Persone socialmente pericolose

di Roberto De Luca

 

Da ultimo mi ritrovo a dover denunciare sversamenti di materiale di dubbia natura in un sito caratteristico del luogo, in seguito ad un sopralluogo effettuato in un giorno festivo. Il sito in questione è il boschetto paleo-palustre in località Cappuccini in Sassano (SA), definito di “particolare pregio ambientale” dalla Carta di destinazione d’uso della Comunità Montana del Vallo di Diano. Tale documento è stato redatto da esperti, le cui consulenze sono costate, si immagina, tanti soldini alle tasche dei contribuenti. Si deve sapere che il Vallo di Diano, attraversato longitudinalmente dal fiume Tanagro, era una palude prima della bonifica dell’inizio del secolo scorso e che questo boschetto costituiva, fino a poco tempo fa, l’ultima traccia di vegetazione autoctona, testimonianza di quella che era la vallata un tempo. Questa stessa area è stata destinata a zona industriale dall’amministrazione comunale “unica” (senza nemmeno la parvenza di opposizione critica ormai da anni, tanto che, nel quinquennio 2005-2010, fu presentata una lista “unica”, appunto, per suggellare questa unanimità locale di intenti). Nel 2003 si indice un sit-in per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione, anche per poter scongiurare la devastazione di quell’area verde, che la nostra associazione proponeva di destinare a laboratorio didattico per le future generazioni. L’amministrazione, tuttavia, preferì andare avanti con la costruzione delle infrastrutture della zona PIP. Il bando di gara fu vinto da un’impresa di Casal di Principe. Nulla di male, si dirà, se l’impresa avesse mostrato di essere “pulita”. Noi dobbiamo credere che lo fosse, in quanto si è aggiudicata una gara di quasi un milione di euro. Fatto sta che il boschetto è stato devastato (da notare l’uso dell’indicativo, giustificato dalla foto) e i lavori sono stati fatti come sono stati fatti. Sembrerebbe (il condizionale è qui d’obbligo, prima di avere certezze in merito), tuttavia, che i lavori siano stati liquidati per la tranquillità di tutti. La “nuova” amministrazione (il vice-sindaco era assessore nella precedente e il sindaco, già parlamentare in quota Verdi, oggi iscritto al PD, aveva contribuito indirettamente alla creazione del “listone 2005”, si immagina anche con operazioni di alta politica dal capoluogo regionale) continua a deliberare per l’assegnazione dei lotti, come se nulla fosse successo.
Fatta questa premessa, per comprendere il contesto nel quale ci si muove, dobbiamo solo aggiungere che il consiglio paterno che in genere viene dato localmente è quello di offrire collaborazione alle amministrazioni del posto, piuttosto che fare “critiche disfattiste”, anche perché, con critiche continue, si potrebbe rischiare l’isolamento. E l’isolamento sociale, si sa, è una “brutta cosa”. E il bavaglio no? E il ricatto velato nemmeno? Ora, in un contesto sano, vengono isolate le persone socialmente pericolose attraverso dei provvedimenti presi dall’autorità giudiziaria, l’unica che può decretare la limitazione della libertà delle persone in uno stato di diritto. Nello stato del rovescio, però, questo “status” può anche essere deciso da un clan (non necessariamente camorristico, intendiamoci!). E, in tutto questo, alcuni professionisti, invece di mostrare riconoscenza per il fatto che è stata denunciata la devastazione del boschetto paleo-palustre, dove ancora oggi pascolano le pecore e dove non sappiamo cosa vi sia stato depositato, vogliono vedere questi modi di agire come “critiche a prescindere”. Anche perché, nel mentre, l’opposizione (quanto finta?) è tranquilla (o dormiente?). Nessun vittimismo; al contrario, c’è da essere orgogliosi di queste definizioni nel paese del listone unico: vuol dire che ci si è finalmente candidati per condurre un’opposizione seria. Eppure, dobbiamo notare come i soggetti socialmente pericolosi, in questo mondo alla rovescia, sono considerati quelli che vorrebbero che la legge della Repubblica Italiana venisse rispettata e non altri.
E chi, scrivendo queste cose (magari non senza un certo affanno), si sarà mostrato reo confesso, dovrebbe al più presto recarsi, di sua spontanea volontà, nel Paese di Acchiappacitrulli per costituirsi alle autorità del posto. E là potrà scontare una giusta e meritata pena, quella riservata ai difensori dell’ambiente e della legalità. Mentre in questo regno vallivo, così come nelle favole che vengono raccontate ai bambini dai menestrelli di corte, vivranno finalmente tutti felici e contenti, consci del fatto che “questi luoghi nulla hanno da invidiare a Roma”, ormai senza più il timore che alcuno possa smentire questa ufficiale “unica” verità, veicolata attraverso i soliti (e indefinibili) canali del potere.

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