Esplosivi divertimenti scolastici

di Roberto De Luca

Può accadere che, un sabato mattina di una fredda giornata invernale un papà vada ad accompagnare la figlia a scuola. Può capitare anche di vedere in un angolo dell’edificio scolastico, all’entrata, vicino alle scale, delle mattonelle forate da evidenti esplosioni di petardi. E che petardi! Se queste piccole bombe riescono a bucare le mattonelle e a lasciare i caratteristici segni grigiastri dell’esplosione sul muro, saranno ordigni di tutto rispetto. Complimenti allora a chi si dedica a questi esplosivi divertimenti davanti alla scuola. Il danno arrecato, tuttavia, non è tanto da indentificare con le mattonelle rotte o il muro annerito, ma con la violazione del luogo dove è stato fatto lo sfregio, cioè (badate bene!) la rampa attigua alle scale di un plesso scolastico.  

Ora, non per fare il saccente o il moralista, ma se una collettività incomincia a vedere spuntare svastiche sui cartelli stradali, nota che il Parco di Silla viene vandalizzato a più riprese, che appaiono immagini falliche sugli edifici pubblici, che bottiglie di vetro di bevande alcoliche spuntano come funghi la domenica mattina, e che le scuole, luogo simbolo della cultura, vengono prese di mira con questi “esplosivi divertimenti” e con altri mezzi, allora qualcosa davvero non va. Ma, se permettete, avendo vissuto e penato non poco in questa collettività, azzardo la mia modestissima analisi sociologica.

La famiglia spero non me ne voglia, se parlo ancora una volta del frutto dell’ingegno di un nostro conterraneo, l’arch. Ottavio Di Brizzi. Ragazzo di belle speranze, da adulto architetto d’ingegno e fine politico locale. Avrebbe probabilmente avuto meritato accesso ai banchi del Parlamento se la “nera signora” non lo avesse prematuramente allontanato dai suoi cari e dai suoi amici, ancorché avversari politici. Il segno della sua opera è ancora presente: un meccanismo abbastanza complesso che faceva girare delle lamine circolari concentriche a significare la rotazione terrestre; una forma stilizzata di soldato; il tutto montato sul “Sasso sano”. Solo quest’ultimo grande masso oggi resta a testimonianza dell’intera opera ai margini della piazza di Silla. La parte rimanente dell’opera giace in un angolo di quella che fu l’”università di Sassano” e quella che è (o che sarà) lo “sportello ambiente e salute” – vedi foto. Ricordo ancora i titoloni dei giornali sulla cosiddetta università di Sassano: era forse tutto un bluff, una manovra diversiva per buttare fumo negli occhi, per spendere, nello stesso tempo, soldi pubblici, oppure vera intenzione di crescita culturale? Non lo sapremo mai, perché l’adulazione del potente (passato, presente e futuro) sembra essere l’unica forma di comunicazione conosciuta in questo momento nelle nostre terre. E forse nemmeno lo scibile infuso da cotanta struttura sarà in grado di rimettere a girare quelle lamine. Si tratterebbe di recuperare il progetto originario, di restaurare l’opera e di collocarla, infine, in un luogo degno. Saremo in grado di fare ciò? Ecco, simbolicamente, il valore dell’opera: una singola persona l’ha concepita, l’ha messa insieme e infine l’ha fatta funzionare alla perfezione. Come collettività non sappiamo fare altro che esporre un pezzo del mondo minerale.

Ora, mi chiederete, cosa c’entra tutto ciò con l’esplosione notturna di ordigni non proprio leggeri vicino ai muri della scuola? Per anni, chi vi scrive, ha cercato di fare intendere che bisognerebbe valorizzare di più gli aspetti immateriali del vivere sociale nel nostro territorio: la natura e la cultura, per usare uno slogan in voga alcuni anni fa. La natura è un bene imprescindibile per la nostra vallata. Dal punto di vista economico potrebbe essere l’aspetto più indicativo e caratterizzante del Vallo di Diano nel prossimo futuro. La cultura locale è un aspetto non secondario. Già nel recente passato vi sono stati personaggi che hanno rischiarato la strada nelle attività culturali e ancora oggi, per fortuna, non mancano illuminanti fari che potrebbero indicare un percorso di vita collettiva armoniosa, dignitosa e rispettosa dei luoghi e delle tradizioni. Oggi, tuttavia, dopo un ventennio di martellante propaganda di uno stile di vita opposto a quello sobrio della cultura contadina (che, badate bene, non vuol dire incultura), si sono praticamente sovvertiti i valori fondanti della nostra collettività. La trascuratezza locale, poi, nei confronti delle opere d’ingegno e delle espressioni culturali, non solo di quelle banalmente ossequiose del potente che elargisce la pecunia, ha fatto il resto. Così si ritrovano forze culturali di tutto riguardo che lottano battaglie di avanguardia (che altrove sarebbero solo delle legittime istanze di rispetto delle regole) nel deserto di idee del pantano dell’etica corrente, per la quale l’omertà è una virtù e la denuncia dei reati un’infamia. Per questa etica falsata si sopportano situazioni insostenibili che sfociano, a volte, in drammatici eventi che possono colpire chiunque.

