Paestum, l’importanza del Simposio attraverso le scene della Tomba del Tuffatore

di Giangaetano Petrillo

«È specchio il vino agli uomini. Vino, o fanciullo caro, e verità». Così scriveva Alceo nei suoi frammenti, un poeta greco antico, vissuto tra il VII e il VI secolo a.C. In numerosi film di storia o documentari sull’antica Roma, capita spesso di assistere a scene con sontuosi banchetti, dove il cibo abbonda e il vino scorre a fiumi. Anzi, basterebbe, appena l’emergenza pandemica ce lo consentirà nuovamente, visitare il Museo Nazionale di Paestum e poter apprezzare così la famosa Tomba del Tuffatore.

Noteremmo nelle raffigurazioni delle lastre in calcare locale, la rappresentazione di un simposio. In realtà questa raffigurazione è meno nota della scena molto più conosciuta del tuffo, che da persino il nome all’intero ciclo raffigurativo delle lastre tombali.  Siamo a Paestum, più precisamente a Poseidonia, intorno al 470-460 a.C., e alla morte di un personaggio importante della polis, vista la ricca raffigurazione della tomba, si decide di dipingere la raffigurazione di un simposio lungo le pareti calcaree interne del sepolcro del defunto.



Oltre alla scena principale del tuffo simbolico dal mondo della vita a quello dell’oltretomba, lungo i lati corrono le immagini del simposio, il momento nel quale, terminato di mangiare, ci si dedica alla musica, al canto, alla poesia e all’amore. Per comprendere il perché di queste immagini e della scelta di quest’elemento narrativo, bisogna andare ad analizzare proprio ciò che riguarda la funzione che la bevanda principale, in questo caso il vino, aveva presso gli antichi Greci. Intanto, la parola simposio deriva dal latino symposium, la quale trae origine dal greco sympòsion, composto dalle parole sym «con» e posis «bevanda».

Come anticipato, il vino era l’attore principale del simposio, e i Greci lo consideravano un dono divino, regalato da Dioniso agli umani per porre rimedio ai loro affanni, ne esaltavano i vantaggi e celebravano la felicità che il bere portava, sempre senza abbandonarsi all’eccesso. Se si pensa a quanto tutt’oggi avviene nelle diverse cerimonie alle quali si partecipa, s’intuisce quanto questa usanza provenga da società antichissime. Ma con le dovute distinzioni.

Il Simposio infatti, non va confuso come motivo di rimpatriata tra amici, come spesso capita di fare oggi, ma come particolare momento della vita sociale della Grecia antica, dove un gruppo di cittadini, maschi, che condividevano gli stessi interessi, la stessa condizione sociale e le stesse idee, si incontravano per discutere di politica, arte, filosofia, ma anche di argomenti che oggi si definiscono «leggeri», e anche per sviluppare nuovi programmi e aspirazioni; anche d’interesse collettivo, se a riunirsi erano i personaggi più illustri della polis. Il tutto seguiva un vero e proprio rito, scandito da atti programmati in anticipo con una forte dimensione religiosa, oltre che relazionale e culturale. Un rito durante il quale il vino non era solo la bevanda che procurava sollievo agli uomini, ma un mezzo attraverso il quale l’uomo entrava in contatto con gli Dei.

«I partecipanti felici – recita una elegia del poeta e filosofo greco Senofane – devono per prima cosa celebrare il dio con racconti pii e parole pure, facendo libagioni e pregando di poter tenere un giusto comportamento». In questa elegia viene descritto come doveva svolgersi il simposio ideale. Infatti non c’era un simposio che non prevedesse un altare e una libagione, un’offerta sacrificale di sostante liquide come il vino, l’acqua, il miele, il latte, versato sull’altare o sotto l’altare. Il luogo in cui si svolgeva il simposio e il motivo per il quale era stato organizzato, veniva indicato nell’invito ai partecipanti che costituiva il primo passo della cerimonia. Tutta questa cerimonia, oltre ad esserci giunta per mezzo di pitture molto spesso vascolari che mostrano come doveva presentarsi una comune scena di simposio, ci viene tramandata da diversi scritti di poeti e filosofi dell’antica Grecia.

Il simposio di Platone, per esempio, si svolse a casa del giovane poeta Agatone, per festeggiare la sua vittoria alle Grandi Dionisie, le celebrazioni dedicate al dio Dioniso durante le quali venivano messe in scena rappresentazioni teatrali comiche o tragiche. Giunti sul luogo stabilito, gli invitati venivano accompagnati nel triclinio, un apposito locale dove venivano fatti accomodare su dei letti, sui quali trovavano posto tre persone, di qui il nome triclinio che dal letto passo a poi a dare il nome alla camera da pranzo. È risaputo che gli Ateniesi non mangiassero seduti, ma stesi e adagiati sul lato sinistro del copro, come ben si nota nelle pitture della Tomba del Tuffatore, così da rivolgere lo sguardo verso il centro della sala, cosicché tutti potessero guardarsi durante la conversazione. Il gomito sinistro era appoggiato su un cuscino con la mano che reggeva il piatto, mentre la destra era usata per prendere le pietanze che venivano disposte su di un tavolo posto davanti a ciascun ospite o al centro della sala. Un’usanza che in realtà greca non era.

