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Rischia di non nascere, viene alla luce di 730 grammi e dopo 7 mesi torna a casa: la storia di Brian

di Pasquale Sorrentino

Leggero come la piuma, forte come un guerriero. Veloce nel voler venire al mondo, tenace nel volerlo vivere questo mondo. Questa è la storia di Brian Antonio, un destino scritto nei nomi. Questa è la storia di Rosa, giovane mamma di 24 anni e di Rosa e del suo compagno Gennaro. Questa è una storia con il lieto fine. Brian è il nome del protagonista di Fast and Furious, il film hollywoodiano sulle corse ad alta velocità. È il nome scelto da Gennaro per il piccolo in arrivo. Forse, lui, il piccolo, lo sente suo quel nome e accelera, vuole venire alla luce prima del tempo. Vorrà farlo e ci riuscirà. Rischiando. È una gravidanza difficile quella di Rosa. Alla quinta settimana la prima minaccia di aborto. Neanche al quarto mese ecco ulteriori problemi. Il distacco quasi completo della placenta, è il 14 novembre e Brian sembra dover terminare ben prima la sua meravigliosa corsa. Trascorre una settimana e si rischia la morte intrauterina del piccolo. Rosa riposa, prende farmaci, viene curata dal dottore Francesco de Laurentiis, ginecologo del “Luigi Curto” di Polla.

A dicembre è necessario il ricovero. Una settimana in reparto, Rosa ha le contrazioni e ma non se ne accorge. Non erano dolorose e solo i test le fanno notare. La situazione è critica per il piccolo in grembo. Si decide per il trasferimento al Policlinico di Napoli. Si avvia una cura per il blocco di contrazioni e cercare di posticipare il parto. Rosa è sola nell’ospedale di Napoli, il compagno non può andare per motivi di Covid. Rosa ha paura, teme per il suo primo piccolo in arrivo. E a dir la verità rischia anche la sua di vita. I medici e il personale ospedaliero lo sanno e glielo dicono. Rosa ha paura. Tanta. Ma ha anche coraggio. Di più della paura. La forza gli arriva da Brian. Da Gennaro. Dal cuoricino che le batte nel ventre. Ma i medici, quasi tutti, non danno scampo al piccolo. L’amniocentesi fa emergere anche un’anomalia nel cromosoma. Non tutti incoraggiano Rosa, qualcuno le dice di non combattere. Non la pensa così de Laurentiis. Sa che la terapia è quella giusta. Qualcuno ha poche speranze anche per Rosa. “Rischi di morire”.

La tristezza, la solitudine, la paura avvolgono Rosa. La mamma ha un dubbio, un’ombra, poi sente un calcio nel ventre e capisce che loro due, Rosa e Brian insieme potranno fare grandi cose. Nella sua stanza una figura di Sant’Antonio, lei non crede. Tuttavia quella figura le fa compagnia. Le dà coraggio. Antonio, il secondo nome di Brian, sarà scelto in quel momento. L’anno 2020 sta per finire, la pandemia lo ha reso nefasto. Rosa lo saluta, quell’anno, con il timore di attendere cosa accadrà nel nuovo. Ma anche speranza. È il 3 gennaio. Brian Antonio dà l’accelerata decisa, è il suo giorno. I medici il giorno prima dicono a Rosa che dovrebbe pesare 500 grammi. Mezzo chilo di vita. Brian viene al mondo dopo 13 ore di travaglio, pesa duecentotrenta grammi di più. È quasi un sollievo per Rosa. Brian è un petalo di 730 grammi, lungo 30 centimetri. Una piuma. Ma anche un guerriero. E deve ancora combattere. Ora tocca solo a lui. La mamma è salva. Il piccolo viene ricoverato, ha una perforazione dell’esofago. Il 6 gennaio va al Santobono di Napoli. Lì lo veglia un angelo che si chiama Pasquale Esposito, figura fondamentale della terapia intensiva neonatale. Per più di una volta, tempestivo nel capire il problema, arriva e aiuta il guerriero nella sua battaglia per vita. Sei mesi dopo quella battaglia la vince. Dopo oltre sei mesi lui, un bambino di quasi cinque chili, e la mamma possono tornare a casa. Possono essere accolti da Gennaro. Possono vivere sorridendo.

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