Gabbiani tra i rifiuti narrano il lerciume lasciato al “Leon di Caprera”

Infante viaggi

Le reazioni relative allo sviluppo e allo stabilizzarsi di una situazione sono spesso molteplici e discordanti tra loro. Cambiano col mutare degli angoli di osservazione, e con le discrasie esistenti tra le aspettative dei diversi osservatori. E’ questione di punti di vista, si potrebbe dire in maniera sintetica ed esaustiva. Per questo motivo, le reazioni e gli "stati d’animo" delle decine di gabbiani che nel tardo pomeriggio di ieri si aggiravano ipercinetici sul terreno di gioco del "Leon di Caprera" di Marina di Camerota, frugando in mezzo alla grande quantità di rifiuti presenti sul posto, erano sicuramente divergenti da quelle di un paio di osservatori appartenenti al genere umano. Da una parte l’adrenalina per un’occasione da sfruttare, per un possibile patrimonio di cui "godere". Dall’altra, un vasto senso di oppressione e disgusto, chili e chili di pura desolazione.

Il campo sportivo di Marina di Camerota – utilizzato durante i giorni del Meeting del Mare come luogo strategico di ritrovo e accampamento da decine di ragazzi accorsi per la kermesse di musica, danza e arte che da quasi quindici anni caratterizza gli ultimi giorni di maggio del basso Cilento – ieri pomeriggio si presentava in condizioni innegabilmente pessime.

Arrivando a pochi metri dal cancello laterale del campo, completamente aperto, gli osservatori umani cominciano a percepire l’inconfondile fragranza del piscio evaporato, diffusa inesorabilmente dalle leggere soffiate di vento caldo che contribuiscono alla spiacevolezza di una giornata grigia e brutta. L’impatto visivo iniziale è netto e straniante. Varcando l’ingresso, sembra di fare un salto lungo chilometri e anni interi. Rifiuti di ogni genere e dimensione giacciono sull’intera superficie del campo polveroso. Lattine, bottiglie di vetro, bottiglie di plastica, buste, carte, cartacce, cartoni, cartuscelle, vetri infranti, ombrelli rotti, sogni infranti, piatti di plastica, preservativi, cuscini, pacchetti di sigarette, forchette, coltelli, posate mai posate, mutande, magliette, reti di letti, una stendino, asciugamani, materassini, sporco, sporcizia, fazzoletti, sudiciume, lerciume, scarti, tovaglioli sporchi, scatolette di tonno, bucce.

Cassonetti della spazzatura, pure. Lo scheletro metallico di un contenitore per immondizia. Un paio di porte da gioco sono in mezzo al terreno di gioco. Il cielo è grigio, l’aria pressante. I gabbiani frugano e mangiucchiano qua e là. Per qualche nanosecondo la "presenza umana" li immagina ruttare e trasformarsi in tirannosauri volanti. Ma è solo un attimo. Nella parte del campo più vicina agli spogliatoi c’è una lunga pozzanghera. Il rubinetto esterno, posto lateralmente agli interni degli spogliatoi, è aperto. Il lavandino è colmo, l’acqua scorre, chissà da quando. Uno degli umanidi chiude il rubinetto, con rabbia e sbigottimento. L’altro si gira verso il mondo circostante.

Passano tre o quattro bambini in bicicletta, sulla strada adiacente al campo. "Che puzza" esclama una bimba, corrucciando il viso in un’espressione compiuta. Dalla parte del lato corto del "Leon di Caprera", a pochi metri dalla delimitazione, ci sono degli uomini impegnati nelle operazioni di smontaggio delle strutture che hanno supportato fisicamente gli spettacoli del Meeting del Mare. Lungo il viale che costeggia la spiaggia, qualcuno passeggia. Sulla spiaggia, movimenti e gesti sfocati si percepiscono nei pressi delle strutture balneari. Tutto sembra pesare troppo, soffocare, e i margini delle cose scomparire. L’umanide numero due si rivolge nuovamente all’interno del campo. Alza lo sguardo verso il castello violentato, che sembra gridare vendetta, sullo sfondo. Ridotto anch’esso a contorno scenografico per l’immondizia, da mesi e mesi. Passeggia tra i rifiuti con lentezza esasperata. Sembra la periferia di una discarica abusiva, pensa. O della nostra indifferenza. Rimane immobile, con le mani in tasca, a lungo. Per 7 minuti, almeno. "Che giornata di merda", dice a bassa voce, sperando in cuor suo di essere sentito dai gabbiani. L’umanide numero uno scatta fotografie con la digitale, qua e là. I gabbiani si alzano in volo in maniera coordinata ed elegante, si spostano verso l’altra porzione di schifo. Pochi istanti dopo si allontanano. Ne rimane solo qualcuno, in mezzo alle bottiglie e agli scarti.

I due esseri dotati di linguaggio, dopo lunghi minuti di peregrinazione solinga in mezzo alle reliquie di un’inciviltà straripante, si riuniscono, nei pressi di una lattina di passata di pomodoro. Si dirigono verso gli spogliatoi, avvolti da una combattiva rassegnazione.
Vetri rotti, carte sporche, fango, fazzoletti, acqua, assorbenti, water luridi, guano, cacca, merda.
Foto, qua e là.

Umanide uno e umanide due escono dall’inferno, percorrono a ritroso il tragitto. Foto, qua e là.

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Sono arrivati a bordo di una vespa nera, che ora si appoggia perplessa sul cavalletto, all’interno del campo, non lontano da una panchina, col casco appoggiato sul sediolino. La puntano. Osservano nuovamente gli accessi. E’ tutto aperto. Appena fuori passano diverse persone, bambini, pure. A terra, di tutto.

Raggiungono la vespa, gli umanidi. Umanide uno mette in moto, umanide due sale dietro. Appena partiti, l’ultima ventata di piscio al vapore saluta affettuosamente i due. Umanide due quasi si commuove per questa ultima e insperata manifestazione di affetto.

Si allontanano, l’aria è di nuovo aria. Umanide due respira a fondo, percepisce qualche particella di mare che gli entra nel naso.

La periferia della discarica abusiva è lontana, ormai. Vorrebbe dire qualcosa di sensato, ma non ci riesce.

"Che schifo", dice solo, mentre un gabbiano racconta l’indecenza.

 

In basso, le foto scattate da "umanide uno" nel tardo pomeriggio di ieri. Subito di seguito, le immagini relative al campo sportivo scattate stamane da "umanide due", intorno alle 9 e 30, mentre un operaio della raccolta rifiuti, da solo, è intento a rimuovere i rifiuti dal terreno di gioco.

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