Sembra infatti essere stata ereditata dai Greci dall’Oriente. Secoli prima infatti gli Assiri e ancora prima i Sumeri avevano questa abitudine, testimoniata dalle incisioni pervenute che raffigurano ricchi e sontuosi banchetti allestiti solitamente per celebrare la vittoria in una battaglia o per inaugurare la fondazione di una nuova città. Giunti tutti gli ospiti si dava inizio al banchetto la cui organizzazione e regolare svolgimento era affidata al simposiarca, responsabile del buon andamento della cerimonia. A lui era affidato anche il compito di organizzare i giochi e i divertimenti della serata e, compito ancor più delicato, fissare il numero delle coppe di vino per ciascun ospite e le proporzioni della mescolanza tra vino e acqua. Dopo la cena iniziava la conversazione, un vero e proprio dibattito che aveva per oggetto un tema ben preciso che veniva deciso in precedenza. Poteva spaziare dall’amore alla politica, ma seguiva regole ben precise e minuziose che dovevano essere rigorosamente rispettate.

Gli invitati prendevano la parola a turno, mentre gli altri ascoltavano in attesa di prendere la parola. Durante il dibattito veniva versato il vino, che intanto era stato mescolato con acqua e altre varie spezie, e iniziava il simposio propriamente detto. Si accendevano le lucerne, poi gli ospiti venivano invitati intorno al cratere, il recipiente dove il vino veniva mescolato con l’acqua, dove la proporzione ideale prevedeva due misure di acqua e una di vino, come dimostra questo passo di Anacreonte in Ateneo «Portami un orcio ragazzo, che io beva d’un sol fiato o, mescimi dieci misure d’acqua e cinque di vino, perché io possa di nuovo celebrare Dioniso senza violenza. Non abbandoniamoci più tra gli urli e il tumulto, come gli Sciti, ma beviamo saggiamente fra bei canti».

I Greci deploravano l’ubriachezza, la consideravano non degna di un uomo civilizzato, evitarne le conseguenze negative era fondamentale. Ricorda Senofane nel suo simposio ideale che «è bene bere solo fino a quando si riesca a rientrare a casa soli, a meno che non si sia molto vecchi». Solo i barbari considerati incivili per definizione, bevevano fino a ubriacarsi, di qui l’espressione denigratoria «bere come gli Sciti», appunto, come dei barbari. Nelle sue «Leggi» Platone prevede il divieto di bere fino ai diciotto anni, mentre dai diciotto fino ai trentuno lo ammette, ma con moderazione. Solo a partire dai quarant’anni il vino può essere consentito perché «necessario all’uomo maturo», perché «serve ad ammorbidire l’anima indurita» dalla vecchiaia.



Tra l’altro il vino puro era molto alcolico nell’antica Grecia a causa della vendemmia tardiva e portava facilmente all’ubriachezza. Soltanto il dio poteva bere il vino puro. Emblematico a tale proposito è il racconto di Polifemo, simbolo stesso dell’inciviltà. Ulisse offre al mostro un vino speciale, nero, molto alcolico che gli era stato raccomandato di bere solo mescolandone una porzione con venti porzioni di acqua. Ulisse lo offre al Ciclope puro, provocandogli uno stato di ubriachezza tale  da farlo cadere in un sonno profondo che permetterà a Ulisse e ai suoi compagni di fuggire senza problemi. «E s’arrovesciò cadendo supino e di colpo giacque, piegando il grosso collo di lato; lo vinse il sonno che tutto doma e dalla gola il vino gli usciva e pezzi di carne umana vomitava ubriaco». In questi versi Omero descrive gli effetti negativi del vino che il Ciclope, al contrario di Ulisse, non conosce e quindi è costretto a subire le conseguenze della sua ignoranza. Plutarco, in «Vita di Licurgo» ci narra che durante il periodo del mitico legislatore di Sparta, gli Iloti, gli appartenenti alla classe più bassa della popolazione spartana, erano obbligati a bere vino fino a ubriacarsi e poi a esibirsi in spettacoli osceni e umilianti  affinché i giovani guardassero con i propri occhi gli effetti negativi che un eccesso nel bere avrebbe potuto provocare.

