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Spigolatrice di Sapri, per favore cambiamo nome all’arte

di Maurizio Troccoli

L’arte usata come un superlativo, qualcosa di più e di meglio di altre cose, è ormai un errore talmente comune da non poter essere più risolto. Meglio trovare un altro termine e lasciare questo a chi ha un continuo bisogno di esaltare, aumentare, lievitare, primeggiare, insomma guardare dall’altro verso il basso, aumentare di valore, fare svettare qualcosa, lasciando tutto il resto giù. E’ davvero asfissiante continuare ad assistere, non soltanto da chi non è addetto ai lavori, ma da chi lo sarebbe, presuntamente, a come sia inteso come superlativo. Non basta che un cuoco faccia un ottimo piatto: no, è un’opera d’arte. O un parrucchiere un taglio di capelli che piace: no, è un’opera d’arte. E così il fioraio, l’elettricista, il salumiere e fino a mia nonna che, di arte, non ne ha mai voluto sapere nulla. Come se un parrucchiere, un fioraio, un salumiere debbano essere per forza poco, o comunque di meno dell’arte. 

E se invece una cosa d’arte fosse più brutta di una bella torta di un pasticciere? Chi ha dimestichezza con la storia dell’arte, sa benissimo che, di cose brutte d’arte ne è pieno il mondo. Proprio come di cose belle, ma non di arte. Un esempio? Facciamolo banale: un tramonto dai tanti ‘mi piace’, non è un’opera d’arte. Quindi bello e arte, oggi, sono semplicemente due cose diverse, è così difficile comprenderlo? Se ne deduce che un bel taglio di capelli, se fatto benissimo, non è un’opera d’arte, è un taglio di capelli fatto bene. E non ha nulla da invidiare a un’opera d’arte che può, legittimamente, invece, essere brutta. Può essere persino putrida. O ancora può essere – pensate un po’- invisibile. O persino, respingente.

Ma perché ne parliamo oggi dopo le polemiche su una statua con un bel sedere a Sapri che dicono essere un omaggio alla spigolatrice? Semplice, perché è l’ennesima occasione in cui, presunti esperti di cultura e di arte, si arrovellano a produrre, riflessioni, pensieri, con parole forbite e un nozionismo da sussidiario, che non è degno neppure di una lezione di base di educazione artistica, a scuola. 

E allora continuiamo con i paradossi e gli esempi semplici in modo che siano chiari, a tutti, almeno i fondamentali. Quella realizzazione che richiamerebbe alla Spigolatrice di Sapri, è un omaggio alla spigolatrice. Può bastare così. Non è inferiore all’arte. E non necessità di questa attribuzione. Anzi, chi prova ad associarla, non esalta di più questo lavoro. Ci si tolga dalla testa il superlativismo per necessità. Come quelli che usano le maiuscole, quando scrivono, credendo di rendere più altisonante la cosa di cui argomentano. Appunto, come la maiuscola risponde a una funzione ben precisa, non al di sopra delle minuscole, così l’arte risponde a una dimensione che non è sopra ad altre cose. E’ semplicemente diversa. 

Non interessa a questa riflessione, quanto detto sul sessismo. Nè dall’una né dall’altra parte. Si sta parlando di un errore irrisolvibile in cui casca anche chi prova a impersonificare l’acculturato locale che invece dimostra lacune disarmanti. Quella statua è una statua. Come uno scultore è uno scultore. Chiamiamolo manufatto, come tanti manufatti. E, se vi piace, chiamatelo bel manufatto, o bellissimo manufatto. Ma cosa spinge a dire, a molti, opera d’arte se non l’istinto di volere esaltare qualcosa per quell’’antico vizietto? Certo l’autore invece di forgiare un cancello ha forgiato una figura umana. E allora? Basta questo per parlare d’arte? 

In provincia il problema è molto più presente che altrove: si tende cioè ad associare ad arte quello che più mi piace. Che più risponde a miei riferimenti estetici. Che più metterei nel mio salotto o nel mio giardino. E, probabilmente, che meno infastidisce la mia ignoranza. Per azzardare un altro esempio potremmo dire che un bravo musicista di organetto o uno zampognaro locale, che non ha conosciuto che questo, nel suonare può essere un bravissimo musicista e piacere più di ogni altra cosa. Molto più di un artista. Capita però che, la ricerca musicale, ci metta di fronte a un Ezio Bosso. 

