Parco di Paestum e Velia, l’intervista a Zuchtriegel: «Condividiamo bellezza»

Infante viaggi

di Giangaetano Petrillo

Direttore Zuchtriegel, a causa dell’emergenza Covid-19 momentaneamente il parco archeologico di Paestum e Velia è chiuso. Come state gestendo l’emergenza?
Abbiamo un presidio di vigilanza in regime di emergenza, con alcuni colleghi che vigilano sul patrimonio notte e giorno; tutti gli altri lavorano da casa e chi non ha mansioni che si possono svolgere da casa, usa il tempo per partecipare a una serie di corsi formativi che ci siamo inventati e che spaziano dall’archeologia di Velia e Paestum alla fruizione accessibile del patrimonio e alla comunicazione.

La stagione turistica è a forte rischio. Che impatto avrà sull’economia e come, secondo lei, si potrà ripartire appena l’emergenza sarà superata?
L’impatto sarà sicuramente forte, e bisogna cominciare già adesso a lavorare su strategie di rilancio. Ma può essere anche un’opportunità per puntare a un sistema turistico più sostenibile e qualitativamente più forte nel futuro.

Quali sono le vostre preoccupazioni?
I miei pensieri sono con chi è ammalato o ha cari ammalati, ma anche con chi sta vivendo le restrizioni con disagio, per esempio perché vive in una situazione di violenza domestica o disagio sociale. Sono anche preoccupato per imprese e piccole attività nel territorio che devono fronteggiare questa crisi. Ma vedo anche molto coraggio e spirito di collaborazione, e questo è incoraggiante.

Paestum è stato tra i primi siti ad aderire alla campagna del Mibact #iorestoacasa, caricando quotidianamente sulle proprie pagine social dei “bollettini” dove stesso lei, direttore, racconta “alcune pillole di archeologia”. Questo tempo può consentirci di comprendere il giusto utilizzo della tecnologia realmente al servizio dell’uomo.
Esatto. È il tempo per condividere conoscenza, bellezza, storia, inclusione e anche qualche pensiero critico e qualche scherzo per tirarci su, perché no. Non è il tempo per condividere odio, disprezzo, esclusione, diffamazioni, disinformazione e complottismi insensati. E spero che anche dopo l’emergenza continueremo a fare un uso della rete più responsabile e in un qualche modo più umano.

Molti associano questa emergenza ad una guerra. Da archeologo che vive quotidianamente a contatto con civiltà che ci hanno preceduto e che hanno aiutato a formare la civiltà in cui viviamo e di cui facciamo parte, quale insegnamento possiamo trarre da questi momenti di crisi.
Dal punto di vista dell’archeologia, che è storia in grandi linee, il pericolo che corriamo come collettività in una crisi è proporzionale alla complessità tecnologica e logistica che noi stessi abbiamo creato, e questo ci dovrebbe far riflettere. Tuttavia, c’è un dato positivo, ovvero che è una guerra contro un virus, il che ci risparmia uno dei sacrifici più dolorosi di una guerra, cioè quello di combattere, forse uccidere, altri esseri umani. Dobbiamo essere uniti e compatti come in una guerra, senza escludere nessuno.

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Il Museo stava ospitando dal 4 Ottobre, prevista fino al 3 Maggio, la mostra Poseidonia-Città d’Acqua, sul tema attuale dei cambiamenti climatici. Abbiamo visto come queste limitazioni abbiano provocato un calo dell’inquinamento climatico nelle grandi città.
Sarà un’occasione unica per ripensare comportamenti e meccanismi di consumo, di produzione e di mobilità che contribuiscono alla crisi climatica e al riscaldamento globale, e di raggiungere un traguardo importante. Se però tutto torna come prima, temo che andremo incontro a un disastro molto più spaventoso della pandemia, con milioni di vite a rischio.