Il vino  strumento di «distinzione sociale» dunque e di «esclusione sociale» anche. Sono molti gli studiosi che vedono in queste usanze anche uno strumento pedagogico, un deterrente per i giovani verso il consumo incontrollato del vino. Uno strumento educativo, in altre parole. Il rapporto uno su due non era obbligatorio,  le dosi precise non erano state stabilite  dal Dio,  né erano state  regolate da qualche norma giuridica. Si trattava di regole sociali, in base alle quali era il simposiarca a stabilire la proporzione giusta sulla base  del livello di ebrezza che gli stessi convitati desideravano raggiungere, sempre in ottemperanza a quell’ideale di misura e di equilibrio che era alla base dell’educazione dei Greci. Un limite che, presumibilmente, nella pratica, veniva superato, poiché neanche i Greci erano perfetti del resto. Perfino una divinità poteva perdere il controllo. Ce lo ricorda Platone nel suo Simposio, quando attraverso le parole di Socrate, rivela che dall’unione di Penìa, la Povertà, con Poro, l’Espediente, era nato Eros, l’Amore. Egli narra di un banchetto tenuto sull’Olimpo per festeggiare la nascita di Afrodite al quale era presente anche Poro, mentre Penìa se ne stava sulla porta a mendicare.



Durante la festa, Poro esagera nel bere, alza troppo il gomito, ed è costretto a uscire perché ha bisogno di aria, e una volta fuori si lascia andare al sonno. La Povertà, certa che un figlio nato dall’Espediente avrebbe potuto portare giovamento alla sua misera condizione, approfitta dello stato di incoscienza in cui si trova il più furbo degli Dei, per sedurlo. Da questa unione era nato Eros, l’Amore. Questo episodio rivela, tra l’altro, che l’ eccesso nel bere era considerato dai Greci un segno di debolezza, assolutamente inconcepibile per un cittadino in quanto andava a minare quell’equilibrio, quel senso della misura che erano per il popolo greco ideali da perseguire e che lo distinguevano da tutti gli altri considerati inferiori. Un altro aspetto importante del simposio era lo stretto legame esistente tra il vino e l’eros. Al simposio non era ammessa la presenza delle donne. Le uniche donne ammesse alla cerimonia erano le etere, prostitute  spesso «addestrate» a partecipare a questo tipo di eventi, nonché danzatrici e autiste che rallegravano il simposio con le loro arti. 

Tra i partecipanti vi erano anche i «paides kaloi», i bei ragazzi che, come sappiamo, i Greci corteggiavano e amavano. C’era un gioco, in particolare, che era molto diffuso e che rivela la natura anche erotica del simposio, il cottabo. In una delle lastre della Tomba conservata a Paestum, viene rappresentata una tipica scena di questo gioco molto in voga tra i Greci. Kottabos significa bicchiere vuoto oppure coppa vuota, gioco ampiamente diffuso nel mondo greco antico,  ed era uno degli intrattenimenti ludici e meno intellettuali dei simposi. La popolarità del gioco, diffuso dal VI al III secolo a.C., è testimoniata dalle raffigurazioni su vasi antichi, dalle citazioni negli autori classici, e dalle pitture conservate sulle lastre della Tomba del Tuffatore. Il gioco consisteva nel lanciare il vino rimasto nel fondo della coppa, verso un bersaglio in bilico, solitamente barchette galleggianti in un piccolo specchio d’acqua che il lancio doveva far affondare. Prima di effettuare il lancio, il giocatore dedicava l’impresa a una delle donne o a uno dei ragazzi presenti in sala, con una frase che esprimeva una dichiarazione d’amore, con ogni probabilità valida solo per quella sera, «Questo lancio è per te!».



In un’altra delle lastre presenti a Paestum della Tomba del Tuffatore, vengono raffigurati due ospiti che, posate le coppe su un basso tavolino, indugiano in gesti di affetto omosessuale sotto lo sguardo incuriosito di un terzo. Insomma durante la serata si sperimentavano i diversi piaceri della vita come il bere insieme, l’eros, il cibo, il gioco, imparando quel  senso della misura e dell’equilibrio che costituiva il  vero ideale  del popolo greco e la mescolanza  del vino  con l’acqua ne costituiva lo strumento simbolico. Quello che insegna questa teoria figurativa che 2.500 anni fa gli abitanti di Paestum decisero di dipingere per accompagnare nel regno dei morti un loro illustre defunto, è che anche attraverso l’estati provocata dalla musica e dall’eros, l’uomo può arrivare a più profonde forme di conoscenza e passare a una vita nuova, diversa, forse migliore. Ed è del tutto evidente il simbolismo legato al trapasso, di chi lanciandosi dalla vita terrena si tuffa nelle acque dell’oltretomba.

©Riproduzione riservata