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Principato ed altro. Galato: su questo giornale “articolo confuso. Non fa che aumentare il bailamme”

di Redazione

Caro Direttore,
leggo con turbamento l’articolo relativo alle discussioni di questi giorni sulla nascita di nuove regioni o accorpamenti a vecchie regioni storiche. Devo dire che sono disorientato. L’articolo appare molto confuso e non fa che aumentare il bailamme sulle varie proposte sul tappeto.

Quella citazione finale, poi, sulla Legge 180 proprio non si capisce.
«Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione». (Franco Basaglia)

La cosiddetta “Legge Basaglia” (che non porta la firma dello stesso Basaglia) servì (tutti sappiamo) a mettere fine ad una situazione mostruosa che, oggi, noi dovremmo essere in grado di trasformare in una opportunità per malati e società. Non è che non si porta a termine quanto iniziato perché dietro ci sono grandi interessi più o meno nascosti? La discussione sarebbe lunga e la rimando ad altro momento.
Fu, comunque, una rivoluzione positiva che, purtroppo, non ha visto ancora il compimento.

Tornando al tema Campania/Cilento/Lucania, non trova, caro Direttore, che nell’articolo di cui sopra, si tenta di mischiare le carte per indurre nel lettore un senso di angoscia e disorientamento? “Che c’azzecca” (come direbbe qualcuno) il federalismo e la seccessione nazionali con l’aspirazione di un popolo ad autodeterminarsi sul proprio territorio?

Finalmente, spezzando quella “spirale del silenzio” che fino ad oggi ha circondato noi “lucani” e secondo la quale, dovendo vergognarci di essere “figli di briganti”, sarebbe stato meglio votarci al silenzio per coprire il gravoso peso delle nostre “colpe”,  nelle nostre terre si parla del nostro futuro.

E’, secondo me, una grande opportunità di crescita e di presa di coscienza delle nostre tradizioni, della nostra storia, della nostra cultura.

Nell’articolo, poi, quelli come me vengono indicati come “romantici”, manco fosse un peccato l’esserlo. Quelli come me rivendicano la volontà e la necessità di riunirsi sotto una casa comune con i “fratelli” lucani con cui sono convinti di condividere, da sempre, territorio, cultura, idioma, tradizioni, storia.
Se successivamente in Italia ci sarà, chi sa quando e come, una seccessione o soltanto una qualsiasi forma di federalismo, mi scusi, ma è tutta un’altra questione.

Spero che i mezzi di informazione attenti, qual è il Vostro vogliano portare avanti una informazione chiara, libera ed il più possibile obiettiva, affinché, come dicevo in un’altra lettera di qualche tempo fa, i cilentani possano decidere da soli il proprio avvenire e quello dei propri figli senza vedersi calate dall’alto decisioni prese lontano dai nostri monti e dalle nostre spiagge.
Raffaele Galato

Il giornale risponde

Caro Raffaele Galato

E’ sempre un piacere avere la possibilità di interloquire su questioni storiche e di attualità con chi, come lei, non risparmia contributi a questo quotidiano in termini di riflessioni e di informazioni. Rivolgendosi direttamente al sottoscritto mi corre l’obbligo di rispondere nonostante l’articolo da lei citato non porta la mia firma. E’ giusto comunque che lei lo faccia poichè il sottoscritto è responsabile delle pubblicazioni di questo giornale. Colgo quindi l’occasione per augurarmi innazitutto che la responsabile di cronaca politica di questo giornale, autrice dell’articolo,possa rispondere puntualmente sulle legittime sue segnalazioni. In secondo luogo non intendo sottrarmi dal merito dell’argomento. Sono tra quanti non si vergogna della storia dei briganti del Cilento e dei briganti in generale. Per convincimento culturale mi ritengo figlio di quella storia e figlio di questa terra considerando quel periodo storico un momento di forte rivendicazione identitaria che il Cilento farebbe bene a rispolverare e a riscoprire, proprio nell’intento di rafforzare un senso di appartenenza spesso svilito da nuove bandiere che di tanto in tanto campeggiano sulle nostre teste. Ho sempre considerato il progetto della grande Lucania un fatto di assoluta importanza storica e culturale ancorchè di opportunità o legittimo opportunismo economico per il nostro territorio. Guardo alla storia dell’Unità d’Italia con lo sguardo di chi non può e non vuole insabbiare il martirio, il sangue, la sofferenza e la lotta dei nostri eroi cilentani che avevano la cultura, il coraggio e la determinazione nel dire no a qualsivoglia processo di acculturazione, o meglio colonizzazione culturale, piombata dall’alto attraverso la forza del potere o della violenza. E’ però sulla base di quanto detto che non posso non considerare come ‘pruriti’ alcune campagne propagantistiche di questi tempi che, a mio modesto avviso, nulla hanno a che vedere con il valore antropologico e storico di un territorio e di una popolazione, come quella cilentana e lucana. Intendo inoltre sottolineare l’aspetto grottesco che viene inscenato da numerosi seguaci di estemporanee politiche, probabilmente neppure condivise nella profonda essenza dell’iniziativa ma che trova comunque interessamento perchè legata alla concezione leaderistica che imperversa in questo inizio di millennio e che determina un comportamento collettivo, che in alcuni casi noti psicologi definiscono da branco, che a mio avviso non rappresenta la migliore risposta alle emergenze di un territorio e alla sua necessità di darsi e ritrovare una identità.

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