Ora anche i cervi distruggono i raccolti, è allarme nel Parco: «Altro che paradiso Bamby, questo è inferno»

E’ allarme cervi. L’attenzione di sposta su di un altro animale selvaggio nel Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano. Dai cinghiali, ora, si passa ai cervi. Gli ungulati da mesi sono al centro di polemiche. Cittadini e agricoltori non ne possono più. Il cinghiale, da sempre considerato al contempo una preda ambita per la sua carne e un fiero avversario per la sua tenacia in combattimento, è un mammifero robusto che scava nei terreni, distrugge i raccolti, invade i paesi in cerca di cibo e ostacola la guida passeggiando lungo le strade del territorio. Qualche giorno fa a Casalvelino un’automobilista ne ha uccisi addirittura quattro, investendoli con la propria auto che ha riportato seri danni. C’è chi ha avviato una raccolta da consegnare all’ente Parco, chi invece imbraccia il fucile di notte ed esce all’esterno della propria abitazione in campagna per abbattere i capi che invadono i terreni privati. Il problema non è risolto, anzi. Ai cinghiali, adesso, come confermano molti contadini della zona, si aggiunge il problema dei cervi. Questi vanno ad attaccare soprattutto gli alberi da frutta. Staccano i rami e i germogli e bloccano la crescita e la produzione. Il disagio viene dall’entroterra, principalmente dai comuni di Roscigno, Corleto Monforte, Sacco, Laurino, Felitto e Aquara. Nel 2005 il Parco nazionale del Cilento introdusse 35 cervi femmine gravide, 2 maschi e 18 caprioli. Sul monte più alto della Campania, il Cervati, vengono spesso avvistati. Il suo nome, infatti, la dice lunga sulla questione. Il problema che si presenta nelle ultime settimane, però, è quello dell’avvicinamento ai centri abitati. A Valle dell’Angelo, il comandante della Forestale Ermenegildo Infante, parla addirittura di un «paradiso di Bamby». «Paradiso? Qua è un inferno», afferma un contadino. «Non bastavano i cinghiali – continua – ora si ci mettono anche i cervi. Cercheremo di raccogliere 5 mila firme per tutelare i nostri diritti». 

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