Su queste ultimissime esplosioni “scolastiche” non troverete alcun riferimento in altri luoghi, perché queste cose, quando possono essere sottaciute, vengono sottaciute, a meno che non diventino occasione per un’ennesima passerella mediatica. Se vogliamo invertire la rotta, invece, dobbiamo prestare attenzione a ogni singolo evento, a ogni segnale che ci proviene dal disagio giovanile. Il bollare come “ragazzata” un’insegna infamante non solo significa relegare la questione in ambito meramente didattico, ma fa assumere alla vicenda contorni ancora più inquietanti, che esulano dal disagio giovanile e investono le responsabilità di noi adulti. Non credo, tuttavia, alla versione ufficiale della connotazione dell’atto e non solo per spirito polemico. Sono portato a pensare, invece, che esista un disagio palese, che si manifesta con atti vandalici a danno degli edifici pubblici (a Sassano come a Sala Consilina) e con la manifestazione impropria di un rigetto di quello che “dovrebbe essere” il minimo comun denominatore culturale non solo del paese, ma dell’intera Nazione. Il mancato trasferimento di questi valori minimi e la distrazione eccessiva della pubblica amministrazione nei confronti dei beni ambientali e dei simboli della cultura locale accentuano il divario che si sta creando tra la vita “ufficiale” dei nostri giovani (quella svolta nei banchi di scuola, per intenderci) e quella serale o notturna, menata ai margini di un edificio che, evidentemente, per alcuni non rappresenta più l’emblema della società sana o l’inviolabile luogo della trasmissione del sapere. Nessuno ha la ricetta in tasca, ma occultare questi problemi potrebbe essere il solito tentativo di nascondere la polvere sotto il tappeto. Altro che attacchi, altro che critiche; qui c’è da portare avanti, ognuno con i suoi mezzi, un’opera di ricostruzione del senso civico. Per quanto riguarda le ultime esercitazioni militaresche, tuttavia, vi è bisogno di intervenire, qui e adesso, prima che esse sfocino nella tragedia. Per il resto ci sarà tempo di discutere, se si avrà la compiacenza di non sottrarsi a quelle rare occasioni di confronto pubblico.

Può accadere che, un sabato mattina di una fredda giornata invernale un papà vada ad accompagnare la figlia a scuola. Può capitare anche di vedere in un angolo dell’edificio scolastico, all’entrata, vicino alle scale, delle mattonelle forate da evidenti esplosioni di petardi. E che petardi! Se queste piccole bombe riescono a bucare le mattonelle e a lasciare i caratteristici segni grigiastri dell’esplosione sul muro, saranno ordigni di tutto rispetto. Complimenti allora a chi si dedica a questi esplosivi divertimenti davanti alla scuola. Il danno arrecato, tuttavia, non è tanto da indentificare con le mattonelle rotte o il muro annerito, ma con la violazione del luogo dove è stato fatto lo sfregio, cioè (badate bene!) la rampa attigua alle scale di un plesso scolastico.  

Ora, non per fare il saccente o il moralista, ma se una collettività incomincia a vedere spuntare svastiche sui cartelli stradali, nota che il Parco di Silla viene vandalizzato a più riprese, che appaiono immagini falliche sugli edifici pubblici, che bottiglie di vetro di bevande alcoliche spuntano come funghi la domenica mattina, e che le scuole, luogo simbolo della cultura, vengono prese di mira con questi “esplosivi divertimenti” e con altri mezzi, allora qualcosa davvero non va. Ma, se permettete, avendo vissuto e penato non poco in questa collettività, azzardo la mia modestissima analisi sociologica.

La famiglia spero non me ne voglia, se parlo ancora una volta del frutto dell’ingegno di un nostro conterraneo, l’arch. Ottavio Di Brizzi. Ragazzo di belle speranze, da adulto architetto d’ingegno e fine politico locale. Avrebbe probabilmente avuto meritato accesso ai banchi del Parlamento se la “nera signora” non lo avesse prematuramente allontanato dai suoi cari e dai suoi amici, ancorché avversari politici. Il segno della sua opera è ancora presente: un meccanismo abbastanza complesso che faceva girare delle lamine circolari concentriche a significare la rotazione terrestre; una forma stilizzata di soldato; il tutto montato sul “Sasso sano”. Solo quest’ultimo grande masso oggi resta a testimonianza dell’intera opera ai margini della piazza di Silla. La parte rimanente dell’opera giace in un angolo di quella che fu l’”università di Sassano” e quella che è (o che sarà) lo “sportello ambiente e salute” – vedi foto. Ricordo ancora i titoloni dei giornali sulla cosiddetta università di Sassano: era forse tutto un bluff, una manovra diversiva per buttare fumo negli occhi, per spendere, nello stesso tempo, soldi pubblici, oppure vera intenzione di crescita culturale? Non lo sapremo mai, perché l’adulazione del potente (passato, presente e futuro) sembra essere l’unica forma di comunicazione conosciuta in questo momento nelle nostre terre. E forse nemmeno lo scibile infuso da cotanta struttura sarà in grado di rimettere a girare quelle lamine. Si tratterebbe di recuperare il progetto originario, di restaurare l’opera e di collocarla, infine, in un luogo degno. Saremo in grado di fare ciò? Ecco, simbolicamente, il valore dell’opera: una singola persona l’ha concepita, l’ha messa insieme e infine l’ha fatta funzionare alla perfezione. Come collettività non sappiamo fare altro che esporre un pezzo del mondo minerale.