Cosa sarebbe allora arte? Intanto oltre che alla verosimiglianza della realtà, la storia dell’arte, ci ha insegnato che si è potuto indagare anche una dimensione non formale. Magari non esteriore, quindi non un paesaggio, non una figura, ma addirittura uno stato d’animo. Si è arrivati ad indagare, attraverso l’arte – pensate un po’ – il buio, il vuoto, il nulla. Si è messo il cervello e le mani, sull’assenza di forma, sull’informale, sull’astratto e su dimensioni dell’esistere che non conoscono materia. Ma tutto questo non è moderno, non è attuale, è storia passata. Talmente tanto passata che potrebbe essere stata contemporanea ai nostri bisnonni, se si tiene conto, ad esempio, che uno come Marcel du Champ è nato nel secolo precedente a quello scorso, cioè nel 1887. Uno come Picasso, per fare un nome più noto, nel 1881. Scultori come Pistoletto che hanno riempito stanze di stracci o come Medardo Rosso, Arnaldo Pomodoro, Jannis Kounellis che porta i cavalli in galleria, o artisti come Manzoni, Fontana, tutti questi presenti nell’enciclopedia dell’arte, sono un fatto superato. 

Ciononostante ci ritroviamo ancora esperti di cultura d’arte alla ricerca della grazia, dello sguardo della statua, delle belle linee, di un bel sedere, del velo che traspare e dell’effetto del vento sulle carni. Insomma la verosimiglianza imperante. Non per interrogarla, sviscerarla, metterla in discussione, o replicarla e ribadirla attraverso una interessante operazione artistica. No. Come se stessimo al periodo neoclassico o se comunque da allora non fosse accaduto nulla. Certi riferimenti estetici avevano senso un tempo, così come certe abilità tecniche da riproduttori fedeli o persino iper fedeli. Oggi no, se si vuole parlare di arte e non di storia. Potrebbero avere senso se ti vuoi scegliere qualcosa che ti piace, come faresti per un mobile Ikea.

Ecco perché non entrano nella dimensione artistica il madonnaro napoletano e il presepista. Abilissimi a riprodurre. Ah, a proposito, oltre ad artisti che fanno cose brutte ce ne sono tanti, e sono artisti, che non sanno neppure disegnare, o non hanno mai preso una matita. Eppure la dimensione dell’arte ha un luogo per loro e non per lo zampognaro del paese che sarà tecnicamente più bravo, ma non è sufficientemente scarso come un artista dovrebbe essere. Con questo eccesso, speriamo che ci capiamo. 

Un critico anni fa, Achiellle Bonito Oliva, aveva provato a spiegare, catalogando i bravi riproduttori di forme perfette, come ‘artieri’. Quindi cosa bisogna fare per essere artisti? Niente di superlativo, niente di meglio di altri, niente di tecnicamente perfetto, nessuna abilità che altri non abbiano. Non è un più. E’ forse un meno. Ovvero una capacità di sottrarsi e di sottrarre. Fare arte non è un fatto di espressione ma di obbedienza. Pressoché spirituale. L’artista assomiglia a un monaco eremita, a chi sviluppa capacità di captazione di frequenze presuntamente invisibili. Ma necessarie. A cosa? A che l’arte esista. E’ più uno svuotarsi che un riempirsi.

Se vogliamo tradurla in volgare, mettiamola così: la differenza tra un pittore e un pittore-artista è la seguente. Il pittore usa la pittura per rappresentare o esprimere un mondo esteriore o un mondo interiore. L’artista pittore invece, si fa strumento, affinché l’arte, attraverso di lui, possa continuare ad esprimersi. Deve essere quindi quasi disposto ad annullarsi. Artista è quasi un mistico. E’ cioè colui che, proprio nel momento in cui tutto o comunque molto è stato detto, è stato espresso, riesce a dare ancora una possibilità all’arte di esistere. Nonostante la natura possa essere perfettamente prodotta da una macchina fotografica o da una fotocamera 5k. Anche quando il vuoto e il buio sono stati già indagati. Riesce a farsi strumento affinché il fiume dell’arte possa continuare a scorrere, possa trovare ragioni e solchi per poterlo fare. L’artista ha questo come obiettivo. Ed è assolutamente prioritario rispetto al bello e al perfetto.

Nella storia dell’arte si è finiti per confondere anche l’opera d’arte con il mercato dell’arte. Con l’opera che veniva battuta di più. Negli ultimi tempi la si è invece confusa con la trovata, con quella che fa parlare di più. Mentre l’arte che non ha bisogno di stare sopra, ma può tranquillamente accomodarsi sotto, non ha per nulla a che fare con la forma che assume. Più probabilmente ha a che fare con la vita che vive. Anche se lo fa sparendo.

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