivamente affidato ai vescovi di Capaccio fino al 1323, quando fu donato ai monaci dell’ordine dei Celestini. Le montagne sono sempre state ritenute il luogo più adatto per l’incontro tra il divino e l’umano. Gli dei, per il mondo antico greco, hanno dimora sul monte Olimpo; Esiodo, il poeta greco cantore degli dei olimpici riceve l’ispirazione del divino canto mentre è al pascolo sulle pendici del monte Elicona; Mosè ascolta la voce di Dio nel pruno ardente sul monte Horeb e riceve le tavole della legge sul Sinai. Il Golgota stesso, con il sacrificio della croce ricorda al cristiano che Dio si è fatto uomo, è morto e risuscitato per salvare l’umanità.

Tuttora su molte cime, come la cima del Gelbison, si possono trovare segni e simboli di una religiosità che vede nella montagna, e in particolare nella vetta di una montagna, uno dei, tanti possibili luoghi sacri in cui la presenza del divino è più sentita che altrove; è infatti sufficiente raggiungere le principali cime per imbattersi in croci, statue o effigi di Cristo o della Madonna. Ancora oggi migliaia di pellegrini, provenienti anche dalla Lucania e dalla Calabria, raggiungono da Novi Velia la cima della montagna superando a piedi un dislivello di 1000 metri, mediante l’antico percorso lastricato che attraversa il bosco costituito da ontani, castagni e faggete, intonando preghiere e canti religiosi. Durante la salita ci si avvicina in alcuni tratti al torrente Torna, che regala suggestivi scorci con graziose cascatelle tra la vegetazione.

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La cittadella del Santuario è composta da tre alberghi, una canonica con foresteria, bar e ristorante, la Cappella di San Bartolomeo, la Cripta di San Nilo, un ampio piazzale lastricato, il tutto sormontato da una croce di acciaio alta ben 35 metri, illuminata di notte. La Chiesta, di stile barocco, è a tre navate, sostenuta da sei colonne di pietra locale con lesene perimetrali in peperino, arricchita da vetrate d’arte e pavimento in perlato. Custodisce nella nicchia il gruppo ligneo della Madonna Incoronata, avvolta in un bel manto azzurro stellato in oro, e dal Bambino che regge il mondo, tenuto col braccio sinistro dal lato del cuore, come nello stile bizantino.

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