Morigerati: tra vie istmiche, monaci basiliani e rito greco ortodosso

Infante viaggi

di Angelo Gentile

Per poter inquadrare l’orizzonte storico di Morigerati, atteso il quasi totale continuo silenzio delle fonti classiche, occorre rifarsi a tutto il Golfo di Policastro su cui il centro cilentano gravita sia geograficamente che storicamente. Orbita, infatti in quell’ambito vasto e vago che era la “chora” della città di Pyxous, già centro enotrio, poi ellenizzato. Morigerati è stata fondata lungo la cerniera tra il territorio dei lucani sontini e quella che poi diventerà la subcolonia Pyxous. Gli storici- geografi Plinio, Strabone, Dionigi d’Alicarnasso, Eratostene, Pomponio Mela e Cluverio scrivono di popolazioni enotrie in cui rientravano varie tribù quali i Pelasgi, gli Oenotri, gli Itali, i Morgeti, i Siculi, proprio nella fascia di pertinenza del suddetto territorio che veniva indicata come Lucania Tirrenica. Costoro enumerano tutte le cittadine rivierasche, non citando o ignorando l’interno: Poseidonia, Elea, Pyxus e Laos, tutti “Lucaniae loca”.

L’esistenza di una strada istmica in epoca greca, che metteva in comunicazione le poleis Pyxous sul mar Tirreno e Siris sul mar Ionio, è ipotizzata da moltissimi studiosi, ma anche da più reperti scoperti nella zona citata, per cui si può far risalire fino al 1200 a C la percorrenza, la frequentazione ed il controllo della via di comunicazione Golfo di Policastro- Golfo di Taranto, cioè ai traffici micenei. La posizione su questa via istmica, da e per la Sirtide, rendeva interessante la zona di Morigerati per le popolazioni lucane che l’hanno frequentata, inoltre il Bussento, in inverno, in situazioni climatiche avverse non era transitabile, mentre il Bussentino, o Rivo di Casaletto, proprio perché scorre tra pareti rocciose, in una stretta gola, era più facilmente valicabile con ponti di legno: le popolazioni della costa non ignoravano l’entroterra essendo zona obbligatoria di transito, come lo sarà per il periodo a venire fino al secolo scorso. La meta comune alle due direttrici era la Valle del Tanagro, abitata da genti pre-romane in centri importanti quali Sala e Lagonegro o in città-perno come Sontia. Non si dimentichi che il periplo dell’Italia meridionale era impossibile ai navigli greci nel periodo invernale dal mese di novembre fino a marzo e quindi per i traffici occorreva servirsi di sentieri terrestri, di punti attrezzati per le soste. Anche in epoca romana avverrà lo stesso, e la strada Annio-Popilia (da Capua a Reggio) privilegiava il percorso del Tanagro per aggirare il massiccio del Cilento, ma altre vie di comunicazione più semplici esistevano e collegavano il citato asse viario con le città e i “praedi” posti lungo i preesistenti itinerari. Che la zona di Morigerati fosse frequentata in epoca antica, è sottolineato già dall’Antonini nel 1745: parla di abbondanti resti di laterizi in più località e il sottoscritto ha potuto verificare la veridicità dell’affermazione e con la compagnia dell’allora sindaco Guido Florenzano  in veste di guida e con la compagnia di due esperti forestali fornitami dallo stesso, Mario Riccio e Tommaso Barra ( si rimanda per ogni particolare alla mia pubblicazione “Morigerati”, Palladio ed, Salerno 2001).

Si può considerare Morigerati, ricca di acque, boschi, pascoli e in splendida posizione strategica come di “servizio” alla città di Pyous, e prima ancora, frequentata da genti preelleniche. In epoca romana Silio Italico ricorda la partecipazione dei giovani bussentini, armati di spade a forma di falce e di nodose clavi di bosso, alla seconda guerra punica (219-202 a C); truppe sussidiarie senz’altro arruolate tra gli umili pastori della zona, non certo tra i marinai della costa. Del resto la prima colonia romana in Buxentum è del 197 a C, cioè in epoca successiva alla venuta di Annibale.

