Padre Enzo Fortunato: «Al di là della fede, un uomo è tale quando rispetta l’altro»

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di Giangaetano Petrillo

Conosciuto sul piccolo schermo per aver avuto modo di entrare a far parte di alcuni programmi televisivi targati Rai, lui è Padre Enzo Fortunato ed è giornalista e direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, dove attualmente vive. Originario di Scala, «il borgo più antico della costiera amalfitana», come lui stesso ci precisa, si presenta con il tipico saluto francescano «pace e bene».

Padre Enzo, innanzitutto, come avete affrontando l’emergenza coronavirus?
La pandemia l’abbiamo vissuta da una parte con apprensione, dall’altra con serenità. Con apprensione perché tutto quello che stava accadendo, ed è accaduto, ha toccato le nostre comunità, le nostre famiglie, l’Italia intera, il mondo, anche per la situazione inaspettata. Dall’altra parte con la serenità di chi sa che la vita va affrontata nei suoi molteplici aspetti. Affidandoci a Dio con la preghiera che è stata la nostra bussola che ci permette di dare senso e significato a quello che viviamo. Abbiamo cercato, in questo periodo, di stare accanto a chi soffriva, con vicinanza, affetto e con una comunicazione più intensa e con la prossimità. Farsi prossimi verso gli altri, verso chi soffre.

Cosa le ha trasmesso l’immagine del Santo Padre in una piazza San Pietro vuota?
Una profonda comunione con il Papa, un Pontefice che ha voluto donare al suo pontificato i colori francescani. Quello che ha trasmesso è stato prendere coscienza della nostra fragilità, di quanto siamo fragili in questo mondo. Da una parte è emersa la solitudine bagnata dalla pioggia, dall’altra quella lucidità che ha permesso di dare orientamento a ciascuno di noi attraverso quel discorso che è stato uno dei più belli e profondi di tutto il Suo pontificato. Se penso a quella affermazione «pensavamo di essere sani in un mondo malato», capisco quanto il Santo Padre sia profondo nel reggere il peso del mondo. È un discorso che io invito a rileggere perché è un discorso anche orientativo nella denuncia dei mali del mondo, ma è indicativo anche della potenzialità che il mondo ha nel riformulare una nuova grammatica sociale, ambientale, di affetto.

Sappiamo quanto l’impegno contro le discriminazioni e le sopraffazioni dei tempi, stia caratterizzando il pontificato di Francesco. Durante questa pandemia ha più volte detto come non ci siano confini che possano dividere l’umanità.
Il Papa ha fatto comprendere come sia importante la triplice azione che ha dettato scegliendo il nome di Francesco. Il mondo ha bisogno di pace, di solidarietà e di rispetto del creato. Nel motivo della scelta del nome ci sono questi architravi portanti del pontificato e della stessa profezia di un mondo che è chiamato a impostarsi su questi tre aspetti. Il Papa ha capito che  l’individualismo e la cultura del nemico non portano da nessuna parte, se non porta all’autodistruzione, e allora la proposta, tutta francescana, è quella di un uomo che ha bisogno dell’altro. In questo c’è tutta la forza del Suo pontificato.

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Una delle immagini che ha segnato uno dei punti più bassi della nostra società, è stata la liberazione di Silvia Romano. Silvia è stata oltraggiata perché ha deciso di convertirsi all’Islam.
San Francesco con l’Oriente, con l’Islam ha aperto, fin dal suo viaggio nel 1219, le porte a comprendere che le religioni sono chiamate a portare amore. Ogni fede ha questo principio coagulante. Se noi smarriamo questo principio non possiamo definirci né credenti cristiani né credenti musulmani. L’incontro del 1986 voluto da Giovanni Paolo II, che portò ad un periodo di pace e soprattutto sminò le due grandi super potenze qui ad Assisi, dove si invocò la pace, penso sia il finale del nostro confronto tra le fedi. L’una accanto all’altra per dare senso e significato nel rispetto della diversità, nel rispetto delle provenienze, delle culture, nel rispetto delle peculiarità di ogni uomo. Al di là della fede, un uomo è tale quando rispetta l’altro. Altrimenti, faccio mie le parole di Primo Levi, «considerate se questo è un uomo».

Abbiamo tutti visto come la natura pare abbia respirato in questo periodo. Come se stesse attendendo il momento per riprendersi il proprio spazio sottrattole dall’uomo.
Francesco con il Cantico delle Creature, del 1223, ne è stato un precursore, un antesignano. Ci ha insegnato come la natura vada amata e rispettata, e come essa sia il riflesso di Dio. Ci accorgiamo come la natura se amata e rispettata essa ci restituisce tutta la sua bellezza. Questa tragicità che stiamo vivendo ci fa comprendere quali sono i nostri limiti e fino a che punto l’uomo si può spingere. Siamo tutti comunque impressionati da come la natura si è ripresa il suo spazio e dal tempo che ha impiegato per rimarginare le sue ferite. Questo ci fa capire il significato per cui Francesco la chiamava sorella e madre.

Molti parlano di un green new deal. Secondo lei da cosa bisognerebbe partire?
Inviterei a consultare quanto abbiamo proposto, insieme a Confindustria, all’Enel, a Novamont, nel manifesto di Assisi (https://www.symbola.net/wp-content/uploads/2020/01/210x297_manifesto_Symbola-NEW-3.pdf) in tempi non sospetti. Affrontare con coraggio la crisi climatica non è solo necessario ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia e la nostra società più a misura d’uomo e per questo più capaci di futuro.

L’altro giorno il New York Times ha dedicato la sua prima pagina ai nomi degli oltre 100.000 morti. Come la fede può alleviare la sofferenza del corpo e soprattutto sostenere chi prova a superarla?
Il dolore è una pagina inevitabile della nostra vita, solo il senso e il significato, che arrivano dalla spiritualità e dalla fede, possono aiutare ad affrontare questo momento. Ne ho testimonianza anch’io nei nostri due appuntamenti alle 8.25 di mattino con Buongiorno brava gente e 5 minuti con Maria, di sera, ci accorgiamo come la fede, che tutti davano per sorella minore, è diventata il fratello maggiore.

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