Dal 2015 è direttore del Parco Archeologico di Paestum, al quale è stato accorpato ultimamente il sito di Velia. Un bilancio di questi primi 5 anni.
I risultati del lavoro degli ultimi cinque anni si vedono anche adesso, forse più che mai. Le persone che ci seguono, che ci scrivono e ci incoraggiano da tutto il mondo; una squadra motivata che affronta questa situazione con ammirevole responsabilità e senso del dovere; le autorità e le imprese che sono al nostro fianco anche in questo frangente, il Ministero che ci sostiene, i colleghi da tutto il mondo che ci esprimono solidarietà, come gli amici del Museo di Chengdu in Cina, dove è stata riaperta la mostra “Paestum – città del Mediterraneo antico”. Insomma, i veri amici si riconoscono nei momenti difficili, e ci siamo resi conto che negli ultimi anni abbiamo tessuto una rete di relazioni che ora è vitale e lo sarà anche per il rilancio.

Paestum e Velia possono essere due siti protagonisti di un’esperienza di gestione integrata di un parco archeologico. Ha avuto già modo di pianificare degli interventi in questa direzione?
La visione è quella di un’integrazione vera, dove Velia e Paestum diventino parte di un’unica esperienza, una specie di Parco archeologico del Cilento che apre le porte su un territorio estremamente ricco di cultura, storia, tradizioni. Stiamo lavorando in questa direzione, e spero che l’iter burocratico per l’integrazione di Velia, momentaneamente sospeso, si possa concludere al più presto, anche se ora come ora siamo tutti impegnati a gestire l’emergenza.

Seppure considerata la città meglio conservata della Magna Grecia, Paestum è ancora in gran parte sconosciuta e, infatti, molte sono le attività di scavo che state portando avanti. Come stanno procedendo?
È un periodo eccitante per la ricerca. Grazie alle analisi multispettrali sulle metope dal santuario di Hera alla foce del Sele, ora abbiamo un’idea più chiara del primo tempio della dea, uno dei più antichi templi dorici in pietra del mondo greco. Al tempo stesso, il nostro progetto europeo di manutenzione e restauro delle mura ha portato alla luce un nuovo tempio dorico, finora sconosciuto, databile al V sec. a.C. Lo scavo, momentaneamente sospeso per via dell’emergenza, è appena iniziato, e abbiamo già una mole impressionante di dati: più di 230 frammenti dal colonnato, dal fregio e dal tetto. Si tratta di un edificio alquanto singolare: un piccolo tempio che però ha la forma di un periptero, ovvero un tempio completamente circondato da colonne, una tipologia di solito riservato ai grandi templi come quello di Nettuno a Paestum. Qui invece stiamo parlando di un tempietto di 4 x 7 colonne, un formato finora mai riscontrato in questo orizzonte. Non posso immaginare l’emozione di Mario Napoli nel momento della scoperta della Tomba del Tuffatore, ma per me il tempietto delle mura è un po’ una scoperta di un genere che inaspettatamente apre nuove prospettive e ci fa ripensare tutta una serie di concetti. Adesso siamo ansiosi di riprendere le indagini per saperne di più. Poi ci sono anche molti altri cantieri, in parte nostri, in parte in concessione a università italiane e straniere. Paestum e Velia devono essere luoghi vivi della ricerca che va condivisa con il pubblico; è il cuore della nostra attività. Un parco archeologico che non fa ricerca sarebbe una cosa morta.

Avete in serbo qualche nuova iniziativa, appena superata l’emergenza?
Stiamo lavorando su vari progetti, ma per scaramanzia lo facciamo senza prevedere scadenze e tempistiche fisse; per ora la priorità è superare l’emergenza tutelando al massimo le persone e il patrimonio, uscirne sani e salvi. In questi tempi, anche il normale diventa speciale. Immaginare di vedere un solo visitatore, una sola famiglia tornare nel parco archeologico, già mi riempie di un’emozione superiore a tutti i progetti nel cassettone.

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