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Il territorio di Morigerati all’epoca della guerra gotica (VI sec d C.) cadde sotto l’attenzione dei monaci basiliani i quali, venuti al seguito delle truppe del generale Narsete, si fermarono riuscendo ad aggregare, in prossimità delle loro primordiali cappelle di legno o di eremitaggi, gli abitanti ( “aldiones” cioè semiliberi) dispersi dalle ripetute invasioni dei Goti di Alario, dei Vandali di Genserico, degli Ostrogoti di Teodorico, dei Franchi, degli Alemanni di Buccellino e dei Longobardi di Tatzone. La poca popolazione rimasta si aggrega non per atti particolari, ma perché la vita che conducevano questi monaci aveva carattere di sacralità. Altre immigrazioni di monaci del rito greco ortodosso si ebbero nel territorio in occasione delle lotte iconoclaste dell’VIII secolo: fino al Mille questi religiosi influenzarono non poco la vita di tutto il Basso Cilento. La loro presenza in Morigerati è attestata in epoca normanna dal Catalogus Baronum (1150-1168). Nel prezioso documento al numero 492 si precisa il numero dei militi che ciascun feudo deve fornire come tassa (adoa). Nel caso della nostra Morigerati, parte del suo territorio ricadeva sotto la sovranità dell’abate di Rofrano insieme al feudo di Caselle in Pittari. La Badia greca di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano esercitava la giurisdizione amministrativa e spirituale di un vasto territorio che arrivava sino ai confini di Policastro. La zona riportata nel Catalogus doveva riguardare il territorio intorno alla grotta di San Michele, bene in comune con Caselle, ove alcuni storici pensano sia vissuto, per qualche tempo, il grande San Nilo di Rossano. Il nome del casale è riportato come “Nechinarani”, forse perché lo scrivano curiale male intese e scrisse ciò che aveva capito. L’altra parte di Morigerati ricadeva, invece, sotto uno dei 44 piccoli feudi intorno alla città di Policastro e Roccagloriosa, purtroppo non menzionati, atteso che veniva registrato solo il centro abitato maggiore che in questo caso riporta 300 fuochi che non potevano certo abitare direttamente la città,  ma  anche i piccoli feudi intorno. A conferma di quanto sostenuto si leggano i Registri della Cancelleria Angioina che riportano (1278) il nome del casale Mugeralio, come feudo di Policastro: il casale era occupato da un certo Roberto de Loysio.  Altro documento che conferma questa tesi è il Codice Diplomatico Salernitano, che riporta, e siamo al 1230, “Muchrone” dovendo i suoi abitanti provvedere alle riparazioni e agli armamenti del castello di Policastro.

 Nell’elenco delle terre del Principato Citra, 1299, è riportato come “Mongeranum, sic Morigeratum”. Il “casalem” passò sotto i possedimenti del grande feudatario Tommaso Sanseverino, gratificato dal re per i servizi resigli durante la sanguinosa Guerra del Vespro (1282-1302). Costui non solo non si fa scrupolo di occupare terre dei monaci basiliani, ma le dà in suffeudo a nobili a lui fedeli del suo seguito, anche con accorta politica matrimoniale e così Morigerati viene in possesso alla facoltosa famiglia salernitana dei Comite nel 1391. Il paese è sempre stato poco abitato, sia per le difficoltà dei tempi, sia per le carestie, sia per le pestilenze. Nel 1320, infatti, ha solo 100 abitanti, nel 1445 questi salgono a 325. Il feudo passò, poi, con vendita del 1537 alla famiglia Di Stefano che lo tenne sino all’eversione feudale. La colonizzazione dei monaci greci è ancora oggi testimoniata dalla toponomastica: San Demetrio, San Michele, costa S. Angelo, ponte S. Biase, S. Francato o Brancato, S. Lucia, S. Saverio o Laverio, S. Sofia, S. Todaro, e S. Tore, vallone Monaco e grotta del Monacello, S. Menale, S. Rocco, S. Nicola, S. Teodoro, S. Barbara, S. Basilio, Sciarapotamo, strada dello Zierto, Cosce dello Zirze, Romanuro. Tanti, poi, i documenti da me rinvenuti che attestano l’esistenza del rito greco a Morigerati ben al di là degli altri paesi e ben oltre le imposizioni del Concilio di Trento e del vescovo Spinelli che proibì il rito greco ortodosso distruggendo tanti libri di questo culto. Il più vicino a noi è del 1709 il chierico Tommaso Carello sposato con Andreana Nicodemo e dimorante in Morigerati: i preti di rito ortodosso potevano contrarre matrimonio.

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