Ora, mi chiederete, cosa c’entra tutto ciò con l’esplosione notturna di ordigni non proprio leggeri vicino ai muri della scuola? Per anni, chi vi scrive, ha cercato di fare intendere che bisognerebbe valorizzare di più gli aspetti immateriali del vivere sociale nel nostro territorio: la natura e la cultura, per usare uno slogan in voga alcuni anni fa. La natura è un bene imprescindibile per la nostra vallata. Dal punto di vista economico potrebbe essere l’aspetto più indicativo e caratterizzante del Vallo di Diano nel prossimo futuro. La cultura locale è un aspetto non secondario. Già nel recente passato vi sono stati personaggi che hanno rischiarato la strada nelle attività culturali e ancora oggi, per fortuna, non mancano illuminanti fari che potrebbero indicare un percorso di vita collettiva armoniosa, dignitosa e rispettosa dei luoghi e delle tradizioni. Oggi, tuttavia, dopo un ventennio di martellante propaganda di uno stile di vita opposto a quello sobrio della cultura contadina (che, badate bene, non vuol dire incultura), si sono praticamente sovvertiti i valori fondanti della nostra collettività. La trascuratezza locale, poi, nei confronti delle opere d’ingegno e delle espressioni culturali, non solo di quelle banalmente ossequiose del potente che elargisce la pecunia, ha fatto il resto. Così si ritrovano forze culturali di tutto riguardo che lottano battaglie di avanguardia (che altrove sarebbero solo delle legittime istanze di rispetto delle regole) nel deserto di idee del pantano dell’etica corrente, per la quale l’omertà è una virtù e la denuncia dei reati un’infamia. Per questa etica falsata si sopportano situazioni insostenibili che sfociano, a volte, in drammatici eventi che possono colpire chiunque.

Su queste ultimissime esplosioni “scolastiche” non troverete alcun riferimento in altri luoghi, perché queste cose, quando possono essere sottaciute, vengono sottaciute, a meno che non diventino occasione per un’ennesima passerella mediatica. Se vogliamo invertire la rotta, invece, dobbiamo prestare attenzione a ogni singolo evento, a ogni segnale che ci proviene dal disagio giovanile. Il bollare come “ragazzata” un’insegna infamante non solo significa relegare la questione in ambito meramente didattico, ma fa assumere alla vicenda contorni ancora più inquietanti, che esulano dal disagio giovanile e investono le responsabilità di noi adulti. Non credo, tuttavia, alla versione ufficiale della connotazione dell’atto e non solo per spirito polemico. Sono portato a pensare, invece, che esista un disagio palese, che si manifesta con atti vandalici a danno degli edifici pubblici (a Sassano come a Sala Consilina) e con la manifestazione impropria di un rigetto di quello che “dovrebbe essere” il minimo comun denominatore culturale non solo del paese, ma dell’intera Nazione. Il mancato trasferimento di questi valori minimi e la distrazione eccessiva della pubblica amministrazione nei confronti dei beni ambientali e dei simboli della cultura locale accentuano il divario che si sta creando tra la vita “ufficiale” dei nostri giovani (quella svolta nei banchi di scuola, per intenderci) e quella serale o notturna, menata ai margini di un edificio che, evidentemente, per alcuni non rappresenta più l’emblema della società sana o l’inviolabile luogo della trasmissione del sapere. Nessuno ha la ricetta in tasca, ma occultare questi problemi potrebbe essere il solito tentativo di nascondere la polvere sotto il tappeto. Altro che attacchi, altro che critiche; qui c’è da portare avanti, ognuno con i suoi mezzi, un’opera di ricostruzione del senso civico. Per quanto riguarda le ultime esercitazioni militaresche, tuttavia, vi è bisogno di intervenire, qui e adesso, prima che esse sfocino nella tragedia. Per il resto ci sarà tempo di discutere, se si avrà la compiacenza di non sottrarsi a quelle rare occasioni di confronto pubblico.

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